Questo libro ci permette di addentrarci nell’essenza intima dell’opera di Rudolf Steiner. L’opera di Steiner mirava infatti a indicare al mondo le vie che conducono al Cristo. Nel tempo del razionalismo e del materialismo, il Cristo per noi era andato perduto; le Chiese sbadigliavano nella desolazione del vuoto e chi non si adagiava in esse come un fanciullo ingenuo e puro aveva la testa e il cuore o vuoti o colmi di contraddizioni. Le parole dei rappresentanti della dottrina cristiana non operavano come verità e convinzioni; spesso suonavano vuote, gonfie o artificiose, nel migliore dei casi volte a stordire se stessi. La Chiesa era diventata una cosa formale, convenzionale, e di fronte alla scienza scendeva a compromessi, senza poterle opporre alcuna realtà operante; doveva a mano a mano rinunciare a pretendere dagli uomini la fede, perché a chi dubitava non era in grado di opporre nulla di sufficientemente concreto che potesse trasformare la credenza in un sicuro convincimento e in sapere. Perfino i catecumeni dovevano ritirare i loro quesiti di fronte all’incertezza del venerato pastore e alla sua evidente ritrosia ad affrontare gli aspetti essenziali; essi si sentivano come scolaretti abbandonati di fronte a un vuoto spirituale e il loro terreno psichico vacillava. La Chiesa cattolica allontanava i protestanti, spaventati dall'asservimento della libertà da parte sua e dal vuoto chiacchiericcio di coloro che ne compiono le cerimonie, il cui contegno spesso equivaleva a irrisione di ciò che dovevano rappresentare. Eppure le forme comunicavano qualcosa che era andato perduto. Dove era possibile ritrovarlo? Non attraverso le vie della moderna scienza. Questa aveva decretato quali fossero i limiti della conoscenza e agiva come il cranio di uno scheletro, cavo di occhi e staccato dalla colonna vertebrale; mancavano l’azione coesiva della vita, una linea formativa e un’integrazione; dal valore artistico delle singole parti si poteva anche rimanere affascinati, ma il tutto era frammentario. La grande tartaruga mondiale della religione bramana, su cui poggia il disco terrestre, esercitava un’azione più gradevole con la sua forza immaginativa. Si aveva la sensazione che attorno rumoreggiassero le ondate eteriche del Tutto; si sapeva che essa è qualcosa di più di ciò che emerge da quella immagine: è più di una meccanica automaticamente attiva che pone in movimento un congegno mondiale, al quale poi viene conferito qualche significato da uomini altrettanto creati automaticamente, ma che poi ricade nuovamente privo di senso.
Da queste antiche religioni spirava qualcosa di solido. Seguendo la loro via, si poteva intravedere un’ascesa dalla coscienza dapprima soffocata e intontita a sfere di pensiero sempre più luminose. Da queste religioni erano nate grandi civiltà e potenti immaginazioni avevano da esse steso la loro azione fino al tempo attuale, lasciando insigni monumenti in arte e in scienza. Era un filo, una necessità spirituale a cui era necessario attenersi.
Ma esso tornava sempre a perdersi nell’oscurità misteriosa; spariva nei santuari dei templi, dinanzi ai quali facevano guardia dei custodi ammonitori; comparivano parole enimmatiche; questi, di cui la mancata soluzione veniva una volta espiata con la morte, e che infine culminavano in questo unico monito: «Conosci te stesso».
Bisognava nuovamente scoprire e illuminare questa via. Ma come trovarla?
Dai silenziosi santuari dei templi, il cui ingresso era chiuso, trapelavano indizi. Il loro significato si manifestava nello sviluppo di civiltà sempre più luminose che abbracciavano gruppi di uomini sempre più ampi, finché emerse l’uomo come personalità. Non vi era più una Guida, un Maestro o un Dominatore ispirato da Dio da una parte e il popolo ottuso dall'altra, ma un singolo uomo, la personalità, che per speciale attitudine era diventata individualità. Questo si verificò in modo più evidente nel grecizzante, che aveva avvicinato Dio all’uomo e aveva fuso sovrasensibile e sensibile nell’arte.
La singola personalità era diventata matura; i misteri, però, si trassero indietro, si celarono più profondamente. Il loro significato, che in precedenza era stato avvolto nel mistero, ma più sicuro e resistente ai dubbi, si occultò.
Il pensiero umano iniziò il proprio corso. Sorsero scuole di filosofi e i dubbiosi, gli scettici alzarono la voce; con ciò sparì gradualmente la grandezza di quel popolo che aveva creato la personalità poggiata su se stessa, e che aveva perso la sua solida «ancora». Esso attese il «Dio sconosciuto».
Il Dio sconosciuto era però quello che, con il suo sacrificio, permise alla personalità umana di trascendere se stessa, affinché, attraverso un fecondo passaggio di conoscenza attraverso il mondo fenomenico sensibile, ritrovasse la propria origine, con una coscienza di veglia pienamente perfezionata, in guisa da aggiungere alle forze originarie un nuovo elemento conquistato, tratto dalla più profonda densità della sostanza.
Questa via fu preparata in una profonda segregazione etnica da quel popolo che si evolveva parallelamente all’ellenismo e che avrebbe portato all’umanità il Dio unico, il Dio-Io, in carne e in verità.
Quando, dopo l’asservimento e la degenerazione del popolo greco seguiti alle spedizioni di Alessandro Magno, la lupa romana celebrò le sue orgie nel Cesarismo, innalzando a Dio il Cesare megalomane, costruendogli altari e costringendo i sudditi ad adorarlo, nella lontana segregazione di quel popolo avvenne ciò che salvò l’umanità dal minaccioso abbrutimento e che l’ha redenta: il sacrificio della croce. Esso spezzò il potere della lupa romana. Roma decadde: popoli nuovi si precipitarono sull’impero infracidito e una nuova sostanza di popolo raccolse ciò che più tardi condusse a un’altra configurazione animica dell’umanità.
Tuttavia, il nuovo elemento spirituale venne pervaso dal retaggio di ciò che si era esplicato come sfera del potere nella romanità e che ora operò nel nuovo patrimonio spirituale delicato con la natura passionale che aveva invaso le ultime forme dominanti. Queste forme vennero in parte accolte con lo spirito già decadente che le aveva interpenetrate e con il germe di dissoluzione che avrebbe dovuto essere superato.
Le fasi di questa lotta tra i nuovi elementi e i residui dell’antica spiritualità che erano stati adottati formano la storia del Medioevo e dell’era moderna e possono rintracciarsi nella formazione della Chiesa, nelle confraternite segrete, negli ordini monastici e cavallereschi, nelle cosiddette comunità eretiche, nella corrente umanista e nella Riforma.
Si ebbero poi la nuova conoscenza della natura, la scienza naturale, l’interpretazione meccanica del mondo, i limiti della conoscenza, l’ignorabimus; nella filosofia, una vuota soggettività, il distacco dal complesso cosmico: l’intero ricco mondo dei fenomeni era rappresentato in modo subbiettivo dal singolo; dottrina dell’anima, senza conoscenza dell’anima stessa e dello spirito, anzi con la negazione di entrambi, poiché il punto di partenza per la ricerca di essi era la materia.
La materia trionfava su tutta la linea e cominciò il caos spirituale, che ha raggiunto l’apice ai nostri giorni e che ha trascinato l’umanità nel suo vortice, fino a culminare nella catastrofe mondiale fra le conseguenze della quale ci troviamo ancora impigliati. Questo è il punto della storia dell’umanità a cui siamo ora arrivati, e i nostri spiriti illuminati profetizzano il tramonto dell’Occidente.
In questo mondo di tenebre che ci attornia, irradia una sorgente di luce. Ci è stata aperta da un uomo straordinariamente superiore al proprio tempo, che ha fatto sì che la luce si accendesse su un evento che si è verificato nella storia dell’umanità per il bene di quest’ultima, quando il delirio romano avvinse il mondo nei suoi ceppi. Essa ci fornisce ciò di cui abbiamo bisogno per comprendere il punto centrale degli eventi umani e terrestri, affinché la fede possa trasformarsi in conoscenza e l'incredulità in sapere. Essa ci è compagna fin dal principio di questo secolo oscuro e ci guida con le forze che possono trasformare la nostra oscurità in chiarezza spirituale.
A quelli di noi che cercavano la via dei misteri andati perduti, essa si è rivelata: c'era un uomo che sapeva e che poteva diventare una guida! Egli ci condusse con moderazione, dapprima, poi con saggezza e sagacia ci spinse avanti senza sosta, come conveniva all’esigenza dei tempi. Noi non eravamo ancora all’altezza di ciò che ricevevamo, ma andavamo raccogliendo e annotando, consci che sarebbe venuto un tempo in cui avremmo dovuto trasmettere ciò che ci veniva dato, e che di questo ci sarebbe stato grato. È ciò di cui un’umanità, maturata nel dolore e nella prova, ha bisogno per la propria salvezza e ascesa.
È giunto il momento di adempiere a questo compito. Non vogliamo perciò più indugiare.
Rudolf Steiner ha nuovamente spianato le vie che conducono al Cristo. Egli ha preso in mano la ruota dell’evoluzione dell’umanità, che stava precipitando nel baratro, e l’ha fermata. Egli solo si oppose alle forze decadenti, con mano forte sollevò la ruota e la volse nuovamente verso una lenta ascesa. Lenta, perché era esigua la schiera che si raccoglieva intorno a lui e la grandezza di ciò che egli aveva da offrire quasi la schiacciava. Se l’umanità dei nostri giorni avesse avuto organi sufficientemente ricettivi, avremmo assistito all’irrompere di una nuova era con vigore d’infinito slancio e con il volo aquilino verso il sole. Invece, con faticoso lavoro, ciò che può destare organi dormienti nell’umanità si è compiuto gradatamente. Con opera continua e premurosa, pietra dopo pietra, Rudolf Steiner ha costruito le fondamenta per la comprensione di fatti sempre più sottili e di edifici concettuali sempre più delicati. Nelle conferenze pubbliche, Steiner non ha mai evitato di tornare a costruire queste fondamenta per poi, a mano a mano, quando si era conquistato un pubblico stabile, partire da esse e spingersi più oltre sulla via che conduce alla sana conoscenza dello Spirito. Non ha mai lanciato affermazioni ad effetto né ha cercato di imporsi all’anima di nessuno. Ogni conferenza era una costruzione organica che spingeva le proprie radici profondamente nel suolo, attirava le forze della terra e si immergeva nello sfavillìo dei colori delle fluttuanti onde eteriche della spiritualità vivente, ma non lasciava sorgere le luminose corolle dei risultati delle nuove idee se non interiormente legittimate da un organismo concettuale solidamente connesso. Ogni formazione di pensiero era una nuova forza creativa, un’opera d’arte vivente. Si rimaneva scossi dinanzi alla perfezione di questa costruzione mentale, ma di fronte ad essa si restava comunque liberi, meravigliati della grandezza e della bellezza di ciò che, con tanta luminosa necessità, era sorto dinanzi all’occhio interiore.
Alla svolta del secolo, si udivano rumori di attività caotiche provenienti dalle vicine sfere del mondo degli spiriti. Per mettere ordine là dentro, per addossarsi l’odiosità di essere accusato di far parte di questo disordine, che mareggiava confusamente o che si manifestava come nelle correnti neo-orientali, con influssi molto anacronistici, occorreva infinito coraggio – e necessità fatale.
Il destino, però, si faceva imperioso alla soglia del secolo XX, esigendo l’azione più energica per soggiogare il drago del materialismo che teneva solidamente avvinghiato il nostro mondo e già minacciava di stritolarlo in tutta la sua estensione. Come si squassò presto la Terra, di cui si credeva così solida la compagine! La guerra mondiale e le guerre civili ne sono una eloquente e crudele testimonianza.
Accanto a tutto ciò, con bontà soccorritrice, stava il portatore dello Spirito dallo sguardo profondo e pensieroso, che sembrava avere assorbito tutti gli enigmi della gravità e del dolore della Terra e che rispecchiava con dolce calma tutto lo splendore del mondo spirituale. Sapeva, ormai, di dovere illuminare e infiammare queste tenebre terrestri con l’oro della saggezza, fino a quando nell’umanità non fosse sorta una coscienza più elevata.
Questo compito è stato adempiuto; il tesoro della saggezza è qui e opera in molti; è stato tratto giù dal sole spirituale del Cristo e donato a noi. Esso irradia i suoi raggi sulla nostra Terra e sul mondo del pensiero pesante, concreto e materialistico di questa.
È stata creata una nuova sostanza animica che può esercitare un'azione vivificatrice sui nostri organi spirituali atrofizzati grazie all'introduzione di cognizioni e percezioni sovrasensibili nel nostro mondo concettuale e rappresentativo e alla loro trasformazione in forme mentali che possono energizzare l'attività della nostra coscienza. La forza per questa rivivificazione sgorga dal mistero della croce; ma l’uomo deve impegnarsi a crescere verso questa forza e aprirsi a essa con comprensione. Per fare ciò, Rudolf Steiner ha esercitato la sua azione fra noi. Tutto ciò che egli ha creato, scritto e pensato ha servito a questo unico scopo: far sì che il nostro mondo concettuale e sentimentale tornasse a vivificarsi, da potersi nuovamente dischiudere pieno di forza all’Impulso-Cristo e riconnettere essenzialmente con esso il nostro mondo volitivo. Ci attende un lavoro sterminato di una vita dedicata a questo unico scopo, che è un riassunto e una sintesi degli altri: il ricongiungimento e la reciproca compenetrazione di scienza, arte e religione, che una volta agivano in armonia e ora sono staccati; la comprensione del significato spirituale contenuto negli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza; il risveglio dell’Io nell’uomo fino alla piena coscienza di sé e della sua appartenenza al mondo.
Tutti questi scopi possono essere raggiunti solo con l'aiuto di Cristo.
Per comprendere questo supremo mistero, occorre attingere a tutta la saggezza del mondo. Gli altri misteri preparano a esso. Rudolf Steiner ci ha condotto gradualmente alla loro essenza e al loro significato; tutti noi miravo a ciò che era avvenuto sul Golgota. A passo a passo, egli ci ha avvicinati a questa comprensione: cosmogonia, teogonia, conoscenza della Terra e dell’umanità. Le scienze già fiorite nella vita rappresentativa dell’uomo fornirono il loro materiale per quest’opera di costruzione.
Ma vi sono critici di indirizzi diversi che credono soltanto a ciò che è funzionale al programma del loro partito. Fra questi, ve ne sono alcuni che godono di grande fama e che ritengono fermamente che vi sia molto da accogliere dalla genialità di Rudolf Steiner, ma che ci si debba allontanare da lui, perché respinge il Cristo.
Diverso è il sentimento di coloro che si sono presi la briga di studiare l’opera di Rudolf Steiner prima di parlarne. Presto riconobbero l’aiuto che ne potevano trarre.
Un certo numero di teologi si recò una volta da Rudolf Steiner e gli disse: "Le nostre chiese si spopolano e i nostri seminari non ci forniscono gli strumenti per rispondere alle esigenze delle anime affamate". Soltanto voi siete in grado di aiutarci. Volete darci ciò che ci renderà capaci di aiutare gli altri nell'esercizio delle nostre funzioni? Altrimenti, saremo costretti a rinunciare alla nostra funzione ecclesiastica.
Steiner rispose: "Voi mi avete chiesto di darvi ciò che potete offrire a coloro che non sono ancora abbastanza forti per elaborare la scienza dello Spirito e per la comunione spirituale".
Egli disse loro: "Voi mi avete chiesto di darvi ciò che potete offrire a coloro che non sono ancora abbastanza forti per elaborare la scienza dello Spirito e per avere una comunione spirituale. Per queste vie volete condurli alle sorgenti di quel sapere che rende l’uomo sveglio, libero e pienamente cosciente, in conformità alle esigenze del tempo. Potete aiutare in questo modo l’opera, a condizione che la vostra azione non diventi per voi fine a se stessa; che il pensiero della Chiesa non predomini su quello dello Spirito; che la via della cura dell’anima serva a fortificare l’uomo nel suo Io, in modo che, libero e desto, possa unirsi con i mondi spirituali e col cuore del Cristo che risplende nel Sole e pulsa attraverso la Terra. Questo è ciò che avete voluto e promesso, agite di conseguenza e mantenete la parola data.
Essi partirono e fondarono la Comunità per il rinnovamento cristiano, a salvezza di molte anime. La scienza dei Vangeli, per la quale Rudolf Steiner aveva fornito la chiave, viene studiata con fervore.
Fin dai primissimi tempi della sua attività spirituale e scientifica, egli curò di intessere continuamente, nelle sue considerazioni, ciò che ci ha condotti al tronco della croce e al significato di esso come albero della vita. A quel tempo, i suoi uditori lo avevano avvicinato e lo avevano pregato di tenere un ciclo continuo di conferenze sul Vangelo di Giovanni. Questa richiesta venne loro concessa. Una trascrizione molto incompleta di queste conferenze del 1908 ci è rimasta. Di essa vi è un grande interesse e se ne fanno molte riproduzioni, perciò, nonostante l'imperfezione della trascrizione, non vogliamo più oltre tardare a pubblicarla. La sostanza trionferà sull’imperfezione della copia e su di essa aleggia ancora un soffio del mondo da cui proviene. L’umanità ne ha bisogno e ha bisogno di questa sostanza.
A questa pubblicazione del Vangelo di Giovanni seguirà ben presto quella delle considerazioni sugli altri Vangeli. Quando, il 1908, durante la Pentecoste ad Amburgo, dopo un ciclo simile tenuto a Basilea, ci venne aperta questa via al Vangelo esoterico, le nostre anime furono pervase come dal fuoco della Pentecoste, come dal soffio di una primavera galilea. La Pentecoste si sta avvicinando di nuovo e accompagna la comparsa di questo libro; possa essere di buon auspicio.
La Pentecoste è la festa dello Spirito Santo, che infonde il suo spirito nei cuori degli uomini. Lo Spirito che domina in questo libro possa trovare la via alle anime degli uomini che hanno sete di verità e sono animati da buona volontà.
Marie Steiner.
Le nostre conferenze sul Vangelo di Giovanni avranno un doppio scopo: primo, approfondire i concetti spirituali e scientifici e ampliarli in varie direzioni; secondo, avvicinarci spiritualmente al Vangelo di Giovanni stesso, appunto per mezzo di quelle idee che si presenteranno alla nostra anima. Vi prego dunque di tenere presente che le conferenze si muoveranno in due direzioni diverse. Non ci limiteremo a dare la spiegazione del Vangelo di Giovanni, ma, con questo alla mano, vogliamo penetrare nei segreti più profondi dell’esistenza e constatare quale sia il modo di considerare, secondo la scienza dello Spirito, quando la si applica a uno qualsiasi dei grandi documenti storici, che dalle varie religioni del mondo ci sono stati tramandati. Si potrebbe infatti credere che, quando il rappresentante della scienza dello Spirito parla del Vangelo di Giovanni, intenda prendere quel documento come base per trarre delle verità e presentarle sull’autorità di quel documento sacro. Questo non potrà mai essere il compito della concezione spirituale-scientifica del mondo; dovrà essere tutt’altro. Se la scienza dello Spirito vuole adempiere al suo vero compito verso lo spirito umano moderno, deve dimostrare che l’uomo, se utilizza le proprie forze e capacità interiori – le forze e le capacità della percezione spirituale –, può penetrare nei segreti dell’esistenza, in tutto ciò che si trova nascosto nei mondi spirituali dietro il mondo sensibile. L'uomo può raggiungere la conoscenza dei segreti dell'esistenza e delle forze e delle entità creatrici dell'universo con le proprie facoltà interiori, indipendentemente da qualunque tradizione e documento storico.
Questa verità deve sempre più entrare nella coscienza dell'umanità moderna. Dobbiamo dunque affermare che gli esseri umani possono acquisire tale conoscenza indipendentemente da qualunque tradizione e da qualunque documento storico. dell’esistenza; potrebbe giungere sino alle forze e alle entità creatrici divino-spirituali nascoste dietro il mondo fisico. La scienza dello Spirito deve costruire esclusivamente su queste fonti di conoscenza indipendenti da qualunque documento. Quando un uomo si pone di fronte a un testo religioso con questo atteggiamento, il testo religioso non perderà mai nulla del suo valore, del rispetto e della venerazione che gli sono dovuti.
Quando l’uomo avrà investigato e cercato i segreti divino-spirituali del mondo in modo indipendente, allora potrà esaminare i testi religiosi e realizzare il loro vero valore, perché sarà da quelli, in certo qual modo, libero e indipendente e riconoscerà in essi ciò che egli stesso aveva già trovato. E potete essere sicuri che, quando un uomo si pone di fronte a un qualsiasi testo religioso con questo atteggiamento, questi testi non perderanno mai nulla del loro valore, del rispetto e della venerazione che meritano. Permettetemi di fare un paragone per chiarire meglio il concetto: qualcuno potrebbe dire che Euclide, il grande geometra, ci ha trasmesso per primo i principi della geometria che ogni scolaro apprende oggi a un determinato stadio del percorso scolastico. Ma l’insegnamento della geometria è proprio assolutamente collegato al libro di Euclide? Quanti di coloro che imparano la geometria elementare oggi, non sanno nulla del primo libro di Euclide, nel quale egli notò le più elementari nozioni della geometria? La geometria si impara indipendentemente dal libro di Euclide, perché essa sorge da una facoltà dello spirito umano. Poi, quando la si è imparata, e si arriva in un secondo tempo al grande libro di geometria di Euclide, lo si sa apprezzare nel giusto modo, perché allora solamente si ritrova in esso ciò che avevamo già fatto nostro e si impara a stimare la forma in cui quelle cognizioni sono apparse per la prima volta. Così, per mezzo delle forme che sono ancora presenti nell’uomo, possiamo trovare oggi le grandi verità universali del Vangelo di Giovanni, anche senza averne conosciuto il contenuto, proprio come lo scolaro può imparare la geometria senza nulla sapere del primo libro di Euclide.
Quando, provvisti della conoscenza dei mondi superiori, ci avviciniamo al Vangelo di Giovanni, dobbiamo chiederci: che cosa c’è nella storia spirituale dell’umanità? I più profondi segreti dei mondi spirituali sono occultati in un libro e vengono dati all’umanità in un libro. Poiché già conosciamo le verità relative ai mondi divino-spirituali, ora possiamo comprendere appieno la natura divina e spirituale del Vangelo di Giovanni. Questo è il giusto atteggiamento con cui conviene avvicinarsi agli antichi testi che trattano di argomenti spirituali. Se a questi documenti, che trattano di cose spirituali, si avvicinano delle persone, quali sono i filologi (e anche gli investigatori teologici di una certa specie, che oggigiorno, nei riguardi del contenuto di questi libri, sono dei semplici filologi), che comprendono letteralmente benissimo tutto ciò che sta contenuto in quei documenti, per esempio nel Vangelo di Giovanni, come si pone il rappresentante della scienza dello Spirito di fronte a tali investigatori? Torniamo al paragone con la geometria di Euclide. Chi potrebbe essere il più giusto interprete? Colui che sa tradurre ogni parola alla lettera secondo il proprio concetto, ma che non ha alcuna conoscenza delle geometrie? Se una persona che non capisce niente di geometria volesse dare un’interpretazione di Euclide, otterrebbe un risultato decisamente singolare! Lasciate però che a interpretarlo sia un traduttore che, sebbene sia un mediocre filologo, comprenda la geometria, e lui saprà apprezzarlo giustamente. Questo è l’atteggiamento del rappresentante della scienza dello Spirito verso il Vangelo di Giovanni, di fronte a molti altri investigatori. Spesso, oggigiorno, esso viene interpretato nello stesso modo in cui i filologi spiegherebbero la geometria di Euclide. Ma la scienza dello Spirito trae dal proprio seno le cognizioni dei mondi spirituali, che sono registrate nel Vangelo di Giovanni. Di fronte a questo Vangelo, il cultore della scienza dello Spirito si trova dunque nella stessa situazione del geometra di fronte alla geometria euclidea. Egli porta con sé ciò che può trovare nel Vangelo di Giovanni. Non bisogna lasciarsi scoraggiare dall’eventuale obiezione che, con questo metodo, si può aggiungere del proprio nell’interpretazione dei documenti; vedremo presto che chi ne comprende il contenuto non ha bisogno di aggiungere al Vangelo ciò che non vi è; chi conosce il modo di procedere della scienza dello Spirito non si lascia scoraggiare da quell’obiezione. E come gli altri documenti, non perde valore o considerazione quando se ne conosce il vero contenuto, ancora meno sarà questo il caso del Vangelo di Giovanni. Per chi ha già una conoscenza approfondita del mondo, questo Vangelo è indubbiamente uno dei documenti più significativi della vita spirituale umana.
Se ci addentriamo più nel dettaglio nel contenuto del Vangelo di Giovanni, ci si potrebbe chiedere: «Come si spiega il fatto che questo Vangelo, che appare un documento così significativo per lo studioso spirituale, sia stato, in confronto agli altri Vangeli, tenuto più in disparte dai teologi, il cui compito sarebbe proprio quello di spiegare?» Questa è una domanda che esamineremo in via pregiudiziale prima di addentrarci nel Vangelo di Giovanni.
Voi tutti sapete quali opinioni e apprezzamenti straordinari sono stati espressi riguardo al Vangelo di Giovanni. Nei tempi antichi, il Vangelo veniva venerato come uno dei documenti più profondi e importanti riguardanti la natura e il significato dell'influenza di Cristo-Gesù sulla Terra. Nei primi tempi del Cristianesimo, infatti, nessuno avrebbe pensato di non considerare questo Vangelo come un importante documento storico degli avvenimenti della Palestina. Nei tempi più recenti, tutto ciò si è andato mutando, e proprio coloro che credono fermamente nell'attendibilità storica delle fonti sono quelli che hanno minato maggiormente il terreno su cui era fondato l’anzidetto apprezzamento di quel Vangelo. Da molto tempo, da secoli, l’attenzione si è sempre più soffermata sulle contraddizioni presenti nei Vangeli. I teologi, dopo molte esitazioni, sono infine riusciti a concludere quanto segue. Hanno affermato che nei Vangeli sono presenti molte contraddizioni e che non è possibile farsi un’idea chiara di come possano essere avvenuti gli stessi fatti, svoltisi in Palestina, a essere raccontati in modo diverso dai quattro Vangeli. Se prendiamo ciò che viene esposto da Matteo, Marco, Luca e Giovanni, notiamo che ci sono tanti dati differenti su questo o quel fatto, da dover ritenere impossibile che tutti corrispondano ai fatti storici». Questa è diventata man mano l’opinione di tutti coloro che si occupavano di tali ricerche. Tuttavia, in tempi più recenti, si è delineata l’idea che si possa rilevare una certa armonia nella narrazione dei primi tre Vangeli, ma che quello di Giovanni si discosti ampiamente da quanto raccontato dagli altri tre, pertanto, riguardo ai fatti storici, si deve credere ai primi tre Vangeli, in quanto quello di Giovanni è meno attendibile dal punto di vista storico. Così, si è gradualmente giunti a dire: «Il Vangelo di Giovanni non è stato scritto con lo stesso scopo degli altri tre. Questi ultimi intendevano soltanto raccontare ciò che era successo, mentre l’autore del Vangelo di Giovanni non ha avuto quest’intenzione, ma una ben diversa». Per varie ragioni, hanno accolto l’ipotesi che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto relativamente tardi, ma torneremo in seguito su questo argomento. La maggior parte degli studiosi crede che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto soltanto nella terza o quarta decade del secondo secolo dell’era cristiana, forse anche nella seconda decade, e che sia stato dunque scritto in un’epoca in cui il cristianesimo si era già ampiamente diffuso e aveva forse già dei nemici. Si erano fatti avanti degli oppositori.
Coloro che sostenevano questa opinione affermavano che lo scrittore del Vangelo di Giovanni intendeva soprattutto esporre una dottrina, una sorta di apoteosi, come se fosse una difesa del cristianesimo di fronte alle correnti contrarie sorte in quel periodo. Lo scrittore del Vangelo di Giovanni non avrebbe avuto l’intenzione di descrivere fedelmente i fatti storici, ma di esprimere la propria posizione di fronte al suo Cristo. Secondo questa opinione, il Vangelo non sarebbe altro che una sorta di poesia permeata di spirito religioso, scritta dallo scrittore di fede religiosa, mosso da un'ispirazione lirica, riguardo al suo Cristo, per entusiasmare gli altri e condurli allo stesso stato d'animo suo. Forse non tutti sono disposti ad ammettere questo giudizio con parole così esplicite. Se tuttavia studiate la letteratura, potreste persuadervi che questa opinione è molto diffusa e che trova grande eco nell’anima dei nostri contemporanei; sì, corrisponde molto alle idee dei nostri contemporanei.
Da qualche secolo, l’umanità, che si è sempre più avvicinata al materialismo, ha sviluppato una certa avversione verso qualsiasi punto di vista sul divenire storico, come quello che emerge fin dalle prime parole del Vangelo di Giovanni. Se riflettiamo, noteremo che queste prime parole si prestano a una sola interpretazione: in Gesù di Nazareth, vissuto all'inizio della nostra era, si era incarnata un'entità dalla spiritualità elevatissima. Per sua natura, lo scrittore del Vangelo di Giovanni non poteva a meno di iniziare a parlare di Gesù con quello che egli chiama il Verbo o il Logos, e non poteva dire altrimenti che: «Questo Verbo era nel Principio, e per mezzo del Verbo – o per mezzo del Logos – è stato creato tutto». Se prendiamo questo Verbo nel suo significato completo, dobbiamo dire che lo scrittore del Vangelo di Giovanni, per definire il Principio del mondo, il punto più alto a cui lo spirito umano possa elevarsi, è costretto a chiamarlo il Logos e a dire: «Tutte le cose sono state fatte per mezzo del Logos, primordiale fondamento delle cose!». E poi egli continua e dice: «Questo Logos si è fatto carne e ha abitato tra di noi». Questo significa soltanto che lo avete visto abitare fra di noi – lo comprenderete soltanto se considerate che lo stesso Principio ha vissuto in lui, dal quale tutte le cose che vedete – piante, animali, uomini – sono fatte. Se non vogliamo interpretare in modo artificioso queste parole, dobbiamo ammettere che, in questo documento, un Principio della natura più alta ha per una volta preso corpo nella carne. Paragoniamo questo appello che viene fatto al cuore umano a quello che oggi vari teologi cominciano già a dire. Lo potrete leggere oggi in opere teologiche e udirlo in conferenze, espresso nei modi più diversi. Essi dicono: «Non facciamo più appello a un Principio trascendentale qualsiasi; preferiamo quel Gesù, che ci viene rappresentato dai tre primi Evangelisti, perché quello è l’«uomo semplice di Nazareth», simile agli altri uomini».
Questo è diventato un ideale per molti teologi. Gli uomini hanno la tendenza a mettere tutto ciò che è diventato storico sullo stesso piano degli avvenimenti umani comuni. Arrecano disturbo agli uomini le figure così elevate, come quella del Cristo del Vangelo di Giovanni. Perciò, di quest’ultimo parlano come dell’apoteosi di Gesù, «dell’uomo semplice di Nazareth», che si addice a loro, in quanto possono dire: «Abbiamo anche Socrate e altri grandi uomini». Egli è però diverso da costoro, eppure gli uomini lo misurano alla stregua di un'umanità comune e banale, quando parlano «dell’uomo semplice di Nazareth». Questo modo di parlare che fa riferimento a «l’uomo semplice di Nazareth» si ritrova oggi in numerose opere teologiche, anche in scritti di teologia accademica noti come «teologia illuminata». Tutto questo è connesso alla concezione materialista che si è andata formando nell’umanità, perché questa crede che non possa esistere nulla oltre il fisico-sensibile, o per lo meno, che soltanto questo abbia un significato. In quei tempi dell’evoluzione umana, in cui lo sguardo dell’umanità si alzava ancora al soprannaturale, l’uomo poteva dire: «Fuori, nell’apparenza esteriore, questa o quella personalità storica potrebbe certamente essere paragonata all’«uomo semplice di Nazareth», ma riguardo a ciò che vi era di spirituale, di arcano in lui, questo Gesù di Nazareth è senza pari». Ma quando andò perduta questa visione e questa capacità di cogliere il soprannaturale e l’invisibile, si perse anche la capacità di dare un significato a tutto ciò che superava la media dell’umanità. Questo si palesava in particolare nella concezione religiosa della vita. Non lasciatevi ingannare! Il materialismo ha prima penetrato la vita religiosa. Il materialismo è assai meno pericoloso per lo sviluppo intellettuale dell’umanità nei suoi rapporti con i fatti della scienza naturale esteriore rispetto al modo di concepire i misteri religiosi.
A titolo di esempio, dovremo parlare del vero concetto spirituale dell’Eucaristia e della trasmutazione del pane e del vino in carne e sangue, e vedremo che, attraverso questa concezione spirituale, l’Eucaristia non perde davvero nulla del suo valore e del suo significato; sarà appunto una concezione spirituale. Si trattava dell'antica concezione cristiana che caratterizzava l'epoca in cui gli uomini avevano una maggiore percezione spirituale. Questa concezione era diffusa ancora nella prima metà del Medioevo. Molti, in passato, sapevano interpretare le parole: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue!» nel senso che impareremo a conoscere. Questa concezione spirituale, tuttavia, nel corso dei secoli, andò necessariamente perduta. Di questa concezione parleremo in seguito. Nel Medioevo si sviluppò una corrente di pensiero che influenzò in modo profondo la natura umana. Dalla storia odierna, infatti, non è possibile sapere come le anime si siano evolute gradualmente e quali esperienze abbiano attraversato. Circa la metà del Medioevo, una profonda corrente operava nelle anime cristiane d’Europa, perché ufficialmente il concetto spirituale originario dell’Eucaristia era stato travisato in senso materialista. Di fronte alle parole: «Questo è il mio corpo! Questo è il mio sangue!», gli uomini potevano soltanto immaginare un processo o una trasformazione materiali del pane e del vino in carne e sangue. Ciò che prima veniva interpretato in senso spirituale, cominciò ad essere rappresentato in modo grossolanamente materiale. Qui il materialismo, molto prima di aver preso piede nella scienza naturale, s’insinua nella vita religiosa. E v’è un altro esempio, non meno significativo. Nelle spiegazioni medioevali della Creazione più in voga, i sei giorni della Creazione non erano considerati come giorni, quali li conosciamo oggi, giorni di 24 ore. A quei maestri autorevoli teologi ciò non sarebbe mai passato per la mente, perché avevano compreso il contenuto dei documenti. E seppero dare un senso alle parole della Bibbia. Ha forse senso, di fronte al documento della Creazione, parlare di giorni della Creazione di 24 ore come li intendiamo oggi? Che cosa si deve intendere per un giorno? Un giorno è ciò che viene effettuato tramite i rapporti rotatori della Terra rispetto al sole. Di giorni, nel senso attuale del termine, possiamo parlare soltanto quando i rapporti fra il sole e la Terra e i loro moti vengono rappresentati come sono oggigiorno. Ma che Sole e Terra si trovassero reciprocamente in quelle condizioni, la Genesi lo riferisce soltanto al quarto periodo, al quarto giorno della Creazione. I «giorni» possono dunque avere inizio soltanto dal quarto giorno della Storia della Creazione. Prima sarebbe assurdo rappresentarsi i giorni come sono oggigiorno. Poiché soltanto al quarto giorno subentrò la disposizione che rese possibile il giorno e la notte, non poteva prima trattarsi di un giorno nel senso odierno. Seguì un’epoca in cui gli uomini non sapevano più interpretare il significato spirituale del giorno e della notte, ma solo pensare alla possibilità di un tempo che poteva essere rappresentato in giorni fisici. Un teologo più antico avrebbe detto che negli antichi testi religiosi nulla è detto inutilmente nei punti importanti.
Perciò, per un uomo di mentalità materialista, perfino per un teologo, anche il giorno della Creazione diventò un giorno come quelli di oggi, perché solo quelli conosceva. Un teologo più antico avrebbe parlato diversamente di queste cose; egli avrebbe detto, prima di ogni altra cosa, che nei punti importanti dei testi religiosi antichi nulla è mai detto inutilmente. A titolo di esempio, consideriamo ora un passo. Nel secondo capitolo del primo libro di Mosè, al 21° versetto, si legge: «Mandò dunque il Signore Iddio un profondo sonno sull’uomo, ed egli si addormentò». Gli antichi commentatori davano a questo passo un'importanza particolare. Coloro che si sono già un po' interessati allo sviluppo delle forze e delle facoltà spirituali dell’uomo sanno che vi sono varie specie di stati di coscienza e che quello che attualmente nell’uomo ordinario si chiama «sonno» non è veramente che uno stato di coscienza transitorio che in futuro – come già avviene negli iniziati – si trasformerà in uno stato di coscienza in cui l’uomo, liberato dal corpo, guarderà nel mondo spirituale. Perciò l’espositore diceva: «Dio fece cadere Adamo in un sonno profondo e in esso poteva percepire ciò che non gli era possibile percepire con gli organi sensori fisici». Questo s’intende per sonno chiaroveggente e quello che viene raccontato è ciò che si sperimenta in uno stato di coscienza superiore. Perciò Adamo cadde «in un sonno». Questa era un’interpretazione antica. E si diceva ancora: «Non si direbbe in un documento religioso: "Dio fece cadere un sonno profondo sull’uomo", se questi si fosse addormentato già in precedenza. Questo ci dimostra che si trattava del primo sonno e che l’uomo era in condizioni di coscienza tali da poter ancora percepire permanentemente le cose spirituali. È questo che veniva raccontato alla gente».
Oggi, dobbiamo semplicemente mostrare che in passato esisteva un’interpretazione del tutto spirituale dei testi biblici e che la mentalità materialista, sopravvenuta dopo, vi ha aggiunto quelle cose che oggi le persone illuminate combattono nella Bibbia. È stata la mentalità materialista a fare, per prima, ciò che oggi essa stessa combatte. Così vediamo come la mentalità materialista sia effettivamente sorta nell’umanità e come per essa sia andata perduta la vera comprensione dei testi religiosi. Quando la scienza dello Spirito avrà adempiuto al suo compito e mostrerà agli uomini i misteri nascosti dietro l’esistenza fisica, sarà possibile riconoscere tali misteri nei testi religiosi. Il materialismo esteriore e superficiale che gli uomini ritengono così pericoloso non è che l’ultima fase di quel materialismo che vi ho descritto. Si è cominciato con l’interpretazione materialistica della Bibbia. Se nessun uomo avesse mai interpretato materialisticamente la Bibbia, allora anche Haeckel non avrebbe mai interpretato materialisticamente la natura. Quello che fu gettato le basi nel 14° e 15° secolo in materia religiosa, maturò come frutto nel 19° secolo nella scienza naturale, e da questo si evince che è impossibile arrivare alla comprensione del Vangelo di Giovanni se non si penetra nelle primordiali sorgenti spirituali. Non apprezzare il valore del Vangelo di Giovanni significa semplicemente non averlo compreso. E siccome coloro che non lo hanno compreso sono afflitti da una mentalità materialista, esso è apparso loro sotto questa luce. Un semplice paragone può spiegare in cosa il Vangelo di Giovanni si discosti dagli altri tre Vangeli.
Immaginate un monte con vari uomini sui suoi fianchi, a determinate altezze, che ritraggono ciò che vedono nel basso. Ognuno di essi realizzerà un disegno diverso a seconda della propria posizione, ma ciascuno dei tre disegni sarà vero dal punto di vista di chi lo ha realizzato. Chi si trova sulla vetta del monte e disegna ciò che vi è in basso, vedrà e ritrarrà un quadro diverso. Questo è il rapporto che corre fra i tre sinottici (Matteo, Marco e Luca) e Giovanni, che ha rappresentato i fatti da un punto di vista diverso. E quante non hanno pensato le persone dotte per rendere comprensibile questo Vangelo di Giovanni! Talvolta c'è davvero da meravigliarsi di tutto ciò che gli investigatori esatti sono capaci di dire su cose che sarebbero tanto facili da riconoscere come false se non fossimo nell'epoca della massima fede nell’autorità. Nei nostri tempi la fede nell'infallibilità della scienza ha raggiunto il suo apice!
Perciò, per i teologi di matrice materialista, l'introduzione del Vangelo di Giovanni è diventata qualcosa di molto difficile. La dottrina del Logos o del Verbo ha creato grandi difficoltà alla gente. Dicono: «Ci piacerebbe che tutto fosse semplice e ingenuo. Ed ecco questo Vangelo di Giovanni che ci parla di cose filosofiche così elevate, del Logos, della Vita, della Luce!» Il filologo è abituato a cercare sempre le fonti. Negli studi più recenti non si fa altro. Leggete le opere sul Faust di Goethe. Si cerca ovunque l'origine di questo o quel pensiero; per esempio, vengono esaminati tutti i libri scritti nei secoli per capire dove Goethe abbia tratto la parola «Wurm» che egli adopera. Lo stesso si può dire per il concetto del Logos di Giovanni. Gli altri evangelisti, che si rivolgono a un pubblico di mente semplice, non esprimono opinioni così personali. Si pensava anche che lo scrittore del Vangelo di Giovanni fosse un uomo di cultura greca, e si ricordava che in Filone di Alessandria i Greci avevano uno scrittore che parlava pure del Logos. Si pensò quindi che nei circoli dotti greci, quando si voleva parlare di qualcosa di elevato, si utilizzava il termine "Logos", e che da lì Giovanni avesse tratto ispirazione. Questa ipotesi fu considerata una nuova prova che lo scrittore del Vangelo di Giovanni non si basò sulla stessa tradizione degli altri vangeli, ma che, al contrario, si era lasciato influenzare dalla cultura greca e aveva ricamato i fatti conformemente a essa. Le prime parole del Vangelo di Giovanni: «Nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio e il Verbo era un Dio» dimostrano che il concetto del Logos secondo Filone è penetrato nello spirito dello scrittore del Vangelo di Giovanni e ha esercitato un’influenza sulla sua esposizione.
A questa gente bisognerebbe opporre il principio del Vangelo di Luca: «Giacché molti si sono sforzati di stendere il racconto delle cose avvenute tra noi, come riferiscono a noi quelli, che sin dall'inizio ne sono stati testimoni oculari e ministri del "Verbo", anche a me, dopo aver diligentemente rinvergato dall’origine il tutto, è paruto di raccontarlo a te, mio buon Teofilo».
Qui, sin da principio, è detto che ciò che l’evangelista vuol raccontare è stato riferito da coloro che ne sono stati testimoni oculari e che sono stati «ministri del Verbo». È curioso che Giovanni abbia attinto alla cultura greca e che Luca, che secondo questo punto di vista pure apparteneva agli uomini semplici, parli ugualmente del Logos. Questo dovrebbe richiamare l’attenzione degli uomini più ossequienti all’autorità sul fatto che non vi sono basi esatte che conducano a queste conclusioni, ma dei preconcetti; sono le lenti materialiste che hanno fatto nascere l’idea che il Vangelo di Giovanni debba essere considerato in rapporto agli altri Vangeli nel modo sopra descritto, cosa che possiamo facilmente dedurre dal fatto che anche nel Vangelo di Luca si fa parola del Logos. Ciò che viene detto di coloro che erano stati testimoni oculari e ministri del Logos, significa che agli antichi tempi il Logos era qualcosa di cui la gente conosceva e con cui era familiare. Ed è questo che ora dobbiamo richiamare soprattutto davanti all’anima nostra, affinché possiamo penetrare più profondamente nelle prime frasi paradigmatiche del Vangelo di Giovanni. Di cosa parla colui che in quei tempi utilizzava la parola «Logos» o «Verbo» nel nostro senso? Di cosa parla?
Non per mezzo di spiegazioni teoretiche o di astratte analisi concettuali arriverete a questa concezione del Logos, ma dovrete immedesimarvi effettivamente nell’intera vita dei sentimenti di coloro che del Logos hanno parlato in questo modo. Anche queste persone hanno visto le cose intorno a loro. Non basta però che l’uomo guardi soltanto le cose che lo circondano, ma è importante il modo in cui a tali cose si ricollegano i sentimenti del suo cuore e della sua natura, il modo in cui egli stima superiore o inferiore una cosa o l’altra a seconda di ciò che in essa scorge. Tutte le persone volgono lo sguardo ai regni della natura che le circondano: minerali, piante, animali e uomini. L’uomo è considerato la creatura più perfetta, il minerale la più imperfetta. All'interno dei vari regni della natura, distinguono esseri di vari gradi di sviluppo. Le cose sono viste in modo diverso a seconda delle varie epoche. Coloro che parlavano secondo il concetto del Vangelo di Giovanni, sentivano una cosa essere sopra ogni altra importante. Guardavano in basso all’umile regno animale e poi risalivano fino all’uomo, scorgendo in questa direzione evolutiva qualcosa di ben determinato. Un tale seguace della dottrina del Logos diceva allora: «C'è una cosa che ci fa comprendere più profondamente la superiorità degli esseri più alti su quelli inferiori: la facoltà di far risuonare all'esterno, per mezzo della parola, ciò che vive nell'interiorità e di partecipare con la parola ai pensieri del mondo circostante. Un tale conoscitore dell’insegnamento del Logos avrebbe detto: «Considerate l’essere animale inferiore! È muto e non esprime né dolore né piacere. Prendete gli animali inferiori: essi friniscono o producono altri suoni, ma questo è effetto dello sfregamento e dell’attrito esteriore degli organi fisici, che allora risuonano come potrebbe succedere anche a un crostaceo. Più si guarda in alto, più si sviluppa la facoltà di manifestare nel suono la vita interiore e di comunicare nel suono ciò che l’anima sperimenta. Perciò, si diceva, l’uomo di tanto sovrasta gli altri esseri, non solo perché è in grado di esprimere con parole i propri dolori e i propri piaceri, ma anche perché è capace di esprimere in parole e di pensare ciò che trascende il personale, ciò che è spirituale, impersonale. Fra costoro che professavano la dottrina del Logos, si diceva: «In un tempo remoto, prima che l’uomo assumesse la sua forma attuale, gli era possibile far risuonare all’esterno, sotto forma di parole, le sue esperienze più intime. Prima che la nostra Terra potesse evolvere fino al suo aspetto attuale (vedremo come si sia svolta la sua evoluzione). Se ne esaminiamo le condizioni primitive, però, non vi troviamo l’uomo nella sua figura attuale né alcun essere che dal di dentro possa far risuonare esternamente ciò che sente interiormente. Il nostro mondo ha inizio con esseri muti e solo gradualmente appaiono sul nostro globo degli esseri che possono far risuonare esternamente le loro esperienze più intime, che sono padroni della Parola. Ma ciò che dall’uomo emerge per ultimo – dicevano a sé stessi coloro che professavano la dottrina del Logos – è ciò che per primo vi era nel mondo. Noi pensiamo che nelle prime condizioni terrestri l’uomo non esisteva ancora nella sua figura attuale, ma piuttosto in una forma imperfetta e muta, e che si sia evoluto gradualmente fino al Logos, fino a diventare un essere dotato di parola. Che egli sia potuto arrivare a questo deriva dal fatto che il principio creatore, che compare per ultimo in lui, era presente fin dall’inizio in una realtà superiore. Ciò che si districa dall’anima era il principio creatore divino iniziale; la Parola, che risuona dall’anima, il Logos, era là fin dal principio e il Logos ha diretto l’evoluzione in modo che, alla fine, è sorto un essere nel quale egli stesso ha potuto comparire. Ciò che per ultimo è apparso nel tempo e nello spazio, esisteva inizialmente nello Spirito. Se volete trovare un paragone per spiegarvi questo, potete dire, in linea di massima, che:
«Ho qui davanti a me questo fiore; questa corolla, questa campanula, che cosa era fino a poco tempo fa? – Era un piccolo granello di seme; in esso, come possibilità, era contenuta questa campanula bianca. Se tale possibilità non fosse esistita, questa campanula non avrebbe potuto nascere. Da dove proviene questo granello di seme? – Proviene a sua volta da un'altra campanula consimile. Il fiore precede il seme, e come il fiore precede il frutto, così pure il seme, da cui è nato questo fiore, si è evoluto da un'altra pianta consimile. Così il seguace della dottrina del Logos considerava l’uomo e a sé stesso diceva: "Ritorniamo indietro nell’evoluzione e troveremo l’uomo ancora muto, senza la facoltà della Parola. Ma come il seme proviene dal fiore, così, fin dal primo principio, il seme dell’uomo muto proviene dal Dio che parla, dal Dio dotato della Parola. E come il mughetto ha generato il seme e il seme di nuovo il mughetto, così la parola creatrice divina ha procreato il seme dell’uomo muto. E quando la parola creatrice divina s’insinua nel seme umano muto per schiudersi nuovamente in esso, risuona dal seme umano l’originaria parola creatrice divina. Se torniamo indietro nell’evoluzione dell’umanità, incontriamo un essere imperfetto, e l’evoluzione ha il fine di far apparire, alla fine, il Logos o la Parola che rivela l’interiorità dell’anima. In principio appare l’uomo muto, quale seme dell’uomo dotato del Logos, e questo seme proviene dal Dio dotato del Logos. L’uomo scaturisce dall’uomo muto, non dotato della parola, ma alla fine c’è: nel primo principio il Logos o la Parola. Colui che riconosce la dottrina del Logos nel suo antico significato penetra avanti sino alla divina parola creatrice, che è il principio iniziale dell’esistenza, a cui lo scrittore del Vangelo di Giovanni accenna nelle sue prime parole: «Nel principio era il Verbo e il Verbo era appresso Dio e il Verbo era un Dio».
Oggi, egli vuol dire, dove è la parola? Oggi la parola è ancora presente! La parola è con l’uomo! La parola è umana! Così lo scrittore del Vangelo di Giovanni ricongiunge l’uomo a Dio, e vediamo effettivamente risuonare, al principio di questo Vangelo, un insegnamento che ogni cuore umano può comprendere facilmente.
Oggi, in questa conferenza preliminare, desideravo descrivervi, in termini più generali e specialmente dal punto di vista dell’emozione e del sentimento, come un seguace della dottrina del Logos percepisca tali parole del Vangelo di Giovanni. Se ci immedesimiamo nella disposizione d’animo che caratterizzava l’ascolto delle prime parole di questo Vangelo, abbiamo una possibilità in più di coglierne il profondo significato.
Vedremo inoltre come la scienza dello Spirito sia una riproduzione autentica del Vangelo di Giovanni e come ci ponga in grado di comprenderne i fondamenti.
Le prime parole del Vangelo di Giovanni svelano i misteri più profondi del mondo. Questo si verifica se lasciamo che le verità della scienza dello Spirito, che ne costituiscono la base, si affacciano al nostro animo; e dovremo attingere a una profonda conoscenza spirituale se vogliamo che queste prime parole del Vangelo si rivelino a noi nella loro giusta luce. Richiameremo brevemente alla nostra mente molte cose già note a chi si occupa da tempo della concezione antroposofica del mondo. Oggi, però, dovremo penetrare in alcune verità elementari di quest’ultima con una visione più ampia di importanti segreti cosmici. Basta che con poche parole ci immaginiamo l’essere umano, come ci si presenta nell’indagine spirituale scientifica, a partire dal momento in cui l’uomo si sveglia fino a quando si addormenta di nuovo. Sappiamo che l’uomo è costituito di corpo fisico, corpo eterico o vitale, corpo astrale e Io. Tuttavia, questi quattro arti dell’entità umana non si trovano in quella connessione che normalmente adottiamo per lo stato di veglia, ma solo quando l’uomo è in questo stato. È importante tenere a mente che, durante il sonno notturno, l’uomo è un essere completamente diverso, perché i suoi quattro arti sono collegati in modo completamente diverso rispetto allo stato di veglia diurno. Quando l’uomo dorme, il corpo fisico e quello eterico rimangono nel letto; il corpo astrale e l’Io sono, in certo qual modo, liberati dalla connessione con il corpo fisico e con quello eterico. Sono dunque, se intendiamo questa espressione non in semplice senso spaziale, ma nel suo significato spirituale, fuori dal corpo fisico e da quello eterico. Di notte, l’uomo è quindi un essere costituito di due parti: quella che rimane giacente nel letto e quella che si è separata dal corpo fisico e da quello eterico. Dobbiamo anzitutto renderci chiaramente conto che, durante la notte – dal momento in cui l’uomo si addormenta fino a quello in cui si desta al mattino –, il corpo fisico e quello eterico, che rimangono a giacere nel letto, non potrebbero come tali affatto esistere se venissero completamente abbandonati da ciò che di giorno li riempie, da ciò che vive nel corpo astrale e nell’Io. È qui che dovremo addentrarci un po’ più profondamente nei segreti del mondo. Quando abbiamo dinanzi a noi il corpo fisico di un uomo, dobbiamo renderci conto che questo corpo, che vediamo con gli occhi e percepiamo con le mani, ha attraversato un lungo processo di evoluzione. Esso ha attraversato questo processo evolutivo durante l’intera evoluzione del nostro pianeta. È cosa nota a chi si è occupato un po' di questo argomento che la nostra Terra ha attraversato in passato condizioni diverse da quelle attuali. Come l’uomo passa da un’incarnazione all’altra e percorre ripetute vite terrene, così pure la nostra Terra ha attraversato diverse fasi, prima di arrivare allo stato attuale. Ogni pianeta, come ogni uomo, ha le sue passate incarnazioni. Nel grande mondo e nel piccolo mondo tutto è soggetto alla legge della rincarnazione; e la nostra Terra, prima di diventare la Terra che conosciamo oggi, ha attraversato uno stato che chiamiamo «antica luna», perché l’attuale luna è una parte distaccatasi da quell’antico pianeta. Quando perciò parliamo dell’«antica luna», non intendiamo alludere alla luna attuale, ma a un pianeta, quale è oggi la nostra Terra. Come un certo intervallo di tempo separa l’una dall’altra una nascita e una nuova nascita nell’uomo, così pure un periodo di tempo separa l’incarnazione del nostro pianeta, cui diamo il nome di Terra, da quella del pianeta a cui diamo il nome di «antica luna».
È successo lo stesso per lo stato del nostro pianeta, che indichiamo come «sole». Uno stato che viene indicato come «sole» ha preceduto quello lunare del nostro pianeta, e lo stato solare fu a sua volta preceduto da quello saturniano. Possiamo quindi volgere indietro lo sguardo su tre precedenti incarnazioni del nostro pianeta.
Il nostro corpo fisico umano ha ricevuto il suo primissimo germe sull’antico Saturno. Allora, sull’antico Saturno, si cominciò a delineare un primo germe del corpo fisico umano, ben diverso però da quello odierno. Tranne il corpo fisico, tutto ciò che esiste oggi nell’uomo non esisteva su Saturno. Fu solo quando Saturno si trasformò nel Sole, dunque durante la seconda incarnazione del nostro pianeta, che il corpo eterico si aggiunse al corpo fisico, lo compenetrò e lo pervase. Quale ne fu la conseguenza? Il corpo fisico umano subì una trasformazione, venne formato diversamente e raggiunse una nuova forma della sua esistenza. Il nostro corpo fisico si trova dunque al secondo gradino della sua esistenza durante il periodo dell’incarnazione solare del nostro pianeta. In che modo ha raggiunto questo secondo gradino? Saturno esso era ancora macchinalmente automatico, divenne sul Sole un corpo interiormente vivente. Il corpo eterico, insinuandosi nel corpo fisico, ne operò la trasformazione. Sulla Luna, il corpo astrale si insinuò in questa connessione tra corpo fisico ed eterico. Il corpo fisico subì allora una nuova trasformazione, venne formato per la terza volta, mentre il corpo eterico soltanto per la seconda. A questi tre corpi, il fisico, l’astrale e l’eterico, sulla nostra Terra si è finalmente aggiunto l’Io, il quale, insinuandosi in questo triplice insieme, ha nuovamente trasformato il corpo fisico, di guisa che questo è divenuto quell’intricato complesso che è attualmente. Ciò che oggi vedete come corpo fisico umano è un essere che ha subito molte trasformazioni ed è diventato così complicato solo grazie ai quattro stati di evoluzione che ha attraversato. Quando parliamo del nostro corpo fisico attuale e diciamo che esso è costituito dalle medesime sostanze e forze fisiche e chimiche dei minerali presenti nel Cosmo, dobbiamo allo stesso tempo renderci ben conto che fra questo corpo fisico umano e il minerale vi è una differenza importante. Il cristallo di rocca, se non viene demolito dall’esterno, conserva la sua forma. Il corpo fisico dell’uomo non può conservare la sua forma per forza propria, ma solo finché sono presenti il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io. Nel momento in cui il corpo eterico, l’astrale e l’Io se ne distaccano, il corpo fisico comincia a diventare qualcosa di affatto diverso da quel che era fra nascita e morte; esso segue le leggi delle sostanze e delle forze fisiche e chimiche e si disfa, mentre invece il corpo fisico del minerale si conserva. Qualcosa di analogo si verifica a un dipresso anche per il corpo eterico. Dopo la morte, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io si distaccano dal corpo fisico e, dopo qualche tempo, il corpo eterico si distacca dall’unione con il corpo astrale e l’Io, disciogliendosi nell’etere cosmico, come il corpo fisico si discioglie nel regno terrestre. Rimane indietro soltanto quell’estratto di cui abbiamo spesso parlato, che rimane unito all’uomo. Possiamo dunque affermare che il corpo fisico dell’uomo, sotto un certo aspetto, ha senza dubbio lo stesso valore del regno minerale che ci circonda, ma dobbiamo tenere ben presente la grande differenza che corre fra il corpo fisico umano e il regno minerale. «Ma», potrebbe obiettare qualcuno, «è stato detto poc’anzi che su Saturno il nostro corpo fisico non era ancora impregnato da un corpo eterico, né da un corpo astrale e neppure dall’Io, in quanto questi si sono aggiunti su Sole, sulla Luna e sulla Terra; dunque, il corpo fisico dell’uomo aveva, si potrebbe dire, il valore di un minerale». Ma abbiamo detto che, dopo quell’antica condizione in cui il corpo fisico si trovava durante la sua esistenza saturnia, si sono successivamente verificate tre trasformazioni di questo corpo. Anche il minerale odierno, che avete di fronte a voi come minerale morto, non potrebbe esistere se avesse in sé soltanto il corpo fisico. Bisogna però capire che questo è vero solo per il mondo fisico, perché il minerale di questo mondo ha solo un corpo fisico. Qui, nel mondo fisico, il minerale ha soltanto un corpo fisico, ma questo non è del tutto esatto. Proprio come il corpo fisico, quando ci sta dinanzi, ha in sé il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io che gli appartengono, così pure il minerale possiede, non solo un corpo fisico, ma anche un corpo eterico, un corpo astrale e l’Io. Questi arti superiori del suo essere, però, si trovano in mondi superiori. Il corpo eterico del minerale si trova solo nel cosiddetto mondo astrale, il corpo astrale sta solo nel mondo devachanico o celeste e l'Io sta in un mondo ancora più elevato, quello spirituale. La differenza fra il corpo fisico umano e il corpo fisico di un minerale consiste nel fatto che il corpo fisico umano, qui, in questo mondo fisico, quando è vigile, possiede il suo corpo eterico, il suo corpo astrale e il suo Io. Il minerale, invece, non possiede qui il suo corpo eterico, il suo corpo astrale e il suo Io. Sappiamo già che oltre al nostro mondo esistono altri mondi. Il mondo che percepiamo di solito con i nostri sensi è interpenetrato dal mondo astrale e, a sua volta, dal mondo devacanico, che si spartisce in devacanico inferiore e devacanico superiore. L’uomo è, quindi, un essere più progredito rispetto al minerale, perché durante la veglia diurna porta in sé gli altri tre arti. Il minerale non possiede tutti questi arti, ma dobbiamo immaginarcelo come un essere incompleto dal punto di vista fisico. Immaginate l’unghia di un dito umano: dovrete convenire con me che questa unghia non si trova da nessuna parte nella natura come un essere a sé stante, ma perché possa crescere, infatti, richiede il resto dell’organismo umano; non può esistere senza di esso. Immaginate ora un piccolo essere che abbia soltanto gli occhi per vedere l’unghia del vostro dito, ma non abbia la capacità di vedere il resto del vostro organismo. In tal caso, il piccolo essere guarderebbe attraverso tutto lo spazio circostante, ma vedrebbe solo l’unghia del dito. I minerali sono qui, in certo qual modo, come le unghie delle dita e potrete vedere i minerali completi soltanto se salirete nei mondi superiori, dove hanno il loro corpo eterico, il corpo astrale, ecc. Qui hanno soltanto gli arti fisici. Dobbiamo tenere ben a mente questo, perché ci risulti chiaro che nella realtà spirituale superiore non può esistere nessun essere che non abbia un corpo eterico, un corpo astrale e un Io. Un essere fisico non può esistere se non appartiene a un corpo eterico, a un corpo astrale e a un Io.
Ora, però, c'è una certa contraddizione tra quanto detto finora. Di notte, quando dorme, l’uomo è un essere completamente diverso rispetto a quando è desto. Di giorno questo essere umano ci riesce facile da capire; ci appare come un’entità a quattro arti. Ora, però, avviciniamoci a un uomo che dorme e consideriamolo secondo la sua entità fisica. Abbiamo ora il corpo fisico e il corpo eterico che giacciono nel letto, mentre il corpo astrale e l’Io stanno fuori. Qui emerge la contraddizione di avere di fronte un essere abbandonato dal suo corpo astrale e dal suo Io. La pietra non dorme; il suo corpo eterico, il suo corpo astrale e il suo Io non la interpenetrano, ma rimangono sempre in collegamento con essa. Di notte, invece, il corpo astrale e l’Io non si occupano del corpo fisico e di quello eterico e li abbandonano a se stessi.
Questo fatto non è sempre sufficientemente preso in considerazione. Ogni notte si verifica nell’uomo questa modificazione: come vero uomo spirituale, egli prende commiato dal suo corpo fisico e dal suo corpo eterico, che abbandona a se stessi. Questi però non possono esistere da soli, perché nessun corpo fisico o eterico può esistere senza l’altro, e persino la pietra deve essere interpenetrata dai suoi arti superiori. Capirete dunque facilmente che è assolutamente impossibile che il vostro corpo fisico e il vostro corpo eterico restino di notte nel letto senza un corpo astrale e senza un Io. – Ma allora, cosa succede durante la notte? Il vostro corpo astrale e il vostro Io non stanno nel corpo fisico e nell’eterico, ma al loro posto rimangono un altro Io e un altro corpo astrale! È qui che l’occultismo ci segnala l’esistenza divino-spirituale delle entità superiori spirituali. Mentre il corpo astrale e l’Io escono di notte dal corpo fisico e da quello eterico, il corpo astrale e l’Io di entità superiori divino-spirituali sono effettivamente attivi nel corpo fisico e in quello eterico. E ciò succede per le seguenti ragioni.
Se considerate l’intero corso dell’evoluzione umana dallo stato saturnino, attraverso a quello solare e lunare fino alla Terra, direte: «Sopra Saturno non esisteva che il corpo fisico umano, in questo non vi era nessun corpo eterico, nessun corpo astrale e nessun Io umano. Allora il corpo fisico poteva esistere da solo quanto una pietra oggi, e poteva esistere solo grazie alla presenza del corpo eterico, del corpo astrale e dell’Io di entità divino-spirituali. Delle entità divino-spirituali dimoravano in esso e continuano a dimorarvi. Quando sul Sole un corpo eterico entrò in questo corpo fisico, il piccolo corpo eterico umano si mescolò, per così dire, con l’antico corpo eterico delle entità divino-spirituali. Su Saturno il corpo fisico era compenetrato da entità divino-spirituali. Se abbiamo compreso bene questo aspetto, possiamo ora arrivare a una comprensione più profonda dell’uomo moderno e ricordare e comprendere meglio ciò che è stato insegnato fin dall'inizio nell’esoterismo cristiano. Questo esoterismo cristiano è sempre stato coltivato a fianco dell’insegnamento cristiano exoterico. Paolo, il grande apostolo del cristianesimo, si servì del suo potente e infiammato dono di eloquenza per insegnare il cristianesimo ai popoli, ma fondò contemporaneamente una scuola esoterica, della quale era direttore Dionigi l’Areopagita, che viene menzionata nella storia degli Apostoli. In questa scuola cristiana esoterica di Atene, fondata direttamente da Paolo, si insegnava la più pura scienza dello Spirito, e ciò che veniva insegnato potremo ora richiamare dinanzi alla nostra anima, poiché nelle considerazioni precedenti ne abbiamo raccolto il materiale.
Anche in questa scuola cristiana esoterica si insegnava: "Se consideri l’uomo come si presenta a te di giorno in stato di veglia, egli è costituito di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Anche se le parole non erano esattamente le stesse utilizzate oggi, ciò non ha importanza. Poi veniva anche indicato il punto in cui l’uomo si trova attualmente nella sua evoluzione. Quest’uomo, composto di quattro arti, non è affatto come ci appare inizialmente. Se vogliamo considerare l’uomo costituito semplicemente da questi quattro arti, non dobbiamo osservare l’uomo attuale, ma dobbiamo ritornare indietro nel tempo, fino all’epoca lemurica, per poterlo vedere. A quell’epoca, all’uomo, che era costituito di corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, si associò anche l’Io. Si poteva allora dire che l’uomo era costituito di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Ma da quel tempo l’uomo ha attraversato molte incarnazioni. Qual è il significato di questa evoluzione attraverso le incarnazioni? Il significato di questa evoluzione attraverso le incarnazioni è che, da incarnazione a incarnazione, l’Io lavora su se stesso e trasforma i tre arti della propria entità. L’Io inizia trasformando prima il corpo astrale. Nel comune uomo attuale, questo corpo astrale non è mai tale, come era prima che l’Io lavorasse su di esso nella prima incarnazione terrestre. Nella prima incarnazione terrestre, l’Io trasformò dall’interno certe idee, sensazioni e passioni che originariamente erano state date all’uomo; e da incarnazione a incarnazione, per mezzo di questo lavoro dell’Io, tale trasformazione si va sempre più svolgendo. Possiamo dunque affermare: «Oggigiorno l’uomo possiede non soltanto questi quattro arti: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, ma, grazie al lavoro dell’Io, nel suo corpo astrale possiede una parte che è creatura dell’Io stesso. Oggi, il corpo astrale si divide in due parti: una parte trasformata dall’Io e una parte non trasformata. Questo processo proseguirà sempre di più. Verrà il tempo in cui l’intero corpo astrale di ogni uomo sarà creatura del suo Io. Nella saggezza orientale, questa parte del corpo astrale è chiamata Manas, che in tedesco significa "Sé spirituale". In tal modo l’uomo è ancora costituito dai suoi quattro arti, ma possiamo ora distinguere in esso cinque parti: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, Io e, come quinta parte, il corpo astrale trasformato, Manas, o Sé spirituale. Di conseguenza, possiamo affermare che in ogni uomo il corpo astrale contiene Manas, o Sé spirituale, frutto del lavoro dell’Io. L’uomo continuerà a lavorare su se stesso. La Terra attraverserà altre incarnazioni e l’uomo acquisterà gradualmente la facoltà, già oggi appannaggio degli iniziati, di estendere il suo lavoro anche al corpo eterico. Sì, l’uomo normale già vi lavora oggigiorno; e quel tanto del suo corpo eterico che viene trasformato per opera del suo Io, noi lo chiameremo Buddhi o Spirito Vitale. Infine, l’uomo arriva a trasformare per opera del suo Io anche il corpo fisico e quel tanto di corpo fisico che dall’Io è trasformato, si chiama Atma o Uomo Spirito.
Lasciamo ora spaziare lo sguardo verso un lontano avvenire, quando la Terra avrà attraversato altre forme planetarie e altre incarnazioni, quando, come si dice in occultismo, sarà passata per lo Stato di Giove, di Venere e di Vulcano; A quel punto, l’uomo avrà trasformato l’intero suo corpo astrale in Manas, o Sé spirituale, l’intero suo corpo eterico in Buddhi, o Spirito vitale, e l’intero suo corpo fisico in Atma, o Uomo-Spirito.
Paragoniamo ora quest’uomo, come ci apparirà alla fine del corso della nostra evoluzione terrestre, con l’uomo del principio dell’evoluzione terrestre. All'inizio, l’uomo era costituito solo dal corpo fisico. Questo era compenetrato dal corpo eterico, dal corpo astrale e dall’Io, i quali però appartenevano a entità divine superiori che semplicemente dimoravano in essi. Alla fine del corso dell’evoluzione terrestre, l’uomo è compenetrato dal suo Io, il quale risiede nel corpo astrale dopo aver pervaso il corpo astrale con il Manas, o Sè spirituale, e il corpo eterico, che è in tutto e per tutto impregnato di Buddhi o Spirito vitale. Infine, il corpo fisico è completamente compenetrato di Atma o Uomo-Spirito, prodotti dell’Io. C’è una grande differenza fra l’uomo all’inizio della sua evoluzione e l’uomo alla fine. Se però teniamo a mente questa differenza, allora ci sarà chiaro ciò che ho presentato deliberatamente come una contradizione, cioè, lo stato di sonno. Ed è proprio servendoci della stessa forma di spiegazione adoperata dall’esoterismo cristiano che tutto ciò ci risulterà comprensibile. Dobbiamo spiegarci chiaramente quanto segue: quando la Terra avrà raggiunto lo scopo della sua evoluzione, che cosa vedremo come corpo fisico? Forse il corpo fisico di oggi? No, sarà ciò che l’Io avrà fatto di questo corpo fisico. Questo corpo fisico, l’etereo e l’astrale saranno completamente spiritualizzati. Tuttavia, sia il corpo fisico che l’eterico e l’astrale erano già compenetrati dallo Spirito prima che l’uomo li spiritualizzasse con il suo Io. Persino la pietra, come abbiamo detto, è oggi spiritualizzata dal corpo eterico, dal corpo astrale e dall’Io, che risiedono in mondi superiori e appartengono alla pietra. Così comprenderemo che l’esoterismo cristiano ha ragione quando dice che l’uomo non può ancora dominare il corpo fisico, perché non ha ancora concluso la sua evoluzione e non può lavorare sul corpo fisico con il suo Io. Lo stesso vale per il corpo eterico: l’uomo non può dominarlo; potrà farlo soltanto quando la Terra avrà raggiunto la condizione di Venere. L’uomo, quindi, non può ancora dominare il suo corpo fisico e il suo corpo eterico per mezzo del suo Io; potrà farlo soltanto quando avrà sviluppato il Buddhi e l’Atma. Ma un simile corpo fisico e un simile corpo eterico devono essere dominati per via spirituale. Ciò che l’uomo stesso potrà dare in futuro al corpo fisico e al corpo eterico deve già essere presente in essi. Anche oggi devono già esserci, nel corpo eterico e nel corpo fisico, le parti spirituali che l’Io potrà conferire loro in futuro. Queste, inizialmente, erano già presenti nel corpo fisico dell’uomo quando si trovava su Saturno; erano in lui quando si trovava sul Sole, e in lui sono rimaste. L’esoterismo cristiano dice con ragione che nel corpo fisico umano è già presente ciò che un giorno vi sarà, quando l’uomo sarà giunto all’apice della sua evoluzione, ma si tratta di Atma divino, di entità divino-spirituale; nel corpo eterico è già presente Buddhi, ma è Spirito vitale divino; il corpo astrale dell’uomo, come abbiamo detto, si compone di due parti: della parte che l’uomo già domina e di quella che ancora non domina. In quella parte che egli ancora non domina, cosa c'è? Vi è anche un Sé spirituale, ma è un Sé spirituale divino. Soltanto in quella parte del corpo astrale in cui l’Io operava già fin dalla prima incarnazione, risiede la vera vita spirituale dell’uomo. Ecco l’uomo che si presenta dinanzi a noi.
Consideriamolo ora in stato di veglia: che cosa diremo? Il corpo fisico, per come ci appare, è soltanto la parte esteriore; interiormente esso è ciò che si chiama entità atmica; interiormente esso è pervisto da entità divino-spirituali superiori, ed è interpenetrato da entità divino-spirituali elevatissime. Lo stesso vale per il corpo eterico: esteriormente è ciò che tiene unito il corpo fisico, interiormente è Spirito vitale divino. Anche il corpo astrale è interpenetrato dallo Spirito divino. Soltanto la parte trasformata del corpo astrale è qualcosa che l’Io si è già conquistato da tutto questo insieme.
Consideriamo ora l’uomo che dorme. Qui ogni contraddizione scompare. Quando ci avviciniamo a un uomo che dorme, vediamo che l’uomo, il suo corpo astrale e il suo Io stanno al di fuori del corpo fisico. L’uomo abbandona ogni notte il suo corpo fisico e il suo corpo eterico. Se il corpo fisico venisse abbandonato senza che vi sia provveduto in via divino-spirituale, esso verrebbe ritrovato distrutto la mattina successiva, al suo ritorno. Tuttavia, un elemento fisico divino-spirituale e un elemento eterico divino-spirituale rimangono all'interno del corpo fisico, anche quando il corpo fisico e il corpo eterico sono distesi nel letto e il corpo astrale e l’Io sono usciti. Il corpo fisico e il corpo eterico sono pervasi da un'essenza divina atmica e budhica.
Ora rivolgiamo lo sguardo al principio della nostra evoluzione terrestre, quando l’Io non aveva ancora conquistato nulla nell’uomo. Prima della sua prima incarnazione, l’Io non era ancora collegato ai tre arti: corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale. Dalla luna ci vennero tramandati il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale, e soltanto sulla Terra penetrò dentro di essi l’Io. Se questo Io divino non li avesse completamente compenetrati, essi non avrebbero potuto esistere. Il corpo astrale era interpenetrato da un Sé spirituale divino, il corpo eterico da uno spirito vitale divino e il corpo fisico era pervaso da un elemento divino atmico, ossia dall’Uomo-Spirito. Ora, guardiamo ancora più indietro, all’evoluzione lunare, solare e saturniana. Sopra Saturno, lo Spirito vitale divino, che ancora di notte dimora nell’uomo giacente nel letto, formò il corpo umano e precisamente il corpo fisico – come qualcosa di minerale; durante lo stato solare lo formò come qualcosa di vegetale; sulla luna lo potè formare come qualcosa che sentiva piacere e dolore, ma che non poteva ancora dire «Io» a se stesso. Il corpo ha attraversato questi stadi inferiori e ora passiamo alla vera incarnazione terrestre.
In questa fase, il corpo fisico umano, attraverso una trasformazione ulteriore, doveva perfezionarsi ancora di più. Quali cose non erano ancora in grado di fare? Che cosa gli era del tutto estranea? Che cosa lo spirito divino aveva trattenuto per sé? Cosa non aveva ancora del tutto affidato al corpo umano? La capacità di esprimersi attraverso i suoni, che gli era stata negata. Questo corpo umano era muto quando si trovava allo stadio di animale sulla luna. La facoltà di far risonare la propria interiorità era ancora presso Dio, non era stata ancora affidata all’essere che avrebbe abitato in quel corpo. Sebbene vi siano degli esseri animali che oggi già possono emettere suoni, si tratta di qualcosa di diverso: essi si trovano ancora in condizioni affatto differenti; emettono suoni, ma è la Divinità che risuona in essi. L’esprimere con parole i sentimenti interiori dell’anima fu concesso all’uomo per la prima volta sulla Terra. Prima gli uomini erano muti. Questa facoltà della parola venne dunque conferita all’essere umano con la sua esistenza terrestre.
Consideriamo ora nel suo insieme tutto quello che abbiamo richiamato dinanzi all’anima nostra e diremo: L’intera evoluzione è stata guidata in modo che la facoltà della favella, la parola, fosse originariamente presso Dio, e che Egli abbia creato dapprima le condizioni preliminari perché l’apparato fisico umano ne acquistasse la capacità e che questa parola potesse risuonare esteriormente. Tutto venne diretto e guidato in questo modo. Come il fiore nel suo seme, così l’uomo che produce suono, l’uomo parlante, ossia l’uomo dotato della parola e del Logos, era già come seme su Saturno. Il suono però era nascosto nel seme; da esso si è prima sviluppato, così come l’intera pianta sta nascosta nel seme e da esso si sviluppa. Ora, guardiamo indietro e consideriamo il corpo fisico umano, quale era sopra Saturno, e domandiamoci: dove si trova questo corpo fisico umano? Qual è la sua base primordiale? Quale cosa senza la quale esso non avrebbe mai potuto attraversare l’intera evoluzione?
Questo corpo fisico umano proviene dalla Parola o dal Logos. Infatti, già allora, su Saturno, esso era guidato in modo da divenire in seguito un essere parlante, un testimone del Logos. Se oggi siamo fatti in questo modo e se il corpo umano ha la sua forma attuale, il motivo è che alla base dell’intero schema della nostra creazione c’era la «Parola». Sulla Parola è edificato l’intero corpo umano e fin dal principio è disposto in modo che da esso possa in ultimo scaturire la Parola. Quando dunque il cristiano esoterico osserva il corpo umano fisico e si chiede quale ne sia l’archetipo originario e quale la sua riproduzione, sta facendo una riflessione su se stesso. Questo corpo fisico umano ha il suo archetipo nella Parola o nel Logos; il Logos, o la Parola, operava sin da principio nel corpo fisico dell’uomo – e il Logos opera ancora oggi, quando il corpo fisico umano giace nel letto, abbandonato dall’Io; allora il Logos divino opera nelle membra abbandonate dall’uomo. Se dunque cerchiamo l’origine primordiale del corpo fisico, diciamo: Anzitutto il Logos, o la Parola.
E ora proseguiamo oltre nell’evoluzione. Saturno passò nello stato solare; al corpo fisico umano venne aggiunto il corpo vitale. Ma cosa doveva accadere perché il progresso potesse svolgersi come appunto si è verificato?
Mentre sopra Saturno il corpo fisico era una specie di macchina, una specie di automa, impregnato e sorretto dal Logos, sul Sole il corpo vitale si aggiunse al corpo fisico, e in questo operava lo Spirito vitale divino. Sopra Saturno, il corpo umano è una manifestazione del Logos. Saturno perisce; questo corpo umano s’incarna nuovamente sul Sole; qui al corpo fisico si congiunge il corpo vitale, impregnato dallo Spirito vitale. Il Logos divenne Vita sul Sole e, contemporaneamente, sollevò l’umanità di un gradino. Il Logos divenne Vita sul Sole! E ora andiamo avanti. Sulla Luna, il corpo astrale si unisce all’uomo. Che cosa è il corpo astrale? Si presenta ancora oggi alla coscienza chiaroveggente come un’aura che circonda l’uomo. Si tratta di un corpo di luce che, nello stato attuale della nostra coscienza, non può essere visto. Tuttavia, se osservato con la coscienza chiaroveggente, è luce, luce spirituale; e la nostra luce fisica è soltanto luce spirituale trasformata. Anche la luce solare che arriva sulla Terra è l’incarnazione della luce divino-spirituale aurica del mondo, ed è la sua base. Una luce affluisce all’uomo dal sole. Ma c’è anche un’altra luce, che si irradia dalla sua luce interiore. Sulla Luna, il corpo astrale dell’uomo riluceva ancora per chi gli stava intorno. Sulla Luna, il corpo astrale dell’uomo si unì al corpo fisico e a quello eterico.
Ora contempliamo l’intero corso dell’evoluzione. Sopra Saturno abbiamo il corpo fisico, quale espressione del Logos; sul Sole vi è il corpo eterico, quale espressione dello spirito vitale: il Logos divenne Vita. Sulla Luna, il corpo di luce! La Vita divenne luce! Ed ecco il corso seguito dall’evoluzione del corpo umano. Quando l’uomo giunse sulla Terra, era una creatura di entità divino-spirituali. Esisteva perché nel suo corpo fisico, nel suo corpo eterico e nel suo corpo astrale viveva il Logos, che era Vita e divenne Luce. E ora, cosa successe sulla Terra? All’uomo si aggiunse l’Io. Per virtù di questo fatto, però, l’uomo non solo divenne capace di vivere nella luce e nella vita, ma anche di contemplare il Logos della vita e della luce. Per mezzo di ciò, tutto questo divenne per lui materiale e gli conferì un’esistenza materiale. La prossima volta inizieremo a mostrare come da quell’uomo, nato dalla Divinità, sia venuto l’uomo attuale, dotato dell’Io. Poiché vediamo che, prima dell’uomo attuale dotato dell’Io, esisteva il pre-uomo divino. – Ciò che l’uomo si è conquistato per mezzo del suo Io, egli lo sottrae ogni notte al corpo fisico e al corpo eterico; ciò che in lui sempre vi era, rimane dentro e provvede al corpo fisico e al corpo eterico, quando l’uomo perfidamente li abbandona e non se ne cura; là dentro essa rimane, quella entità originaria divino-spirituale.
Tutto ciò che abbiamo cercato di rappresentarci con espressioni dell’esoterismo cristiano, come segreto profondo dell’esistenza, e che era ben noto a coloro che nei primi tempi erano ministri del Logos, viene detto chiaramente con frasi grandiose e lapidarie nel Vangelo di Giovanni. Tuttavia, affinché queste prime parole possano essere tradotte correttamente, è necessario comprenderne il vero significato. Tradotte correttamente, queste parole ci presentano lo stato di fatto che abbiamo esposto. Poniamo nuovamente questo stato di fatto dinanzi al nostro animo, per poterne comprendere appieno il preciso valore.
Nel principio era il Logos, archetipo del corpo fisico umano, e lui era alla base di tutte le cose. tutto il resto fu creato successivamente, eccetto l’uomo. Sul Sole si aggiunse il regno animale, sulla Luna il regno vegetale e sulla Terra il regno minerale. Sul Sole il Logos divenne Vita, e sulla Luna divenne Luce; ciò che il Logos è divenuto, è comparso dinanzi agli uomini quando l’uomo ha acquisito l’Io. Ma l’uomo doveva anzitutto imparare a conoscere il Logos e la sua forma finale. Inizialmente c'era il Logos, poi è diventato Vita e infine Luce, che risplende nel corpo astrale. La luce risplendette nell’interiorità umana, nelle tenebre e nell’ignoranza. L’esistenza terrestre ha per finalità che l’uomo trionfi interiormente delle tenebre e riconosca la luce del Logos.
Queste prime parole del Vangelo di Giovanni sono dunque lapidarie e forse – come molti diranno – difficili a intendere. Ma può ciò che è più profondo del mondo essere espresso con parole superficiali? Non è strana l’idea, né un vero sacrilegio ritenere che, mentre per comprendere il meccanismo di un orologio occorre penetrare profondamente nella natura di esso con l’intelligenza, per comprendere il divino nel mondo basti invece la semplice mente umana più primitiva e ingenua? Spiegazioni complicate, tutto questo deve essere facile e semplice! Ma solo chi ha la buona intenzione e la buona volontà di approfondire i grandi fatti cosmici riesce a cogliere il profondo significato delle parole che si trovano all'inizio del Vangelo più profondo di tutti, il Vangelo secondo Giovanni; parole che sono una trascrizione della scienza dello Spirito.
Ora traduciamo le parole del principio. Nel principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (o era divino). Questo era nel Principio appresso Dio. Per mezzo di lui le cose sono state create e senza questo Verbo nulla di ciò che è stato creato sarebbe stato creato. In lui era la Vita e la Vita divenne la Luce degli uomini. La luce risplendette tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno compresa.
Questo viene raccontato nel seguito del Vangelo di Giovanni, dove viene descritto il processo attraverso il quale le tenebre arrivarono a comprendere.
Ieri abbiamo visto quale profondo contenuto stia nascosto nelle prime parole del Vangelo di Giovanni e possiamo riassumere le nostre osservazioni al riguardo dicendo: Abbiamo visto che lo scrittore del Vangelo di Giovanni accenna al divenire del pre-uomo in un passato primordiale e al fatto che, in senso esoterico, tutto venga ricondotto alla Parola o al Logos, il quale era creatore già durante l’antica epoca saturnia ed è poi diventato vita, mentre la nostra Terra ha attraversato il suo stato solare ed è diventata luce, mentre ha attraversato l’antico stato lunare. Ciò che l’uomo era diventato, sotto l’influenza di forze e entità divino-spirituali nel corso dei tre stati planetari, divenne pervaso dall’Io umano quando la Terra appunto divenne il nostro pianeta odierno. Si può dunque affermare che, come una specie di seme, giunse dalla Antica Luna sulla Terra un’entità costituita di corpo fisico derivante dalla Parola Primordiale divina, di corpo eterico o vitale derivante dalla vita divina e di corpo astrale derivante dalla luce divina.
Durante l’esistenza terrestre, nell’interiorità di questa entità si accese la luce stessa dell’Io; questa triplice corporeità, corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, diventò capace di enunciare in sè stessa l’«Io sono», in modo che possiamo chiamare l’evoluzione della Terra l’evoluzione dell’«Io sono», dell’autocoscienza dell’uomo. E questo «Io sono», questa capacità di piena autocoscienza, si è manifestata nel corso dell’umanità terrestre solo lentamente e gradualmente. Dobbiamo renderci conto di come fosse l’evoluzione dell’umanità terrestre, in quanto in essa, lentamente e gradatamente, è venuto a esistenza l’Io, la completa autocoscienza.
Un tempo, nella nostra evoluzione terrestre, a cui diamo il nome di antica epoca lemurica, l’uomo comparve per la prima volta sulla Terra con la forma che ha mantenuto fino ad oggi. Per la prima volta, nell’antica epoca lemurica, si verificò ciò che chiamiamo incarnazione dell’Io, l’entità più intima dell’uomo, nei tre corpi astrale, eterico e fisico. Seguì poi l’epoca atlantea, durante la quale l’uomo dimorò per la maggior parte sull’antico continente atlanteo, una regione che oggi forma il fondo dell’Oceano Atlantico e che fu sommersa a causa della grande inondazione atlantea, della quale ci è pervenuto il ricordo nelle leggende del Diluvio presso quasi tutti i popoli. Durante l’epoca postatlantea, l’uomo s’incarnò a seconda della sua più intima essenza in una serie d’incarnazioni che si sono susseguite fino ai nostri giorni. In seguito tratteremo di ciò che ha preceduto quell’epoca.
In realtà, le nostre anime si erano incarnate in una entità triplice costituita da corpo fisico, eterico e astrale, come abbiamo imparato a conoscerli per la prima volta nell’epoca lemurica. Ciò che ha preceduto quell’epoca sarà oggetto di un altro esame in futuro. Dobbiamo risalire a molto indietro nel tempo, dunque, se vogliamo considerare il corso dell’evoluzione e l’uomo si è evoluto solo lentamente e gradualmente fino alla sua esistenza odierna. In occultismo, in senso spirituale-scientifico, che cosa chiamiamo la nostra «esistenza odierna?»
Con questo termine in occultismo, in senso spirituale-scientifico, s’intende lo stato di coscienza che l’uomo ha dalla mattina, quando si desta, fino alla sera, quando si addormenta. In tale stato, l’uomo percepisce le cose che lo circondano per mezzo dei suoi sensi fisici esteriori. Dalla sera, quando si addormenta, fino alla mattina, quando si sveglia, non vede le cose che lo circondano. Perché? – Sappiamo che la causa è da ricercare nelle attuali condizioni di evoluzione: il vero uomo interiore, ovvero l’Io e il corpo astrale, durante il giorno sono nel corpo fisico e nel corpo eterico sul piano fisico, cioè nel mondo fisico. In quel momento l’Io e il corpo astrale si trovano sul piano astrale, dove possono servirsi degli organi fisici dei sensi, udire e guardare fuori nel mondo e percepire le cose fisiche. Dalla sera, in cui l’uomo si addormenta, fino alla mattina, in cui si desta, l’Io e il corpo astrale si trovano sul piano astrale, al di fuori del mondo fisico. In questa condizione, gli organi fisici della vista e dell’udito non sono più in grado di percepire ciò che li circonda. Questa condizione, ossia un tale cambiamento nell’uomo fra veglia diurna e sonno notturno, si è sviluppata solo lentamente e gradualmente. Non era così in un passato remoto, quando l’uomo ha vissuto per la prima volta, nell’antico tempo lemuriano, un’incarnazione fisica. Allora l’uomo non stava con il suo Io e il suo corpo astrale dentro al suo corpo fisico per così tanto tempo – certamente non quanto oggi. Però, il fatto che l’uomo passasse maggior tempo fuori dal suo corpo fisico e che, da sveglio, non vi entrasse che per breve tempo, faceva sì che la vita fosse in generale ancora affatto diversa durante l’epoca lemurica. Non è stato che lentamente e gradualmente che l’uomo, se proprio non sogna, ha perso del tutto la coscienza durante la notte. Durante l’epoca lemurica, la coscienza era distribuita in modo diverso fra giorno e notte. Allora tutti gli uomini avevano ancora una coscienza chiaroveggente ottusa. Quando di notte si trovavano al di fuori del corpo fisico nel mondo spirituale, percepivano – seppure non con la stessa chiarezza con cui l’uomo vede attualmente le cose fisiche – il mondo spirituale. Questo percepire non è semplicemente paragonabile al sogno odierno. Il sogno odierno è soltanto un residuo completamente deperito di questa antica chiaroveggenza. Certamente l’uomo percepiva allora delle immagini, come anche oggi ne percepisce nel sogno; ma queste immagini avevano un significato molto reale. Rendiamoci chiaramente conto del significato di queste immagini.
Negli antichi tempi, quando la coscienza diurna era molto più breve di oggi, l’uomo poteva vedere i corpi fisici esteriori soltanto in modo ottuso, come avvolti nella nebbia. Il fatto di vedere le cose fisiche come si vedono oggigiorno non si è verificato che lentamente. Di giorno, l’uomo vedeva allora i primi accenni di corpi fisici avvolti nella nebbia, esattamente come oggi, per le strade, in una serata di nebbia, si vedono i lampioni avvolti da una nebbia simile a un'aura di luce. Questo non è che una parvenza: ma è così che l’uomo ha inizialmente scorto i corpi fisici attorno a sé; e quando si addormentava, non sprofondava nell’incoscienza, ma vedeva apparire, durante la coscienza onirica, delle immagini, in colori e forme. All'epoca, il mondo era molto diverso da quello di oggi, un mondo di cui il più vivace mondo di sogno non è che una debole eco nebulosa. Queste immagini simboleggiavano un elemento animico e spirituale nell’ambiente circostante. Queste immagini ritraevano veramente ciò che di spirituale-animico si svolgeva attorno all’uomo.
Se dunque, al principio del suo cammino terrestre, l’uomo si avvicinava, durante la peregrinazione notturna, a un essere a lui nocivo, non lo vedeva come lo si vede oggi, non vedeva un leone che gli si avvicinava sotto forma di leone, ma vedeva un’immagine di colori e forme che gli palesava istintivamente: "Qui c’è qualcosa di nocivo per te, questo ti mangia, e devi evitarlo". Queste immagini ritraevano realmente ciò che di spirituale-animico si svolgeva attorno all’uomo. Di notte si vedeva tutto ciò che era spirituale-animico, e l’evoluzione avveniva molto lentamente e in modo graduale, tanto che l’uomo passava sempre più tempo nel suo corpo fisico, la notte diventava sempre più breve e il giorno sempre più lungo; e quanto più l’uomo si familiarizzava col suo corpo fisico, tanto più svanivano le immagini chiaroveggenti notturne, fino a quando non sorgeva l’attuale coscienza diurna. Ma non dobbiamo dimenticare che una vera e propria autocoscienza, che l’uomo deve conseguire durante la sua esistenza terrestre, non può essere acquisita se non immergendosi nel corpo fisico. L’uomo, in precedenza, non si sentiva un essere indipendente, ma un arto delle entità divino-spirituali, dalle quali era germogliato. Come la mano si sente un arto dell’organismo, così l’uomo, quando aveva ancora una chiaroveggenza ottusa, si sentiva come una parte della coscienza divino-spirituale, dell’Io divino. L’uomo non si sarebbe definito con le parole «Io sono», ma «Dio è – e io in lui».
Ma, come sempre meglio comprenderemo, alla Terra, che aveva attraversato tre gradi antecedenti di evoluzione, come Saturno, il Sole e la Luna, era assegnata una missione affatto speciale. Non si possono considerare gli stati planetari uno accanto all’altro, come se avessero tutti lo stesso valore. Nella creazione divina non può trattarsi di una semplice ripetizione di ciò che è già stato. Ogni esistenza planetaria ha un compito ben determinato. La nostra Terra ha la missione di far sì che gli esseri che si devono evolvere su di essa sviluppino l’amore fino al massimo grado. L’amore dovrà permeare completamente la Terra quando sarà arrivata alla fine della sua evoluzione. – Rendiamoci conto di ciò che questo significa: la Terra è lo stato planetario in cui si evolve l’amore.
Nella scienza dello Spirito diciamo che la Terra è stata preceduta dall’antica Luna. Anche questa antica Luna aveva una missione. Prima del nostro stato terrestre, il nostro pianeta aveva il compito di sviluppare la saggezza e non l’amore; doveva essere il pianeta o il Cosmo della saggezza. Prima di diventare un pianeta terrestre, il nostro pianeta ha attraversato il grado della saggezza. Un esame semplice e, si potrebbe dire, logico, ve lo può dimostrare. Guardatevi attorno nella natura con tutte le sue creature. Non provate a comprenderla con il vostro semplice intelletto, ma con il vostro cuore e le vostre forze affettive, e troverete ovunque saggezza impressa nella natura. Questa saggezza di cui si parla qui è intesa come una sorta di sostanza spirituale alla base di ogni cosa. Contemplate qualsiasi cosa nella natura: prendete, per esempio, un femore e noterete che non si tratta di un masso solido, ma di una serie di travicelli sottili disposti ora in questa, ora in quella direzione, ordinati in modo da formare una meravigliosa armatura. Chi investiga la legge secondo la quale sono disposti, trova che è stata seguita quella del minimo impiego di materiale per il massimo sviluppo, affinché il femore possa sostenere la parte superiore del corpo umano. L’arte dei nostri ingegneri non è ancora arrivata a tanto da poter edificare un’armatura così ingegnosa come quella costruita dalla saggezza che domina ovunque. Solo più tardi l’uomo possiederà tale saggezza. La saggezza divina pervade l’intera natura, mentre la saggezza umana non arriverà a tanto se non a poco a poco. Col tempo, l’amore umano interiorizzerà ciò che la saggezza divina ha occultato nella Terra. Ma, nel medesimo senso, come la saggezza è stata preparata sulla Luna, di guisa che ora si trova ovunque sulla Terra, l’amore viene ora preparato sulla Terra. Se riusciste a guardare indietro chiaroveggentemente all’antica Luna, vedreste che allora tale saggezza non era in tutte le cose: molte di queste vi sembrerebbero ancora poco sagge. La saggezza si è impressa dentro le cose solo durante l’evoluzione lunare e, quando la Luna ebbe terminato la sua evoluzione, ovunque vi era saggezza. La saggezza interiore penetrò con l’uomo, con la comparsa dell’Io sulla Terra. Questa saggezza interiore deve essere però sviluppata dall’uomo gradualmente. Come sulla Luna si è sviluppata la saggezza, di guisa che essa oggi è impressa nelle cose, così si sviluppa ora l’amore. Dapprima, durante il tempo lemurico, è comparso nell’esistenza sotto forma di amore sensuale; nel corso dell’esistenza terrestre, però, esso si spiritualizzerà sempre più, fino a quando, alla fine dell’evoluzione terrestre, l’intera esistenza sarà impregnata di amore, come oggi è impregnata di saggezza, se gli uomini compiranno la loro missione. La Terra, quindi, passerà a uno stato planetario futuro, che chiamiamo Giove. Su Giove, gli esseri che vi si aggireranno come gli uomini sulla Terra troveranno ugualmente tutti gli esseri olezzanti dell’amore che, come uomini, essi stessi hanno messo dentro durante l’esistenza terrestre, così come oggi gli uomini trovano la saggezza in tutte le cose. Allora gli uomini svilupperanno l’amore della loro interiorità, come ora stanno sviluppando la saggezza. Il grande amore cosmico, che ora inizia la sua esistenza sulla Terra, pervaderà allora le cose. La mentalità materialista non crede alla saggezza cosmica, ma soltanto a quella umana. Se gli uomini guardassero dentro con mente spregiudicata, nel corso dell’evoluzione, vedrebbero che tutta la saggezza cosmica era arrivata al punto a cui la saggezza umana sarà arrivata soltanto alla fine della Terra. Ai tempi, in cui i nomi venivano dati con maggiore esattezza che non oggi, la saggezza soggettiva operante nell’uomo veniva chiamata intelligenza, in contrapposizione alla saggezza oggettiva cosmica. L’uomo non si rende affatto conto che ciò che scopre durante l’evoluzione terrestre è stato già acquisito dalle entità divino-spirituali durante l’esistenza lunare e inoculato sulla Terra. Facciamo un esempio.
A scuola, per esempio, viene inculcato l’idea del grande progresso fatto dall’uomo grazie alla scoperta della carta. Ora, le vespe hanno creato la carta già da molti millenni; perché ciò che le vespe costruiscono nei loro nidi consiste esattamente della stessa sostanza di cui gli uomini formano la carta e la creano esattamente nello stesso modo, ma per mezzo del processo vitale. Lo spirito delle vespe, l’anima del gruppo delle vespe, che è una parte della sostanza divino-spirituale, ha scoperto la carta molto tempo prima degli uomini. – Così l’uomo segue sempre a tastoni la sapienza cosmica. Tutto ciò che l’uomo troverà nel corso dell’evoluzione della Terra è in realtà già contenuto nella natura. Ma ciò che l’uomo darà veramente alla Terra è l’amore, che si svilupperà dalla forma più sensuale a quella più spirituale. Questo è il compito dell’evoluzione terrestre. La Terra è il cosmo dell’amore.
Ma cosa è necessario all’amore? – Cosa occorre perché un essere possa amare un altro? Occorre che questo essere abbia una piena autoconsapevolezza e sia completamente indipendente. Nessun essere può amare un altro essere in senso pieno e autentico, se questo amore non è un dono libero e spontaneo. La mia mano non ama il mio organismo. Solo un essere indipendente, svincolato dall’essere amato, può amare quest’ultimo. Per poter amare, l’uomo deve diventare un essere-Io; l’Io deve essere inoculato nella triplice corporeità umana, perché la Terra possa adempiere alla sua missione d’amore per mezzo degli uomini. Così potrete comprendere che nell’esoterismo cristiano si dica: come altre forze, e ultima la saggezza, sono affluite giù dagli Dei, durante l’esistenza lunare, così l’amore, durante l’esistenza terrestre, affluisce nella medesima; e il portatore dell’amore può essere soltanto l’Io indipendente, che si va sviluppando a poco a poco durante il corso dell’evoluzione terrestre. Ma l’uomo deve essere preparato a tutto molto lentamente, anche al modo attuale della sua coscienza. Ammettiamo che l’uomo si fosse immerso subito, fin dall’antica epoca lemurica, nel suo corpo fisico e avesse già visto la realtà esteriore nella sua completezza; non avrebbe potuto, in un «tempo» così accelerato, inoculare in sé l’amore. Occorre che egli sia condotto gradualmente alla sua missione terrestre. Quando ancora non aveva raggiunto la piena autoconsapevolezza e non era in grado di percepire con la chiara coscienza diurna gli oggetti circostanti, gli venne trasmesso, nella sua coscienza crepuscolare, il primo insegnamento sull'amore. Così, durante i tempi in cui l’uomo aveva ancora un’antica coscienza chiaroveggente di sogno, in cui dunque l’anima stava a lungo fuori dal corpo, l’amore venne inoculato nell’uomo in uno stato crepuscolare, ma non completamente autocosciente. Rappresentiamoci bene dinanzi all’anima questo uomo dell’antico tempo, che non aveva ancora raggiunto la piena autocoscienza.
L’uomo si addormentava la sera, ma in lui non avveniva un passaggio brusco dalla veglia al sonno. Sorgevano delle immagini; egli viveva immagini di sogno che avevano però un legame con il mondo spirituale, cioè l’uomo si familiarizzava con il mondo spirituale durante il sonno. In quel periodo, lo spirito divino instillava i primi germi di ogni attività d'amore nella sua coscienza crepuscolare. Ciò che doveva manifestarsi nel corso dell’evoluzione terrestre per mezzo dell’amore, affluiva dapprima durante la notte dentro gli uomini. Il Dio, il quale porta sulla Terra la vera missione terrestre, cominciò a manifestarsi nottetempo all’antica coscienza chiaroveggente ottusa, prima di potersi manifestare alla chiara coscienza diurna. Poi, lentamente e gradatamente, i tempi in cui l’uomo si trova nello stato di coscienza chiaroveggente ottusa diventano sempre più brevi, la coscienza diurna sempre più lunga, le cornici auriche intorno agli oggetti sempre più confuse e gli oggetti acquistano contorni sempre più decisi. Prima l’uomo vedeva il sole e la luna con un possente alone, tutto sembrava giacere in una massa nebulosa. Lentamente, la vista si rischiara e i contorni delle cose si fanno precisi. L’uomo è arrivato a questo gradatamente. Ciò che egli vede là esteriormente, mentre il sole rischiara la Terra e gli manifesta, attraverso la luce visibile, l’intera esistenza terrestre, minerali, vegetali e animali, lo sente come manifestazione del divino nell’esteriore. Che cosa è, in senso esoterico, ciò che diventa visibile nella chiara coscienza diurna? Ciò da cui è composta la Terra nel suo vasto ambito? È una manifestazione di forze divine, una manifestazione esteriore, materiale, della spiritualità interiore! Volgete lo sguardo fuori sul sole – o su ciò che trovate sulla Terra: è una manifestazione del divino-spirituale. Questo divino-spirituale, nell’aspetto attuale con cui risiede alla base di tutto ciò che appare alla chiara coscienza diurna, ossia il mondo invisibile dietro a questo intero mondo visibile diurno, è chiamato dall’esoterismo cristiano «Logos», la «Parola». Infatti, come l’uomo può in ultimo pronunciare la parola in sé stesso, così in principio, tutto il regno animale, il regno vegetale e il regno minerale è nato dal Logos. Ogni elemento animico si crea nel mondo un corpo esteriore ad esso adatto e si manifesta per mezzo di un fisico qualsiasi. Dove si trova dunque il corpo fisico del Logos, di cui parla il Vangelo di Giovanni, e che oggi vogliamo sempre più portare alla nostra coscienza? La luce del sole non è mera luce materiale; l’apparizione più pura di questo corpo esteriore fisico del Logos è dapprima la luce solare. La luce del sole non è mera luce materiale. Per la visione spirituale, è la veste del Logos, come il nostro corpo fisico esteriore è la veste per la nostra anima. Se il nostro rapporto con un altro uomo fosse come quello attuale della maggior parte degli uomini con il sole, non potremmo imparare a conoscere quest’altro uomo; in tal caso, il nostro rapporto con ogni altro uomo, dotato di un’anima senziente, pensante e volente, sarebbe tale che non potremmo presupporre in lui niente di animico-spirituale, ma potremmo soltanto tastare un corpo fisico e credere che esso sia di carta pesta. Ma se vogliamo penetrare nello spirituale, nella luce solare, dobbiamo considerare la luce solare come se provenisse dalla parte corporea di un uomo per imparare a conoscere la sua interiorità. Come il vostro corpo si comporta verso la vostra anima, così la luce solare verso il Logos. Nella luce solare c’è spirito che si riversa sulla Terra. Se siamo capaci di comprendere non soltanto il corpo solare, ma anche lo Spirito solare, questo spirito è l’amore che scende sulla Terra. La luce fisica solare non soltanto risveglia le piante, altrimenti queste deperirebbero, ma con la luce fisica solare affluisce anche sulla Terra il caldo amore della Divinità, e gli uomini sono qui proprio per accoglierlo in sé, svilupparlo e ricambiarlo. Ma questo è possibile solo diventando esseri-Io autocoscienti. Da allora soltanto hanno potuto ricambiare l’amore.
All’inizio, gli uomini trascorrevano poco tempo nella loro vita diurna e non riuscivano a comprendere la luce e l’amore che essa accendeva. La luce risplendeva nelle tenebre, ma le tenebre non potevano ancora comprenderla; e se questa luce, che è al contempo l’amore del Logos, fosse stata manifestata all’uomo soltanto attraverso le brevi ore del giorno, l’uomo non avrebbe compreso questa luce dell’amore. Ma nell'ottusa coscienza chiaroveggente di sogno di quell’antica epoca l’amore scorreva comunque nell’uomo. Ora gettiamo uno sguardo dietro l’esistenza, sopra un grande mistero del mondo, sopra un mistero importante.
Rendiamoci ben conto che, per così dire, la direzione del mondo per la nostra Terra era tale che, per un certo periodo, l’amore affluiva nell’uomo in modo incosciente, attraverso una coscienza crepuscolare chiaroveggente, e lo preparava interiormente ad accoglierlo nella piena e chiara coscienza diurna. Abbiamo visto che la nostra Terra è diventata gradualmente il Cosmo che deve compiere la missione dell’amore. La Terra è illuminata dal sole attuale. Come l’uomo dimora sulla Terra e si appropria gradualmente dell’amore, così gli altri esseri, più elevati, dimorano sul sole, perché il sole ha raggiunto un grado superiore di esistenza. L’uomo è un abitante della Terra e ciò significa essere un’entità che fa proprio l’amore durante il tempo terrestre. Un abitante del sole al tempo nostro significa un essere che può accendere l’amore e fargli affluire la saggezza. Gli abitanti della Terra non potrebbero sviluppare l’amore né accoglierlo, se gli abitanti del sole non gli inviarono saggezza matura sotto forma di raggi di luce. È grazie alla luce del sole che fluisce sulla Terra che si sviluppa l’amore. Questa è una verità ben reale. Le entità, che hanno raggiunto un livello tale da poter emanare l’amore, hanno fatto del sole il loro campo d’azione. All'inizio dell'evoluzione terrestre, l’uomo era un bambino che doveva ancora imparare ad accogliere l’Io, mentre il sole si era già distaccato ed era asceso a un’esistenza superiore. All'inizio dell'evoluzione terrestre c'era l'uomo bambino, pronto ad accogliere l'Io, e dall'altra parte c'era il sole, che si era distaccato ed era asceso a un'esistenza superiore. Su questo sole si potevano evolvere sette Spiriti di luce principali, che erano al contempo gli Spiriti donatori dell’amore. Sei di essi presero dimora sul sole, e le forze spirituali d'amore dei sei Spiriti di luce – o dei sei Elohim, come sono chiamati nella Bibbia – affluiscono a noi attraverso la luce del sole. Uno di essi si distaccò, seguendo un’altra via per il bene dell’uomo: non scelse il sole come dimora, ma la luna. Questo Spirito di luce, che rinunciò volontariamente all’esistenza solare per scegliere la luna, non è altro che colui che l’Antico Testamento chiama «Jahve» o «Jehova». È lui che, scegliendo la luna come dimora, riversò sulla Terra la saggezza matura e in tal modo preparò l’amore. Considerate ora questo mistero che sta dietro alle cose.
La notte appartiene alla luna, e in quel tempo, quando l’uomo non poteva ricevere dal sole la forza dell’amore né dalla luce diretta questa forza, la luna era ancora più importante. Allora, attraverso la luce lunare, egli riceveva, riflessa, la forza della saggezza matura. Essa fluiva a lui dalla luce lunare, durante la coscienza notturna. Perciò Jahve, il Reggente della notte, preparava l’uomo all’amore che poi sarebbe emerso più tardi, durante la piena coscienza diurna. Così, guardiamo indietro all’antica epoca dell’umanità, in cui si verificò spiritualmente il processo del quale i corpi celesti sono soltanto i simboli, e in cui avete, da una parte, il sole e, dall’altra, la luna.
Durante la notte, a determinati momenti, la luna ci trasmette, riflessa, la forza solare. È la stessa luce che ci perviene anche dal sole. In quei tempi antichi Jahve o Jehova irradiava di riflesso la forza della saggezza matura, la forza dei sei Elohim, e la faceva scorrere negli uomini durante il sonno notturno, preparandoli così, in un secondo tempo, a ricevere a poco a poco, anche durante la coscienza diurna, la forza dell’amore.
Il disegno di cui sopra deve accennare in modo simbolico agli uomini desti di giorno, in cui il corpo fisico e il corpo eterico dipendono dal divino, e l’Io e il corpo astrale si trovano sul piano fisico dentro il corpo fisico e il corpo eterico. In questo caso, dall’esterno, l’intero sistema dell’uomo viene illuminato dal sole. Sappiamo che per gli uomini dei tempi primordiali la notte era molto più lunga e attiva. In essa, l’Io è completamente nel mondo astrale e il corpo astrale è immerso dall’esterno nel corpo fisico, in modo che, tuttavia, in quanto entità totale, esso è adagiato nello spirituale divino. Là il sole non può risplendere direttamente sul corpo astrale umano e accendere in esso la forza dell’amore. È la luna, che riflette la luce solare per mezzo di Jahve o Jehova, a svolgere questo ruolo. La luna è il simbolo per Jahve o Jehova, mentre il sole è il simbolo per il Logos, che è la somma degli altri sei Elohim. Attraverso Jahve, l’amore viene inoculato nell’uomo a sua insaputa, durante il sonno. In questo modo l’uomo veniva preparato perché, poco a poco, potesse sentire anche il Logos, la forza del suo amore. Come poteva accadere? Come poteva accadere? Ora arriviamo all’altra parte del mistero.
Abbiamo detto che l’uomo era chiamato sulla Terra all’amore autocosciente. Perciò, durante la chiara coscienza diurna, l’uomo aveva bisogno di una guida, di un maestro che gli si presentasse in modo che egli lo potesse percepire. Soltanto durante la notte, nella coscienza crepuscolare, l’amore poteva essere inoculato all’uomo. Gradualmente, però, doveva verificarsi qualcosa che fosse realmente percepibile e che permettesse all’uomo di vedere, fisicamente, l’essere dell’amore stesso. Come poteva ciò accadere? Questo poteva accadere solo se l’essere dell’amore divino, il Logos, diventava un essere sulla Terra, un essere di carne sulla Terra che l’uomo poteva percepire con i suoi sensi. Poiché l’uomo si evolveva verso una percezione tramite i suoi sensi esteriori, il Dio, il Logos, ha dovuto diventare egli stesso un essere sensibile. Doveva apparire in un corpo di carne. Si sono incarnate nel Gesù di Nazareth, all'inizio della nostra era, e hanno preso dimora nel mondo della visibilità in lui. Di questo si tratta. Ciò che di forza interiore risiede nel sole, la forza dell’amore del Logos, assunse figura umana fisica nel corpo di Gesù di Nazareth. Perché sulla Terra, la coscienza sensoria dell’uomo ha dovuto percepire Dio sotto forma di figura corporea, come un altro oggetto esteriore qualsiasi, come un altro essere. Che cosa è dunque questa entità che, all'inizio della nostra era, ci si presentò come Cristo Gesù? Non è altro che l’incarnazione del Logos, degli altri sei Elohim, ai quali era andato innanzi come preparatore quell’uno, il Dio-Jahve; e questa unica figura di Gesù di Nazareth, in cui era incarnato il Cristo o il Logos, reca perciò quello che prima affluiva sulla Terra soltanto dal Sole, ciò che è contenuto soltanto dalla luce solare; lo ha portato nella vita dell’uomo, nella storia stessa dell’umanità: «Il Logos divenne carne!» Questo è ciò a cui il Vangelo di Giovanni attribuisce maggior valore. E lo scrittore del Vangelo di Giovanni ha dovuto dare maggior valore proprio a questo fatto. Infatti, dopo che alcuni dei discepoli inizialmente scelti da Cristo avevano compreso la sua natura, se ne presentarono altri che non riuscivano a comprenderla completamente; essi capivano bene che alla base di ogni cosa, di tutto ciò che ci appare come sostanza, vi è un elemento animico-spirituale, ma non riuscivano a comprendere che il Logos stesso, una volta, si fosse incarnato in modo fisico e visibile per il mondo fisico-sensibile in un singolo uomo. Questo essi non riuscivano a comprendere. È in questo che ciò che si presenta a noi nei primi secoli cristiani come «Gnosi» si differenzia dal vero cristianesimo esoterico. Lo scrittore del Vangelo di Giovanni accenna a questo con possenti parole: «No, non dovete considerare il Cristo come un essere permanentemente sovrasensibile e invisibile, che risiede alla base di ogni realtà, bensì dovete porre grande valore al fatto che la Parola è divenuta carne, che essa ha dimorato fra noi!» Questa è la differenza sottile che separa il cristianesimo esoterico dalla Gnosi originaria. La Gnosi conosce il Cristo come il cristianesimo esoterico, ma soltanto come un'entità spirituale, e considera Gesù di Nazareth più o meno come un inviato umano collegato a tale entità spirituale. Essa vuole mantenere il Cristo invisibile. Il cristianesimo esoterico, invece, è sempre stato in sintonia con il Vangelo di Giovanni, basato com'è sul terreno solido della parola: «E il Logos è divenuto carne e ha dimorato fra noi!». Colui che era nel mondo visibile è una vera incarnazione degli altri sei Elohim, del Logos.
Per mezzo di ciò, dunque, la missione della Terra, ciò che doveva diventare della Terra attraverso l’evento di Palestina, è finalmente penetrato giustamente nella Terra. Prima tutto era preparazione. In che modo, dunque, il Cristo che dimorava nel corpo di Gesù di Nazareth doveva qualificarsi?
Egli doveva principalmente qualificarsi come il grande apportatore e vivificatore del libero essere umano autocosciente. Riassumiamo questa dottrina vivente del Cristo con brevi parole paradigmatiche. Dovremo dire: la Terra esiste per dare all’uomo la piena autocoscienza, l’«Io sono». Prima tutto era preparazione per questa autocoscienza, per questo «Io sono»; e il Cristo fu colui che diede l’impulso perché tutti gli uomini – ognuno come singolo essere – possano sentire l’«Io sono». Ora soltanto è stato dato il poderoso impulso che ha dato agli uomini sulla Terra una vigorosa spinta in avanti. Possiamo verificarlo confrontando il cristianesimo con la dottrina del Vecchio Testamento. In questa dottrina l’uomo non sentiva ancora completamente l’«Io sono» nella propria personalità. Rimase un residuo di ciò che era rimasto dall’antico tempo della coscienza trasognata, in cui l’uomo non si sentiva come un Sé, ma come un arto dell’entità divina, così come l’animale è ancora oggi un membro dell’anima di gruppo. Gli uomini sono usciti e hanno progredito fino a un’esistenza individuale indipendente che sente l’«Io sono» in ogni singolo uomo, e Cristo è la forza che ha portato gli uomini a questa libera coscienza dell’«Io sono». Consideriamo questo fatto nel suo pieno significato interiore.
Il seguace dell’Antico Testamento non si sentiva ancora così segregato nella sua singola personalità come quello del Nuovo Testamento. Il seguace dell’Antico Testamento non si sentiva ancora pienamente un «Io». Egli si sentiva parte dell’antico popolo ebraico e percepiva l’«Io del gruppo di popolo». Trasferiamoci ora nella coscienza di un seguace dell’Antico Testamento. Il vero cristiano sente l’«Io sono» e imparerà gradualmente a sentirlo sempre più forte; il seguace dell’Antico Testamento, invece, non sentiva così l’«Io sono». Egli si sentiva un membro dell’intero popolo e alzava lo sguardo all’«Anima di gruppo», e se voleva esprimere questo, diceva: «La mia coscienza risale fino al padre dell’intero popolo, fino ad Abramo; io e il padre Abramo siamo tutt’uno. Un Io comune ci abbraccia tutti; e mi sento sicuro nella sostanzialità spirituale del mondo, soltanto quando mi sento riposare nella sostanza spirituale del popolo!». Così il seguace dell’Antico Testamento guardava in su fino a Padre Abramo e diceva: «Io e il Padre Abramo siamo tutt’uno! il medesimo sangue che scorre nelle vene di Abramo». Egli sentiva il Padre Abramo come la radice, dalla quale spuntava come un arto ogni singolo abramita. Poi venne il Cristo-Gesù e disse ai suoi iniziati più vicini e più intimi: «Finora gli uomini hanno giudicato soltanto secondo la carne, secondo la parentela del sangue; la coscienza per loro consisteva nel sentirsi riposare in un rapporto superiore e invisibile. Voi però dovete credere a un rapporto molto più spirituale, che va oltre la parentela del sangue. Dovete credere a un fondamento paterno spirituale, in cui è radicato l’Io, che è più spirituale di quel fondamento che unisce il popolo giudeo come Anima di gruppo; dovete credere a ciò che riposa in me e in ogni uomo, e ciò non è soltanto tutt’uno con Abraham – ciò è tutt’uno con il fondamento cosmico divino!»
Nel senso del Vangelo di Giovanni, il Cristo Gesù ha affermato: «Prima che Abramo fosse, ero io». Non soltanto fino al Principio-Padre, che arriva fino ad Abraham, risale il mio Io primordiale – l’Io è tutt’uno con ciò che pulsa attraverso l’intero Cosmo – fino a quello risale la mia spiritualità: «Io e il Padre siamo tutt’uno!» È quell’impulso, dato dalla comparsa del Cristo-Gesù, che ha spinto l’umanità a evolvere. Il Cristo Gesù fu il grande vivificatore dell’«Io sono».
Ora, cerchiamo di ascoltare ciò che i suoi iniziati più intimi dicevano, come esprimevano ciò che loro si manifestava. Essi dicevano: finora non è esistita nessuna singola corporeità umana, alla quale si potesse applicare questo nome dell’«Io sono», come a colui che per primo ha portato nel mondo questo significato dell’«Io sono»; e perciò chiamarono l’«Io sono» il nome del Cristo-Gesù. Questo era il nome, in cui gli iniziati più intimi si sentivano riuniti, il nome «Io sono», che essi intendevano. Dovete fare lo stesso con i capitoli più importanti del Vangelo di Giovanni. Se prendete il capitolo in cui sono riportate le parole: «Io sono la luce del mondo!», dovete intenderle in senso letterale. L’«Io sono», che allora per la prima volta si presenta nella carne, che cosa è? È la stessa forza del Logos che affluisce sulla Terra sotto forma di luce solare. Ovunque, nell’intero ottavo capitolo, a partire dal 12º versetto, che di solito è intitolato «Gesù, la luce del mondo», troverete la parafrasi di queste profonde verità legate al significato dell’«Io sono». L’«Io sono» era il nome, nel quale gli iniziati si sentivano uniti. Allora lo comprenderete, e questo capitolo vi apparirà tale da doverlo leggere, in sostanza, nel modo seguente:
Allora Gesù parlò ai suoi discepoli e disse: «Ciò che può dire «Io sono» a sè stesso è la forza della luce del mondo; e chi mi segue vedrà alla chiara lucida coscienza del giorno ciò che non vedono coloro che si aggirano nelle tenebre».
Coloro, però, che si attenevano all’antica credenza secondo cui la luce dell’amore potesse essere inoculata negli uomini soltanto per via notturna e che erano chiamati Farisei, risposero: «Tu ti appelli al tuo "Io sono", noi però ci appelliamo al Padre Abramo. Là sentiamo la forza che ci autorizza a presentarci come esseri autocoscienti; là ci sentiamo forti quando ci immergiamo nella comune base dell’Io che conduce fino al padre Abramo».
Gesù disse: «Quando si parla nel senso dell’«Io», come faccio io, la testimonianza è verace, perché io so che questo «Io» viene dal Padre, dalla comune base primordiale del mondo, e so dove ritorna».
Ora, l’importante frase (cap. 8, versetto 15), che dovete interpretare letteralmente nel modo seguente:
«Voi giudicate tutto secondo la carne. Io però non giudico nulla di ciò che è nella carne.
E quand’anche io giudicassi, il mio giudizio sarebbe verace. Perché l’Io non è di per sé solo, ma è unito al Padre, dal quale trae origine».
Questo è il significato di questo passo. Così vedete come le parole: «Prima che Abramo fosse, era l’«Io sono», contengano la quintessenza delle parole della dottrina cristiana.
Vedete ovunque il richiamo al Padre comune e potremo raffigurarci dinanzi all’anima il concetto di Padre anche con maggior precisione. Così vedete come le parole: «Prima che Abramo fosse, era l’«Io sono», contengano la quintessenza della dottrina cristiana.
Oggi abbiamo approfondito le parole del Vangelo di Giovanni meglio di quanto avremmo potuto se le avessimo interpretate in modo esteriore. Abbiamo tratto queste parole dalla saggezza dello Spirito, in quanto abbiamo fatto riferimento ad alcune parole importanti del Vangelo di Giovanni che indicano appunto l'essenza del Cristianesimo. Vedremo come, proprio grazie alla comprensione di tali parole essenziali e primordiali del Vangelo, l'intero Vangelo di Giovanni si riempirà di luce e chiarezza.
Considerate tutto questo come il contenuto della dottrina che è stata insegnata nella scuola esoterica cristiana e che lo scrittore del Vangelo di Giovanni ha trascritto nel modo di cui parleremo, per trasmetterla alle generazioni future a coloro che vogliono veramente penetrarne il senso.
Dalle tre precedenti conferenze si è potuto sufficientemente rilevare che nel Vangelo di Giovanni è possibile ritrovare le verità scientifico-spirituali. Ciò che è emerso con altrettanta evidenza è che per trovare queste verità è necessario considerare ogni parola del Vangelo di Giovanni con attenzione. In questi documenti religiosi è fondamentale comprendere perfettamente il vero significato delle parole. Tutto in questo documento, e lo vedremo ancora in diversi altri casi, ha un significato più profondo di quanto si possa immaginare. Non è però soltanto il tenore delle parole in una determinata frase che va preso in considerazione, ma anche qualcosa d’altro: la formazione, la composizione e la struttura del documento. Purtroppo, l’uomo odierno non ha più completamente il giusto sentire per tali cose. Gli antichi scrittori – se così ci è permesso di chiamarli – hanno messo nelle loro opere una composizione architettonica e una struttura interiore molto più grandi di quanto si creda comunemente. Per rendersene conto, basta pensare a un poeta relativamente poco lontano, Dante, e al fatto che la «Divina Commedia» sia architettonicamente costruita e articolata sulla base del ternario; non è senza ragione, infatti, che ogni parte della Commedia si chiuda con la parola «stelle». Questo può servire a mostrare come gli antichi scrittori abbiano costruito le loro opere architettonicamente; soprattutto nei grandi documenti religiosi non si deve mai perdere di vista questa composizione architettonica, perché in certe circostanze essa può significare moltissimo. Questo significato, però, va prima rintracciato.
A questo proposito, bisogna ricordare che alla fine del 10º capitolo del Vangelo secondo Giovanni vi è una frase di cui dobbiamo conservare memoria. È scritto nel 41° versetto: «E andarono da lui molti e dissero: "In quanto a Giovanni, non fece alcun segno.
e tutto quello che di costui disse Giovanni era la verità».
Questo significa che in questo versetto del 10° capitolo viene indicata la veridicità della testimonianza che Giovanni dà del Cristo; con parole speciali viene espresso che questa testimonianza è vera. Ora, arriviamo alla fine del Vangelo di Giovanni e vi troviamo un versetto corrispondente: 21° capitolo: «Questo è quel discepolo che attesta queste cose e le ha scritte; e sappiamo che la sua testimonianza è veritiera».
Così, alla fine, abbiamo una dichiarazione che la testimonianza di colui che riferisce è veritiera. Tali corrispondenze e armonie, che ora qua ora là ci dicono qualcosa di speciale con una parola, non sono mai senza ragione negli antichi scritti; dietro a questa particolare corrispondenza si nasconde infatti qualcosa d’importante e, se ne indichiamo la base, le nostre considerazioni si troveranno in giusta luce.
A metà del Vangelo di Giovanni si narra un fatto senza il quale non è possibile comprendere il Vangelo. Immediatamente dopo il passo in cui si trovano quelle parole che confermano la veridicità della testimonianza, vi è il capitolo sul risveglio di Lazzaro. Questo capitolo sul risveglio di Lazzaro divide l’intero Vangelo di Giovanni in due parti. Sentiamo spesso dire: «Il Signore lo amava». Che cosa significa dunque il «risveglio di Lazzaro»?
Vi ricordo che dopo la narrazione del risveglio di Lazzaro, nel Vangelo di Giovanni vi è una frase apparentemente enigmatica. Raffiguratevi un po' l'intera situazione: il Cristo Gesù compie ciò che, nel linguaggio comune, viene chiamato un miracolo e che, nel Vangelo stesso, è chiamato «segno»: il risveglio di Lazzaro. E dopo vi sono le seguenti parole: «Quest’uomo fa molti segni», e tutto ciò che segue mostra che gli accusatori non vogliono avere nulla a che fare con lui a causa di questi segni. Se leggete queste parole, in qualunque lingua siano state tradotte (vi ho già accennato nel mio Cristianesimo come fatto mistico), dovete chiedervi: cosa sta veramente a base di esse? È proprio il risveglio di un uomo a spingere gli oppositori a insorgere contro il Cristo Gesù? Perché proprio il risveglio di Lazzaro eccita tanto gli oppositori? Perché comincia proprio allora la persecuzione? Chi sa leggere con intendimento deve accorgersi che un profondo mistero si nasconde in questo capitolo. Questo mistero che vi si occulta non è altro che la comunicazione di chi sia effettivamente l'autore del Vangelo secondo Giovanni e di tutto ciò che in quel Vangelo viene detto. Per comprenderlo, dobbiamo gettare uno sguardo su ciò che chiamiamo «iniziazione» negli antichi Misteri. Come si svolgeva questa iniziazione negli antichi Misteri?
Un uomo, che era stato iniziato, poteva avere egli stesso delle esperienze e delle vicende nei mondi spirituali, e poteva quindi diventare un testimone di tali mondi. Coloro che erano giudicati maturi per l’iniziazione venivano attirati in questi Misteri. Ovunque – in Grecia, presso i Caldei, presso gli Egizi, presso gli Indiani – vi erano questi Misteri. In essi gli iniziandi venivano istruiti a lungo sulle cose che oggi apprendiamo nella scienza dello Spirito; e quando erano sufficientemente istruiti, avveniva ciò che apriva loro la strada alla visione diretta. Ma agli albori dell'era moderna non era possibile ottenere questo risultato se non sottoponendo l'uomo, nei confronti delle sue quattro membra - il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l'Io - a uno stato del tutto speciale. Durante questo periodo, l’iniziando veniva trasferito, per tre giorni e mezzo, in uno stato simile alla morte, da colui che lo iniziava e che se ne intendeva. Questo avveniva per la seguente ragione. Quando nell’attuale ciclo di evoluzione l’uomo si trova in quello che ordinariamente si chiama stato di sonno, il suo corpo fisico e il suo corpo eterico giacciono nel letto, mentre l’Io e il corpo astrale ne vengono sollevati fuori. L’uomo non può allora percepire alcun evento spirituale attorno a sé, perché il suo corpo astrale non ha ancora organi spirituali sensori per percepire in quel mondo in cui si trova. Soltanto quando il corpo astrale e l’Io rientrano nel corpo fisico e nel corpo eterico e si servono di nuovo degli occhi e delle orecchie, l’uomo percepisce nuovamente il mondo fisico, cioè, in genere, il mondo che lo circonda. Per mezzo di ciò che gli iniziandi avevano imparato, essi diventavano capaci di formare gli organi sensori spirituali del loro corpo astrale. Quando il corpo astrale aveva formato questi organi sensori, occorreva provvedere a imprimere nel corpo eterico tutto ciò che il corpo astrale aveva accolto in sé, come le parole di un sigillo nella ceralacca. Questo è ciò che importava. Tutte le preparazioni per l’iniziazione poggiavano sul fatto che l’uomo si dedicasse a tali processi interiori che trasformavano l’organizzazione del suo corpo astrale. L’uomo, anche nei riguardi del suo corpo fisico, era in tempi remoti tale che non aveva occhi né orecchie come oggigiorno, ma aveva invece degli organi indifferenziati, esattamente come gli animali che non sono mai stati esposti alla luce, i quali non hanno occhi. È la luce a formare l’occhio, è il suono a formare l’orecchio. Ciò che l’uomo esercita mediante la meditazione e la concentrazione, e ciò che egli sperimenta interiormente per tal mezzo, agisce come la luce sull’occhio e il suono sull’orecchio; per tal mezzo il corpo astrale viene trasformato e vengono tratti fuori gli organi di conoscenza per guardare nel mondo astrale e in quello superiore. Tuttavia, poiché il corpo eterico era ancorato al corpo fisico, ciò che veniva conseguito con gli esercizi non si fissava completamente nel corpo eterico. Ciò che si forma inizialmente nel corpo astrale viene impresso sul corpo eterico. Fintantoché il corpo eterico era conficcato dentro il corpo fisico, però, non era possibile che ciò che veniva conseguito per mezzo degli esercizi si imprimesse veramente nel corpo eterico. Per questo motivo, occorreva che il corpo eterico venisse sollevato fuori dal corpo fisico. Quando dunque, durante i tre giorni e mezzo di sonno simile a morte, il corpo eterico veniva sollevato fuori dal corpo fisico, tutto ciò che era stato preparato nel corpo astrale veniva impresso in quello eterico. L’uomo sperimentava il mondo spirituale. Quando veniva poi richiamato nel corpo fisico dal sacerdote iniziatore, egli era un testimone per scienza propria di ciò che si svolge nei mondi spirituali. Questa procedura è diventata inutile proprio grazie alla comparsa del Cristo Gesù. Questo sonno simile a morte di tre giorni e mezzo può ora essere sostituito dalla forza emanata dal Cristo. Nel Vangelo di Giovanni risiedono infatti le forze potenti grazie alle quali, anche se il corpo astrale è ancora dentro il corpo fisico, esso ha nondimeno la forza di imprimere in quello ciò che in esso prima è stato preparato. Tuttavia, affinché ciò fosse possibile, era necessario che prima vi fosse il Cristo Gesù. In precedenza, gli uomini non erano in grado di imprimere nel corpo eterico, tramite questo procedimento caratteristico, ciò che per mezzo della meditazione e della concentrazione era stato preparato nel corpo astrale. Questo processo si svolgeva spesso nei Misteri: un iniziando veniva posto da un sacerdote iniziatore in un sonno simile a morte e, attraverso i mondi superiori, veniva condotto da un sacerdote iniziatore nel suo corpo fisico, per poi essere richiamato nuovamente nel suo corpo fisico ed essere, per esperienza propria, un testimone dei mondi spirituali.
Questo processo avveniva sempre in gran segreto e il mondo esteriore non era a conoscenza dei Misteri antichi. Per mezzo del Cristo Gesù, al posto dell’antica iniziazione, doveva subentrare una nuova, determinata da quelle forze delle quali parleremo in seguito. Bisognava, in un certo senso, porre fine all’antica forma di iniziazione. Ma occorreva un passaggio dall’era antica a quella nuova, e per questo passaggio era necessario che si facesse un’iniziazione nel modo antico, però nell’esoterismo cristiano. Questo compito spettava a Cristo Gesù e l’iniziando era chiamato Lazzaro. «Questa malattia non è per morte», così sta scritto; essa è il sonno simile a morte di tre giorni e mezzo, e questo è chiaramente indicato.
Vedrete che il fatto viene esposto in modo molto velato, ma chi è in grado di decifrare questi modi di rappresentare in modo velato, lo percepirà come un’iniziazione. L’individualità di Lazzaro doveva essere iniziata in modo che egli potesse diventare un testimone dei mondi spirituali. Nel linguaggio dei Misteri, ci sono parole molto significative: «Il Signore amava Lazzaro». Che cosa significa amare nel linguaggio dei Misteri? Nel linguaggio dei Misteri, amare esprime il rapporto fra discepolo e maestro. «Colui che il Signore amava» è il discepolo più intimo, il più iniziato. Il Signore stesso aveva iniziato Lazzaro, e questi si è alzato dalla tomba come un iniziato, vale a dire, dal luogo del suo rito di iniziazione. Le medesime parole «colui che il Signore amava» vengono sempre dette in seguito di Giovanni, – o, per dir meglio – dello scrittore del Vangelo di Giovanni, perché il nome «Giovanni» non viene menzionato; è appunto colui che è il discepolo prediletto e al quale deve ricondursi il Vangelo di Giovanni. È Lazzaro stesso risvegliato, e lo scrittore del Vangelo intendeva dire con questo: «Ciò che io dico, lo dico per virtù dell’iniziazione che mi è stata impartita dal Signore stesso! Perciò, lo scrittore del Vangelo di Giovanni distingue bene ciò che avviene prima e dopo il risveglio di Lazzaro. Prima di quel risveglio viene citato un antico iniziato, uno che ha raggiunto la conoscenza dello Spirito, e la sua testimonianza è ritenuta verace. «Di ciò che c’è da dire sulle cose più profonde, sul Mistero di Palestina, parlo io stesso, io, il risvegliato; di queste posso parlare soltanto dopo il risveglio!» Nella prima parte del Vangelo abbiamo dunque la testimonianza dell’antico Giovanni, mentre nella seconda parte abbiamo la testimonianza del nuovo Giovanni, che il Signore stesso ha iniziato. Perché egli è Lazzaro risvegliato. Questo è il significato da attribuire a questo capitolo. Esso vi è, perché Giovanni voleva dire: «Mi riferisco alla testimonianza dei miei sensi sovrasensibili, delle mie forze cognitive spirituali». Non è nel mondo fisico che ho visto ciò che racconto, ma nel mondo spirituale, nel quale mi trovavo perché il Signore mi ha impartito l’«iniziazione».
Questo significa che la figura del Cristo Gesù, così come ci viene presentata nei primi capitoli del Vangelo di Giovanni fino alla fine del decimo capitolo, deve essere compresa alla luce della conoscenza che, per così dire, poteva avere anche chi non fosse stato ancora iniziato in modo approfondito dal Cristo Gesù stesso.
Ora potremo dire: «Ma noi abbiamo udito in queste conferenze quelle profonde parole sul Cristo Gesù, come Logos incarnato, come luce del mondo, ecc.». Non c'è da meravigliarsi che queste profonde parole sul Cristo Gesù vengano pronunciate fin dai primi capitoli. Infatti, negli antichi misteri il Cristo-Gesù, cioè il Cristo che sarebbe comparso in futuro nel mondo, non era un'entità sconosciuta. E tutti i Misteri facevano riferimento a Uno che doveva ancora venire. Perciò gli antichi iniziati erano detti «Profeti», perché avrebbero dovuto prima profetizzare ciò che sarebbe accaduto in futuro. Per questo motivo le iniziazioni avevano proprio lo scopo di far conoscere chiaramente che, in futuro, il Cristo si sarebbe rivelato all’umanità. Così, ciò che egli già allora poteva sapere gli rivelava la verità, che gli permetteva di profetizzare che in Cristo Gesù gli stava dinanzi colui di cui parlavano i misteri. Per comprendere il rapporto tra il Battista e Cristo, dobbiamo prima rispondere a due domande: come si colloca il Battista nel suo tempo e come si spiega ciò che è scritto all'inizio del Vangelo di Giovanni.
Come si colloca il Battista nella sua epoca? Che cosa è veramente il Battista? Come gli altri che ne hanno udito qualcosa durante le iniziazioni, ha ricevuto l’annuncio della venuta del Cristo, ma appare come l’unico a cui, di fronte al Cristo Gesù, si rivela il vero segreto che colui che è comparso è precisamente il Cristo. I Farisei, conservatori, vedevano nel Cristo Gesù qualcuno che si opponeva al loro antico principio di iniziazione e, nella loro mentalità conservatrice, non potevano ammettere una cosa del genere. Essi dicevano, appunto perché erano conservatori: bisogna mantenere l’antico principio d’iniziazione! Questa contraddizione, parlare sempre del futuro Cristo senza però trovare mai il momento in cui egli fosse realmente presente, sta proprio alla base del loro conservatorismo. Perciò, quando il Cristo Gesù risuscitò Lazzaro, essi dovettero considerare ciò come una violazione delle antiche tradizioni dei Misteri. «Quest’uomo compie molti segni, non possiamo aver comunanza con lui!» Secondo il loro concetto, egli ha tradito i misteri, ha reso pubblico ciò che doveva rimanere nascosto. Ora comprendiamo che per loro questo sembrava un tradimento che poteva costituire un addebito da addurre contro di lui. Da questo momento inizia una persecuzione repentina nei confronti di Cristo.
In quale qualità si palesa ora il Battista nei primi capitoli del Vangelo secondo Giovanni?
Anzitutto, come colui che conosce bene la verità dei misteri del Cristo che deve venire e la conosce talmente bene che lo stesso scrittore del Vangelo di Giovanni può ripetere ciò di cui anche il Battista doveva avere conoscenza e di cui si era convinto, grazie a quanto impareremo a conoscere.
Abbiamo visto il significato delle primissime parole del Vangelo secondo Giovanni. Ora esaminiamo ciò che viene detto del Battista stesso. Cerchiamo di tradurlo nel modo più giusto possibile. Finora abbiamo udito soltanto le prime parole.
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era appresso Dio.
Per mezzo di lui sono state create tutte le cose: e senza di lui nulla di ciò che è stato creato sarebbe stato creato. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno compresa.
Vi fu un uomo mandato da Dio, chiamato Giovanni.
Costui venne come testimone, affinché rendesse testimonianza alla luce; e per mezzo di lui tutti credessero.
Egli non era la luce, ma era mandato per rendere testimonianza alla luce.
La vera luce, che illumina tutti gli uomini, doveva venire nel mondo.
Era nel mondo, e il mondo per mezzo di lei è diventato, ma il mondo non l’ha riconosciuta. Venne negli individui (venne fino all’uomo interiore) ma gli individui (gli uomini interiori) non l’accolsero.
Ma chi lo ricevette poté manifestarsi come figlio di Dio.
Coloro che credettero al suo nome non per via di sangue, né per volontà della carne, né per volontà d’uomo, ma per opera di Dio, sono nati.
E il Verbo si è fatto carne, ha abitato fra di noi e noi abbiamo udito il suo insegnamento, quello dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni rende testimonianza di lui e annuncia chiaramente: «Questi è colui del quale io dicevo: dopo di me verrà colui che è stato prima di me. Egli è il mio precursore.
Tutti noi abbiamo ricevuto grazia su grazia dalla sua pienezza.
La legge fu data da Mosè, la grazia e la verità però sono nate da Gesù Cristo.
Nessuno ha mai visto Dio con i propri occhi. L’unigenito Figlio, che è nell’interiorità del Padre universale, è divenuto la Guida per questa visione».
Queste sono le parole che, in linea di massima, rendono il senso di queste prime frasi del Vangelo secondo Giovanni. Ma prima di fornirne una spiegazione, è necessario aggiungere qualcosa. Che cosa dice di sé lo stesso Giovanni? «Vi ricorderete che avevano mandato a chiedere informazioni su chi fosse Giovanni il Battista. Vengono a domandargli chi sia i sacerdoti e i leviti. Per comprendere il motivo per cui egli dia ora questa risposta, rimandiamo al seguito. Per il momento, però, vogliamo semplicemente considerare ciò che egli stesso dice: «Sono la voce di uno che grida nella solitudine». Queste sono le parole che stanno scritte.
«Io sono la voce di uno che grida nella solitudine!» Nella solitudine, sta scritto – letteralmente in greco, la parola «eremos» significa «il solitario». Ora, è più giusto dire: «Io sono la voce di uno che grida nella solitudine» piuttosto che «Io sono la voce di uno che predica nel deserto». E comprenderemo meglio tutto ciò che è esposto nelle parole iniziali del Vangelo di Giovanni, se teniamo a mente l’auto-caratteristica di Giovanni. Perché egli chiama sé stesso «la voce di uno che grida nella solitudine»?
Nel corso dell’evoluzione dell’umanità abbiamo visto che la vera missione della Terra è l’amore, ma che essa non può concepirsi se non quando l’amore viene offerto dall’uomo autocosciente come dono volontario, e l’uomo si conquisti a poco a poco il proprio Io, che lentamente e gradatamente s’immerga nella natura umana. Sappiamo che gli animali non hanno un Io individuale. Se il singolo leone dicesse «Io», non si intenderebbe con ciò il singolo animale, ma l’Io di Gruppo nel mondo astrale. Così anche i gruppi di animali della stessa specie si rivolgono a quell’Io di Gruppo, che è supersensibilmente percepibile nell’astrale. Questo è il grande privilegio dell’uomo rispetto agli animali: egli ha un Io individuale. Tuttavia, l’Io individuale si sviluppa solo gradualmente. Anche l’uomo ha cominciato con un Io di gruppo, con un Io che apparteneva a un intero gruppo di uomini.
Se si risalisse alle antiche popolazioni e alle antiche razze, si troverebbe ovunque che, originariamente, gli uomini formavano dei piccoli gruppi. Nei popoli germanici non occorrerebbe neppure risalire molto indietro. Negli scritti di Tacito si può constatare che nel singolo Germano c'è più della stirpe intera che della sua individualità. Il singolo si sente più un membro della stirpe dei Cheruschi o dei Sigambri che una singola personalità; perciò anche il singolo rappresenta il destino dell’intera stirpe e non ha importanza chi debba vendicare un’offesa, se sia stata sofferta da un singolo membro o dall’intera stirpe. Col tempo, però, alcune persone escono dalla stirpe, spezzandola e impedendo che rimanga compatta. L’uomo, evolvendosi, ha superato il carattere dell’anima di gruppo e si è innalzato progressivamente al sentimento dell’Io, della personalità singola. Possiamo comprendere certi aspetti e, in particolare, gli antichi documenti religiosi soltanto se conosciamo questo segreto delle anime e degli Io di gruppo. Presso i popoli che avevano sviluppato la consapevolezza del singolo Io, perdurava pur sempre un Io che si estendeva non soltanto a gruppi spaziali simultaneamente in vita, ma anche a gruppi temporali. Oggi la memoria degli uomini è tale che ciascuno di essi si ricorda soltanto della propria gioventù. Ma esisteva un tempo in cui esisteva un’altra memoria, in cui l’uomo non si ricordava soltanto delle proprie azioni, ma anche di quelle di suo padre, di suo nonno e delle proprie. La memoria andava oltre nascita e morte, arrivando a rintracciare la parentela di sangue. Un antenato, il cui sangue scorreva attraverso le generazioni, trasmetteva per secoli la memoria con lo stesso sangue e un nipote o un discendente di una stirpe diceva "Io" per le azioni e i pensieri dei suoi antenati, così come per i propri. Non ci si sentiva allora chiusi fra nascita e morte, ma parte di una catena di generazioni, il cui centro era l’antenato. Questa era infatti la coesione dell’Io, il ricordarsi appunto delle azioni del padre, del nonno, ecc. Negli antichi tempi questo legame veniva espresso esteriormente per mezzo dell’imposizione del nome. Il figlio non si ricordava soltanto delle proprie azioni, ma anche di quelle del padre, del nonno e così via. La memoria si estendeva attraverso le generazioni. Tutto ciò che la memoria abbracciava era chiamato, nei tempi antichi, «Noè» o «Adamo». Con questi nomi non si designavano dei singoli uomini, ma le serie degli «Io», che conservavano la memoria per secoli. Questo segreto si nasconde anche dietro i nomi dei Patriarchi. Perché i Patriarchi vivevano così a lungo? Non sarebbe mai venuto in mente agli antichi di assegnare subito un nome a un singolo uomo, che si trovava fra nascita e morte. Adamo rappresenta una memoria collettiva, appunto perché l’antica assegnazione dei nomi non teneva nessun conto della limitazione spaziale e temporale.
Così, poco a poco e lentamente, il singolo Io umano si è liberato dall’anima di gruppo, dall’Io di gruppo; l’uomo è arrivato gradualmente alla coscienza del suo Io singolo. Prima, egli sentiva il suo Io nell’appartenenza alla stirpe, nel gruppo di uomini con i quali era imparentato per via di sangue, nello spazio o nel tempo; di qui il detto: «Io e il Padre siamo uno!» cioè, siamo un Io! Ma l’evoluzione andò oltre: il singolo si sentiva racchiuso in un Tutto, perché il sangue comune scorreva nelle vene di tutti i membri del rispettivo popolo. Ma l’evoluzione andò oltre. Divenne maturo il tempo in cui, proprio nel seno di questi popoli, gli uomini dovevano sentire il loro singolo Io. Dare agli uomini ciò di cui avevano bisogno per sentirsi sicuri e saldi nel loro singolo Io, questa era la missione del Cristo. Dobbiamo interpretare in questo modo anche le parole che possono essere fraintese facilmente: «Chi non rinnega moglie e figlio, padre e madre, fratello e sorella, non può essere mio discepolo!» Non dobbiamo intendere questo nel senso comune, come un incitamento ad abbandonare la famiglia; ma dobbiamo intendere: voi dovete sentire che ognuno di voi è un singolo Io, che è direttamente tutt’uno con il Padre spirituale, il quale fluttua attraverso il mondo ed è uno. In passato, il seguace dell’Antico Testamento diceva: «Io e il padre Abramo siamo uno», perché l’Io si sentiva riposare nella parentela del sangue. Ora doveva affermarsi il nuovo sentimento di essere tutt’uno con la base spirituale del Padre. Non più la parentela del sangue, ma la conoscenza del puro principio spirituale del Padre con il quale tutti sono uno, doveva essere il pegno che l’uomo apparteneva a un tutto.
Così, secondo il Vangelo di Giovanni, il Cristo è colui che dà il grande impulso, il quale conferisce all’uomo ciò che gli occorre per sentirsi eternamente nel suo singolo Io individuale. Il cambiamento dall’Antico Testamento al Nuovo consiste in questo: l’antico ha sempre qualcosa dell’anima collettiva, in cui un Io si sente associato agli altri Io e non percepisce bene né sé né gli altri Io, mentre percepisce ciò in cui sta con questi unitamente riparato: l’Io di popolo o l’Io della stirpe.
Come doveva ora sentirsi un Io, diventato tanto maturo da non avvertire più il vincolo con le altre personalità individuali dell’anima di gruppo? Come avrebbe dovuto percepire l’Io isolato all’epoca in cui si poteva dire: «Non è più il tempo in cui si possa percepire come verità umana della vita il fatto di far parte di un gruppo, di far parte di un’anima di gruppo, di far parte di una comunità; ma deve venire prima colui che dà all’anima il pane spirituale della vita, per mezzo di cui l’Io singolo riceve il suo nutrimento?» L’Io singolo doveva sentirsi solitario e il precursore del Cristo doveva dire: «Io sono un Io, uscito dal guscio e che si sente solitario. E proprio perché ho imparato a sentirmi solitario, mi sento come un profeta, al quale l’Io, nella solitudine, dà il giusto nutrimento spirituale». – Perciò l’annunciatore doveva indicare sé stesso come uno che grida nella solitudine, vale a dire come l’Io già isolato, isolato dall’anima di gruppo, che grida chiedendo ciò di cui l’Io singolo può ricevere nutrimento. «Io sono la voce di chi grida nella solitudine». Ascoltiamo di nuovo la profonda verità: «Ogni Io individuale umano è qualcosa di completamente poggiato su se stesso; io sono la voce dell’Io che si è disciolto e che cerca la sua base, sulla quale poter poggiare come Io liberato». Ora comprenderete il passo: «Io sono la voce di uno che grida nella solitudine».
Per comprendere appieno le parole del Vangelo secondo Giovanni, dobbiamo familiarizzare con il modo in cui i nomi e le indicazioni venivano assegnati in generale a quell’epoca. A quei tempi l’assegnazione dei nomi non era così astratta e insignificante come lo è oggi. Se gli studiosi della Bibbia riflettessero un po' su quanto vi è scritto, non avanzerebbero interpretazioni superficiali. Come ho già fatto notare, quando il Cristo dice: «Io sono la Luce del mondo», è necessario intendere che egli fu il primo a dare espressione e impulso all’Io-sono. Perciò, là dove nei primi capitoli si trova l’espressione «Io sono», questa deve sempre essere particolarmente accentuata. Tutti i nomi e le indicazioni, in quel tempo, erano utilizzati in senso assolutamente reale e, al contempo, profondamente simbolico. A questo proposito, si cade spesso in un grave errore. Con giudizio molto superficiale qualcuno potrebbe dire: «Sì, secondo una tale concezione molte cose vengono a essere intese simbolicamente, ma di un'interpretazione siffatta, in cui tutto deve essere inteso simbolicamente, noi non ne vogliamo sapere, perché così voi fate sparire gli avvenimenti storici della Bibbia». Coloro che non capiscono niente degli avvenimenti storici, possono dire: «Qui tutto è inteso soltanto simbolicamente». Ma chi parla così, non comprende per l’appunto niente dei Vangeli. Non è la realtà storica che viene rinnegata da un'interpretazione simbolica; bisogna invece riaffermare che la spiegazione esoterica abbraccia entrambe le concezioni: quella dei fatti come storici e il significato che ad essi attribuiamo. Chi vede soltanto i fatti brutali esteriori, per esempio un uomo che è nato in una località qualsiasi a una data epoca, non comprenderà che questo uomo è qualcosa di più di un semplice uomo con il rispettivo nome e di cui si può scrivere la biografia. Chi però conosce il rapporto spirituale, imparerà a comprendere che l’uomo, che è nato in un determinato luogo, quest’uomo vivente, è anche un simbolo per il suo tempo e che per mezzo del suo nome si esprime l’intero significato che egli ha per l’umanità. I Vangeli sono al contempo simbolo e storia, non soltanto l’uno o l’altro; di questo bisogna tenere conto nella loro vera spiegazione. In quasi tutti gli eventi e le indicazioni, vedremo che Giovanni, o lo scrittore del Vangelo secondo Giovanni, che vede con percezioni sovrasensibili, vede al contempo gli eventi e la manifestazione di profonde verità spirituali. Egli ha davanti agli occhi la figura storica del Battista – e guarda la figura storica; – al contempo, però, anche questa vera figura storica è per lui simbolo per tutti gli uomini che, negli antichi tempi, erano già stati chiamati a imprimere in sé l’Io, ma che si erano appena messi su quella via, e nel cui Io singolo poteva risplendere la luce del mondo; – ma non per quegli altri uomini che non erano ancora in grado di comprendere nelle loro tenebre la luce del mondo.
Ciò che nel Cristo Gesù è apparso come Vita, Luce e Logos, risplendeva già da sempre nel mondo, ma coloro che stavano soltanto in via di diventar maturi non lo hanno riconosciuto. La Luce è sempre stata lì. Se la Luce non ci fosse stata, non sarebbe potuta nascere la disposizione all’Io. Sulla luna esistevano soltanto il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale dell’uomo odierno; nessun Io era presente. Soltanto perché la luce si è trasformata nel modo in cui risplende oggi sulla Terra, ha avuto la forza di accendere i singoli Io e di condurli lentamente a maturazione. «E la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno compresa». La luce è giunta fino all’uomo singolo, fino all’uomo-Io; gli uomini-Io non sarebbero potuti nascere affatto, se la luce non fosse stata versata in loro dal Logos. Ma gli uomini-Io non l’accolsero. L’hanno accolta solo alcuni pochi, gli iniziati, che si sono innalzati fino ai mondi spirituali e che hanno sempre portato il nome di «figli di Dio», perché avevano una conoscenza del Logos, della Luce e della Vita e ne potevano sempre dare testimonianza. Erano alcuni pochi che, dagli antichi Misteri, sapevano già dei mondi spirituali. Che cosa viveva dunque in loro? Viveva in loro ciò che nell’uomo è eterno e che essi vivevano del tutto coscientemente. Essi già presentivano le grandi parole: «Io e il Padre siamo uno», cioè «Io e la grande Causa primordiale siamo uno!». E ciò che di più profondo portavano nella coscienza, il loro proprio Io, non l’avevano da padre e madre, ma per mezzo della loro iniziazione nel mondo spirituale. Non l’avevano dal sangue, dalla carne o dalla volontà di un padre o di una madre, ma «da Dio», vale a dire dal mondo spirituale. La luce discese fino all’Io di gruppo, ma i singoli non l’accolsero. Coloro che l’accolsero, però, erano solo in pochi, e per essa poterono farsi figli di Dio; coloro però che ebbero fiducia in essa, diventarono tali per mezzo di Dio, attraverso l’iniziazione. Siamo arrivati così a un’idea chiara. Ma perché tutti gli uomini con i sensi terreni potessero riconoscere il Dio che vi era, egli ha dovuto comparire sulla Terra, in modo che lo si potesse vedere con occhi corporei; perciò dovette assumere una figura di carne, perché una figura siffatta può essere veduta soltanto con gli occhi corporei. Inizialmente, solo gli iniziati nei misteri potevano vederlo; ora, però, per la salute di tutti, egli aveva assunto una figura di carne: «Il Verbo, o il Logos si era fatto carne». Così lo scrittore del Vangelo di Giovanni riconnette la comparsa storica del Cristo Gesù con l’intera evoluzione. «Abbiamo udito il suo insegnamento, l’insegnamento dell’unigenito Figlio del Padre!» Che insegnamento è questo? Come sono generati gli altri uomini?
Negli antichi tempi, in cui vennero scritti i Vangeli, i figli nati dal matrimonio erano detti «bi-geniti». Si chiamavano bi-geniti, per la miscela del sangue di padre e madre. Coloro che non sono nati da carne, non per azione degli uomini e non per miscela di sangue, sono «nati da Dio». Questo è «uni-generato» – unigenito. Coloro che erano chiamati figli di Dio erano sempre in certo modo «uni-generati» e l’insegnamento del Figlio di Dio è l’insegnamento dell’uni-generato. L’uomo fisico è «bi-generato», l’uomo spirituale è «uni-generato». La parola indica che l’uomo, oltre alla nascita fisica, può attraversare anche una nascita spirituale, cioè l’unione con lo Spirito, la nascita per mezzo della quale diventa l’uni-generato, il bambino, il figlio della Divinità. – Un tale insegnamento poteva per la prima volta essere udito soltanto per opera di colui che rappresentava la parola, divenuta carne. Per mezzo di lui, l’insegnamento è diventato universale: «L’insegnamento del Figlio unigenito dal Padre, pieno di dedizione e di verità!» «Dedizione» è la traduzione più giusta, perché, sebbene si abbia a che fare con un nascere dalla Divinità, si rimane comunque con essa collegati, eliminando ogni illusione che deriva dall’essere bi-generati e che costringe l’uomo negli errori dei sensi. Questo, al contrario, è un insegnamento che porta la verità in Cristo Gesù, come egli fu e dimorò fra gli uomini, come Logos incarnato. Giovanni si nominò il precursore, il predecessore, colui che precede per annunciare l’Io. Giovanni indica se stesso come colui che sapeva bene che questo Io deve diventare indipendente nei singoli, ma che doveva rendere testimonianza di Colui che doveva venire per compiere questa opera. Egli diceva chiaramente: «Colui che dovrà venire è l’«Io sono», che è eterno, che può davvero dire di sé stesso: Prima di Abramo era l’«Io sono». Giovanni poteva dire: «L’Io, di cui qui si parla, è stato prima di me; sebbene io sia il suo precursore, esso è al contempo il precursore mio, io rendo testimonianza di ciò che prima era in ogni uomo; dopo di me verrà colui, che è stato prima di me!» Ora vengono dette parole importanti: «Dalla pienezza di lui abbiamo ricevuto grazia su grazia». Molti uomini si chiamano cristiani, ma quando leggono questa parola «pienezza» la sorvolano, senza che questa parola susciti in loro alcun pensiero speciale.
«Pleroma» in greco significa «pienezza». Questo concetto è presente anche nel Vangelo di Giovanni. «Perché dal Pleroma noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia!» Come dicevo, per comprendere davvero il Vangelo di Giovanni, ogni parola deve essere ponderata. Che cosa è dunque il Pleroma, la Pienezza? Questo può capirlo solo chi sa che negli antichi misteri si parlava del Pleroma o della Pienezza come di una cosa assolutamente reale. Quando gli Elohim, entità spirituali che erano salite fino alla divinità sull’antica Luna, si distaccarono, uno di essi rimase sulla Luna e da lì riversò la forza dell’amore finché gli uomini non furono sufficientemente maturi per la luce dei rimanenti sei Elohim. Così, Jahve, il Dio singolo, il riflettore, e la sestupla pienezza della divinità, il «Pleroma», si distinguevano a vicenda. Ma poiché con l’insieme della coscienza del Logos solare s’intende il Cristo, quando si nomina lui, bisogna parlare della pienezza degli Dei. Questa profonda verità si nasconde dietro le parole: «Perchè dal Pleroma abbiamo ricevuto grazia su grazia».
Ora, per procedere, trasferiamoci nell’epoca delle anime di gruppo, quando il singolo sentiva il proprio Io come parte di un gruppo. Consideriamo ora che cosa viveva nel gruppo come ordinamento sociale. Gli uomini, in quanto erano uomini visibili, vivevano come singoli, sentivano l’Io di gruppo, ma erano percepiti dai sensi come singoli. Poiché non si sentivano ancora come singoli, non potevano neppure percepire interiormente l’amore nella sua pienezza. Un uomo amava l’altro in quanto legato a lui da vincoli di sangue. La consanguineità era alla base di ogni tipo di amore. I consanguinei furono i primi ad amarsi e dall'amore di consanguinei è nato l'amore, che non è amore sessuale. Da questo amore di gruppo, gli uomini devono liberarsi sempre più e offrire l’amore come libero dono dell’Io. Alla fine dell’evoluzione della Terra, gli uomini arriveranno a un tempo in cui l’Io, divenuto indipendente nell’intimo, con piena dedizione avrà l’impulso a fare il giusto e il bene. Quando l’Io avrà questo impulso, agirà in modo giusto e generoso. Quando l’amore sarà spiritualizzato al punto che non si vorrà altro che seguire questo impulso stesso, allora sarà compiuto ciò che il Cristo Gesù voleva portare nel mondo. Perché uno dei segreti del cristianesimo è l’insegnamento: «Guardate al Cristo, riempitevi della forza della sua figura, cercate di diventare come lui, di seguirlo; e il vostro Io liberato diventerà tale, da non avere più bisogno di leggi, ma, come un essere libero nella propria interiorità, agirà in modo giusto. Così il Cristo è il portatore dell’impulso della liberazione dalla Legge, per cui il bene non viene fatto per virtù della Legge, ma per impulso dell’amore che vive interiormente. Questo impulso richiederà però l’intera epoca terrestre restante per la sua evoluzione. Ad esso è stato dato inizio dal Cristo Gesù e la figura del Cristo sarà sempre la forza che guiderà gli uomini a svilupparlo. Fintanto che gli uomini non erano maturi per accogliere un Io indipendente e finché esistevano come membra di un gruppo, essi dovevano essere regolati socialmente da una legge esteriormente manifestata. Anche oggi gli uomini non hanno superato completamente l’Io di gruppo! Oggi l’uomo è ancora un essere di gruppo, non è completamente un individuo! L’uomo che sia già oggi un essere libero (lo si chiama il «senza patria», a un determinato grado del discepolato esoterico) è ancora un ideale! Chi si impegna volontariamente nell’attività del mondo è individuale e non è regolato dalla Legge. Nel principio-Cristo sta il superamento della Legge: «Perché la Legge è data da Mosè; la grazia però dal Cristo». In senso cristiano, la grazia indicava la capacità dell’anima di operare il bene per virtù della propria interiorità. La grazia, e la verità interiormente riconosciuta, sono nate nel Cristo. Vedete quale profonda presa questo pensiero ha sull’intera evoluzione dell’umanità.
In passato, coloro che venivano iniziati erano condotti ad acquistare organi di percezione spirituale superiore. Con gli occhi esteriori nessuno ha mai visto un Dio prima d'ora. Il Figlio Uni-generato che riposa nell’interiorità del Padre è il primo che ci ha condotti a vedere un Dio nello stesso modo in cui gli uomini sulla Terra vedono il mondo circostante con i sensi terrestri. Prima il Dio era rimasto invisibile. Egli si rivelava nel sovrasensibile, per mezzo del sogno o di altri mezzi, nei santuari di iniziazione. Ora il Dio è diventato un fatto storico, sensibile, una figura di carne. Questo è quanto si evince dalle parole: «Nessuno ha mai veduto Dio. Il Figliolo Unigenito che era nell’interiorità del Padre dei Mondi è divenuto Colui che guida a questa visione». Egli ha condotto gli uomini a vedere un Dio con i sensi terrestri.
Così, nel Vangelo di Giovanni, vediamo indubbiamente con quale acutezza e significazione si accenni all’evento storico in Palestina e come vi si usino parole paradigmatiche chiaramente definite che dobbiamo tuttavia pesare sulla bilancetta, se vogliamo adoperarle per la comprensione del Cristianesimo esoterico. Nei prossimi incontri vedremo come questo tema venga ulteriormente sviluppato e come, al contempo, venga mostrato che il Cristo non è soltanto la guida di coloro che dipendono dall’anima di gruppo, ma che egli penetra in ogni singolo uomo e vuole conferire all’Io individuale il proprio impulso. La consanguineità rimane, ma vi si aggiunge la spiritualità dell’amore. E a questo amore, che va da Io a Io, egli dà l’impulso. Coloro che sono compresi nell’iniziazione giorno dopo giorno, scoprono una verità dopo l’altra. Una verità importante, per esempio, viene rivelata il terzo giorno. È quella in cui si impara a comprendere che nell’evoluzione della Terra c’è un momento in cui l’amore materiale collegato al sangue si spiritualizza sempre di più. Questo evento deve rendere palese il passaggio dal puro amore consanguineo all’amore spirituale. A questo viene accennato con parole significative dal Cristo Gesù, quando dice: «Verrà un tempo, che è il mio tempo, in cui le cose più importanti verranno compiute da uomini che non sono più collegati dalla consanguineità, ma stanno, come singoli, da per sé. Questo tempo però deve ancora venire». Il Cristo stesso, che dà il primo impulso, in un’occasione importante dice che questo ideale si avvererà un giorno, ma che il suo tempo ancora non è venuto. Egli lo afferma quando la madre lo incita a fare qualcosa per l’umanità, quasi a voler far valere il suo diritto di spingerlo a un’azione importante per gli uomini. Egli risponde allora: «Sì, ciò che facciamo oggi ha ancora a che fare con i vincoli del sangue, con il rapporto di "me e te"; perché il mio tempo ancora non è venuto!» Questo tempo in cui il singolo deve stare da solo è espresso con il racconto delle nozze di Cana, quando alla richiesta: «Non hanno più vino!», Gesù risponde: «Che cosa c'entra questo con me e te?». Gesù risponde in modo da dire: «Questo è qualcosa che ha ancora a che fare con «me e te»; non è ancora venuto il mio tempo!» Perciò nel testo compaiono le parole «fra me e te» e «non è ancora venuto il mio tempo». Ciò che vi è nel testo allude a questo mistero. Le parole: «Che ho io a fare con te, o donna?» non dovrebbero essere tradotte con «Che ho io a fare con te, o donna?», bensì con «Questo nel rapporto fra me e la tua consanguineità». Il testo è così fine e sottile, ma è comprensibile soltanto per chi lo vuole intendere. Se oggi questi documenti religiosi vengono continuamente spiegati da ogni specie di gente, vien fatto di domandare: i cristiani di oggi, che si ostinano a tradurre il Vangelo in modo scorretto, hanno ancora la capacità di sentire ciò che il Cristo intendeva dire quando disse: «Che ho io a fare con te, o donna?»
Per molta gente che oggi si definisce cristiana e che si richiama al Vangelo, si deve chiedere: «Ha essa il Vangelo?» Si tratta anzitutto di avere il Vangelo. Per un documento così profondo come il Vangelo di Giovanni, è necessario considerare ogni parola con attenzione per comprenderne il vero significato.
Nel corso dello studio del Vangelo di Giovanni, non bisogna mai trascurare di tenere in considerazione la spiegazione assolutamente fondamentale che abbiamo presentato ieri: nell’autore originario del Vangelo di Giovanni dobbiamo vedere il discepolo prediletto che è stato iniziato dal Cristo stesso. Qualcuno potrebbe naturalmente domandare: esiste forse un segno esteriore attraverso il quale l’autore del Vangelo di Giovanni lascia trasparire di essere arrivato alle forme superiori del sapere sul Cristo per mezzo del risveglio e dell’iniziazione descritta nel cosiddetto miracolo di Lazzaro?
Se leggete con cura il Vangelo di Giovanni, osserverete una cosa. Non troverete mai menzione del discepolo «che era amato dal Signore» prima di quel capitolo, che tratta del risveglio di Lazzaro. Questo significa che il vero autore del Vangelo di Giovanni vuole dire: ciò che precede non deriva ancora dall’iniziazione; fin qui non dovete ancora tener conto di me. Solo in seguito, dopo il risveglio di Lazzaro, viene menzionato il discepolo, «che era amato dal Signore». Così il Vangelo di Giovanni si scinde in due parti importanti: in una prima parte, in cui del discepolo amato dal Signore non si fa menzione, perché non era ancora iniziato; e soltanto dopo il risveglio di Lazzaro viene nominato quel discepolo. In nessun punto di quel documento troverete una contraddizione con quanto esposto nelle ultime conferenze. Naturalmente, un uomo che osserva il Vangelo soltanto superficialmente, sorvola facilmente su questo fatto, non ci pone attenzione; e oggi, che tutto viene volgarizzato e ogni specie di sapienza viene imposta all’uomo, dobbiamo assistere allo strano spettacolo che spesso sotto quella sapienza si nasconde molto equivoco.
A chi non sembrerebbe una benedizione se, grazie a una letteratura così essenziale come la «Biblioteca Universale Réclame», si potesse diffondere la scienza universale fra il popolo! Ora, fra gli ultimi fascicoli, ne è comparso uno sulla «Formazione della Bibbia». L’autore si qualifica sulla copertina come dottore in teologia, dunque è un teologo. Secondo l’autore, nel Vangelo secondo Giovanni, dal versetto 35 del primo capitolo in poi, si fa riferimento a Giovanni come autore del Vangelo. Quando mi capitò tra le mani, rimasi stupito e mi dissi: "Qui c'è qualcosa di molto strano, che va contro tutte le passate opinioni occulte, secondo le quali il discepolo prediletto non viene citato prima del risveglio di Lazzaro". Ma un teologo lo dovrebbe sapere! Per non giudicare troppo in fretta, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete: «Il giorno dopo, di nuovo, si trovò con due dei suoi discepoli». Viene dunque menzionato Giovanni, il Battista, e si parla di due dei suoi discepoli. L’ipotesi più probabile, per questo teologo, è che la sua coscienza sia piena di un’antica tradizione esoterica, secondo la quale uno dei due discepoli sarebbe stato Giovanni. Questa tradizione poggia su Matteo 4, 21, ma non è lecito spiegare il Vangelo di Giovanni per mezzo degli altri Vangeli. Un teologo è dunque riuscito a inserire un libro palesemente nocivo nella letteratura popolare e, quando si sa quanto ciò che arriva al popolo per mezzo di una siffatta letteratura economica possa diffondersi, è possibile misurare i danni che ne derivano. Questa non deve essere che un’osservazione incidentale, fatta allo scopo di erigere un certo riparo dalle diverse obiezioni che potrebbero essere sollevate contro quanto detto.
Ora vogliamo considerare che, sebbene il risveglio di Lazzaro sia il momento in cui vengono comunicati fatti importantissimi, l’autore si è conservato i fatti più profondi soltanto per i capitoli successivi. Tuttavia, egli ha voluto indicare ovunque che il contenuto del suo Vangelo è qualcosa di cui può avere conoscenza soltanto chi sia iniziato fino a un determinato grado. Perciò, egli accenna ripetutamente che, per quanto riguarda quanto viene comunicato nei primi capitoli, si ha a che fare con un genere di iniziazione che arriva fino a un certo grado. Esistono infatti iniziazioni di vari gradi. Nella tradizione iniziatica orientale, per esempio, si distingueva una serie di sette gradi di iniziazione, detti ciascuno con un nome simbolico.
Il primo grado era quello del «corvo», il secondo quello dell’«occulto», il terzo del «lottatore», il quarto del «leone». Il quinto grado, presso i diversi popoli che ancora sentivano una certa comunione di sangue come espressione della loro anima di gruppo, veniva indicato col nome del popolo stesso; dunque, per esempio, presso i Persiani, un iniziato del quinto grado veniva chiamato, soltanto in senso occulto, un «Persiano». Se ci rendiamo ben conto del significato di questi nomi, ci si paleserà presto la giustificazione di quegli appellativi.
Un iniziato del primo grado è colui che costituisce il tramite fra la vita occulta e quella esteriore, un mediatore che viene mandato dall’una all’altra. Al primo grado l’uomo deve ancora dedicarsi pienamente alla vita esteriore, ma deve anche mettere in pratica ciò che ha imparato nei santuari d’iniziazione. – Del «corvo» si parla ogniqualvolta le parole devono fungere da tramite per comunicare dall’esteriore all’interiore. Ricordate i corvi di Elia, quelli di Wotan, perfino quelli della leggenda di Barbarossa, che devono investigare se sia giunto il momento di uscire. L’iniziato del secondo grado era già completamente immerso nella vita occulta. Chi si trovava al terzo grado poteva farsi avanti a difesa della verità occulta; il grado di lottatore non significa un uomo che lotta, bensì uno che può difendere le dottrine occulte e ciò che la vita occulta è capace di dare. Colui che è «leone» è qualcuno che ha realizzato la vita occulta in sé, in modo da poter difendere ciò che è occulto non solo a parole, ma anche con i fatti, ovvero con una sorta di attività magica. Il sesto grado è quello dell’«eroe solare», mentre il settimo è il grado del «padre». A noi interessa il quinto grado.
Negli antichi tempi l’uomo era particolarmente legato alla sua comunità e, perciò, quando sentiva il suo Io, si sentiva piuttosto come parte di un’anima di gruppo. Chi aveva però raggiunto il quinto grado aveva fatto un certo sacrificio, aveva cancellato la sua personalità fino al punto di accogliere in essa l’essere del suo popolo. Come l’altro uomo sentiva la propria anima nell’anima del suo popolo, così egli aveva accolto l’anima del popolo in sé, perché per lui non aveva importanza la personalità, ma lo spirito generale del popolo. Un tale iniziato, perciò, s’indicava con il nome del rispettivo popolo. – Nel Vangelo secondo Giovanni, ci viene detto che fra i primi discepoli di Cristo c'era anche Natanaele. Egli viene condotto dinanzi al Cristo. Egli non era ancora così elevato da riuscire a penetrare con lo sguardo nel Cristo. Il Cristo è naturalmente lo Spirito del sapere omnicomprensivo, che non può essere compreso da un Natanaele, da un iniziato del quinto grado. Ma il Cristo penetra in Natanaele. Ciò si evince da due fatti. Come infatti lo chiama Cristo? «Ecco un vero Israelita!» Qui abbiamo la denominazione secondo il nome del popolo. Come presso i Persiani un iniziato del quinto grado veniva chiamato un «Persiano», così presso gli Israeliti veniva chiamato «Israelita»; perciò il Cristo chiama Natanaele un «Israelita». E poi gli dice: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti vidi sotto il fico». Questa è una designazione simbolica di un iniziato, proprio come il Buddha seduto sotto l’albero del Bodhi. L’albero di fico è un simbolo dell’iniziazione egizio-caldaica. Con queste parole, Cristo gli vuole dire: «Oh, so bene che in un certo senso tu sei un iniziato, e puoi penetrare in alcune cose, perché ti ho visto!» E ora Natanaele lo riconosce: «Maestro, tu sei Figlio di Dio, tu sei un re in Israele». La parola «re» in questa connessione significa: «Tu sei uno più elevato di me, altrimenti non potresti dire: «Quando eri seduto sotto il fico, io ti vidi». E il Cristo gli rispose: «Quando ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu mi credi; vedrai cose maggiori di questa». Avremo ancora da parlare delle parole «in verità, in verità». Poi dice: «In verità, in verità vi dico: vedrete gli angeli del cielo andare e venire al Figlio dell’uomo». Cose maggiori di quelle già viste dovranno ancora vedere coloro che sono capaci di riconoscere il Cristo. E che cosa significano queste parole importanti?
Per comprenderle, ricordiamoci che cosa sia veramente l’uomo. Abbiamo detto che l’uomo, di giorno, è diverso dall’uomo di notte; di giorno, i quattro arti dell’uomo (corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io) sono solidamente connessi fra loro. Essi interagiscono tra loro. Possiamo affermare che, quando l’uomo veglia di giorno, la sua corporeità fisica e la sua corporeità eterica sono interpenetrate e vigilate, in un certo senso, dalla spiritualità del suo astrale e del suo Io. Abbiamo anche mostrato che qualcosa d’altro deve esercitare un’azione sulla corporeità eterica e su quella fisica affinché l’uomo possa esistere nella sua attuale fase di evoluzione. Abbiamo riflettuto, infatti, che ogni notte l’uomo abbandona il suo corpo fisico e quello eterico, ossia il corpo astrale e l’Io, e li lascia alla loro sorte. – Ogni notte, abbandoniamo proditoriamente il nostro corpo fisico e il nostro corpo eterico. Da questo riconoscerete che la scienza dello Spirito afferma a buon diritto che, di notte, pervadono questo corpo fisico e questo corpo eterico delle potenze e delle forze divino-spirituali, in modo che, in certo qual modo, il vostro corpo fisico e il vostro corpo eterico sono inseriti nelle forze e nelle entità divino-spirituali. Abbiamo anche accennato al fatto che, negli antichi tempi – nel tempo che abbiamo chiamato il tempo di Jahve o di Jehova –, quando il corpo astrale e l’Io stavano fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico, Jehova esercitava un’azione ispiratrice. È però la vera luce, la pienezza della divinità o degli Elohim, il Pleroma, che permea sempre anche il corpo fisico e il corpo eterico con i suoi raggi; ma l’uomo non può riconoscerlo, perché non ha ancora ricevuto l’impulso necessario dal Principio-Cristo, prima che questo Principio fosse comparso sulla Terra. I principi che devono esprimersi nel corpo fisico dimorano nella sfera della spiritualità superiore, nel Devachan. Le entità spirituali e le potenze che agiscono sul corpo fisico dimorano nelle sfere celesti superiori, nel Devachan; quelle che agiscono sul corpo eterico risiedono nelle sfere celesti inferiori. Possiamo quindi affermare che in questo corpo fisico agiscono costantemente delle entità provenienti dalla regione più elevata del Devachan, mentre sul corpo eterico agiscono costantemente delle entità provenienti dalle regioni inferiori del Devachan. L’uomo le può riconoscere se accoglie in sé l’impulso del Cristo: «Se imparate a riconoscere veramente il Figliolo dell’uomo, allora riconoscerete come le forze spirituali salgano e discendano all’uomo dalle sfere celesti. Questo lo potrete sapere per mezzo dell’impulso che il Cristo dà alla Terra».
A ciò che segue si è già accennato ieri. Si tratta di quanto è successo alle nozze di Cana in Galilea, che spesso viene chiamato anche «il primo dei miracoli» – sarebbe più corretto dire «il primo dei segni» compiuti da Cristo. Per comprendere appieno la sua potenza, dobbiamo riassumere molto di ciò che abbiamo udito nelle ultime conferenze.
Anzitutto, qui si parla di nozze – ma perché di nozze in Galilea? Capiremo il perché sono in Galilea, se richiameremo ancora una volta dinanzi alla nostra anima l’intera missione del Cristo. La sua missione consiste nel dare all’uomo la piena forza dell’Io e nel portare l’anima a un livello di indipendenza interiore. Il singolo Io doveva sentirsi completamente poggiato su se stesso, in piena indipendenza e isolamento, e per mezzo dell’amore che viene offerto come dono libero, gli uomini devono essere condotti a unirsi gli uni con gli altri. Per mezzo del Principio-Cristo, nella missione della Terra deve dunque essere introdotto un amore che si elevi sempre più al di sopra della materialità e si innalzi sempre di più allo spirituale. L’amore è uscito dalla sua forma più bassa, legata alla materialità. Nei tempi originari dell’umanità si amava tutto ciò che era collegato da consanguineità e si teneva moltissimo a che l’amore avesse questa base materiale. Il Cristo è venuto per spiritualizzare quest’amore, da una parte per distaccarlo dai vincoli in cui viene impigliato dalla consanguineità e dall’altra per infondergli la forza e l’impulso verso l’amore spirituale. Tra i seguaci dell’Antico Testamento, vediamo ancora espresso appieno ciò che possiamo chiamare l’appartenenza all’anima di gruppo, come base all’Io singolo nell’Io collettivo. La sentenza: «Io e il Padre Abramo siamo tutt’uno» ha un significato per i seguaci del Vecchio Testamento, perché significa sentirsi al riparo nella coscienza che quel sangue, che già scorreva nelle vene del padre Abramo, è corso giù fino a lui, fino al seguace. Questo si sentiva al riparo in un Tutto; e si consideravano come gli uni agli altri appartenenti soltanto coloro che erano nati da un simile tipo di riproduzione umana, rimasto conservato per mezzo di questa consanguineità. Ai primi inizi dell’evoluzione dell’umanità sulla Terra, l’unione matrimoniale era limitata esclusivamente alle famiglie consanguinee. All'inizio dell'evoluzione dell’umanità, il matrimonio tra parenti prossimi era ciò a cui ci si atteneva saldamente. Le strette cerchie della consanguineità si andarono sempre più allargando. I matrimoni avvenivano all'interno della tribù, ma non con individui di un'altra etnia. Il popolo dell’Antico Testamento teneva fermamente a che la consanguineità del popolo venisse conservata. Per «Giudeo» s'intende colui che è tale per sangue. Il Cristo Gesù, invece, non fa appello a questo principio; egli si rivolge a coloro che infrangono questo principio della pura consanguineità. Perciò, quello che d’importante ha da mostrare, Egli, a tutta prima, non lo mostra in Giudea, ma fuori, in Galilea. La Galilea era la regione in cui erano mescolate genti di ogni possibile stirpe e popolo. Il termine «Galileo» significa «ibrido». Il Cristo Gesù viene dai Galilei, da coloro che erano più mescolati. Da questa riproduzione ibrida dell’umanità deve scaturire qualcosa che non è più vincolato alla base materiale dell’amore. Perciò, quello che il Cristo ha da dire, lo dice in occasione di un matrimonio. Perché proprio in occasione di un matrimonio? Perché attraverso il matrimonio si può simboleggiare la riproduzione dell’umanità. E ciò che egli vuole mostrare non lo mostra là dove ci si sposa solo entro cerchie ristrette, dove ci si sposa solo entro i vincoli del sangue, ma là dove ci si sposa indipendentemente dai vincoli del sangue. Perciò il Cristo parla in occasione di nozze, e di nozze in Galilea. Se vogliamo comprendere ciò che viene mostrato qui, dobbiamo tornare a gettare uno sguardo sull’intera evoluzione dell’umanità.
È stato spesso ripetuto che per l’occultista non esiste nulla di esteriore, di semplicemente materiale. Tutto ciò che è materiale è per lui espressione di un animico-spirituale, e come il vostro volto è l’espressione di un animico-spirituale, così la luce del sole è l’espressione di una luce animico-spirituale – e tutto ciò che succede e che è apparentemente soltanto materiale è al contempo l’espressione di processi spirituali più profondi. L’occultismo non nega la materia; per esso perfino la materia più grossolana è tuttavia l’espressione dell’animico-spirituale. Così, ai processi spirituali di evoluzione corrispondono sempre, nel mondo dei fatti materiali, processi paralleli.
Se rivolgiamo uno sguardo spirituale retrospettivo all’evoluzione dell’umanità, al tempo in cui essa si trovava ancora sull’antico continente, fra l’Europa e l’America, sull’antica Atlantide, e da questa passò nella successiva epoca postatlantea, possiamo osservare come le varie generazioni l’abbiano infine condotta fino a noi. Se consideriamo l’evoluzione della razza umana, possiamo comprenderne appieno il significato: dall’umanità dell’Atlantide, completamente immersa nell’anima di gruppo, si è evoluto e maturato lentamente, nell’epoca postatlantica, l’Io singolo della personalità umana. Ciò che il Cristo ha portato spiritualmente, per mezzo del suo potente impulso spirituale, è stato preparato lentamente, per mezzo di altri impulsi. L’azione di Jahve consiste nel porre l’Io dell’anima di gruppo nel corpo astrale, preparando così quest’ultimo alla sua lenta maturazione, necessaria per accogliere l’Io-sono pienamente indipendente. Tuttavia, questo Io-sono non avrebbe potuto essere compreso dall’uomo, se il suo corpo fisico non fosse diventato uno strumento adatto per ospitarlo. Per poter realmente intendere l’Io-sono anche nella coscienza di veglia, non è proprio possibile che questo Io-sono venga accolto. Anche il corpo fisico deve sempre essere uno strumento adatto per ciò che viene impresso sulla Terra. Il corpo fisico dunque, quando il corpo astrale si era maturato, ha dovuto essere preparato per divenire uno strumento per l’Io-sono. Questo è successo anche nell’evoluzione umana. Possiamo seguire i processi attraverso i quali il corpo fisico venne preparato a diventare il portatore dell’uomo auto-cosciente, dotato dell’Io-sono. Perfino nella Bibbia viene accennato che Noè, colui che sotto un certo aspetto diviene padre della stirpe nell’epoca postatlantica, è il primo bevitore di vino e il primo a sperimentare l’azione dell’alcool. Arriviamo ora a un capitolo che può veramente scandalizzare molte persone. Ciò che si è presentato come un culto speciale nell’epoca postatlantica è il culto di Dioniso. Voi tutti sapete come il culto di Dioniso sia messo in relazione con il vino. Questa sostanza strana è stata indubbiamente portata all’uomo soltanto nell’epoca postatlantica e ha esercitato un’azione sull’umanità. Come ogni sostanza, anche l’alcool ha un’azione ben determinata sull’organismo umano. Aveva, per così dire, una missione nel corso dell’evoluzione dell’umanità: preparare il corpo umano, in modo che venisse staccato dal rapporto col divino, così che l’Io potesse affiorare. L’alcool produce infatti l’effetto di separare l’uomo dal mondo spirituale, da cui l’uomo proviene. L’alcool esercita quest’effetto anche oggigiorno; non è un caso che esso si sia radicato nell’umanità. In un’umanità futura, si potrà dire che l’alcool ha la missione di spingere l’uomo tanto in basso nella materia da renderlo egoista e condurlo a rivendicare l’Io per sé stesso anziché metterlo al servizio dell’intero popolo. L’alcool ha dunque svolto un ruolo opposto rispetto a quello che l’anima di gruppo aveva svolto per l’umanità. Esso ha tolto all’uomo la capacità di sentirsi tutt’uno con un Tutto nei mondi superiori; da qui il culto di Dioniso, che coltivava la comunione di vita in una specie di ebbrezza esteriore: uno schiudersi in un Tutto senza vederlo. L’evoluzione nell’epoca postatlantica era connessa al culto di Dioniso, perché quest’ultimo era un simbolo della funzione e della missione dell’alcool. Ora, con l’umanità che aspira nuovamente a ritrovare la Via e con l’Io evoluto al punto che l’uomo può trovare di nuovo l’unione con le potenze divino-spirituali, è venuto il tempo in cui, magari inizialmente per impulso incosciente, si determina una certa reazione contro l’alcool. Questa reazione è determinata dal fatto che molti percepiscono già oggi che ciò che aveva un significato speciale per un'epoca particolare, non conserva per questo eternamente la sua ragion d'essere. Non si sta affermando che ciò che è stato detto della missione dell’alcool in un determinato periodo storico debba intendersi come una difesa dell’alcool, ma si sta chiarendo che tale missione è compiuta e che a diverse epoche si convengono cose diverse. Ma nella stessa epoca in cui l’umanità è stata ridotta dall’alcool all’egoismo, è nata anche la forza più potente che può dare agli uomini il maggiore impulso per ritrovare il collegamento con il Tutto spirituale. Da una parte l’uomo dovette scendere fino al gradino più profondo per diventare indipendente, dall'altra gli si presentò la forza possente capace di dare di nuovo l’impulso per ritrovare la via del Tutto. Questo il Cristo intendeva significare con la sua missione nel primo segno. Egli dovette anzitutto accennare che l’Io doveva diventare indipendente e inoltre che si rivolgeva a coloro che si erano già liberati dai legami della consanguineità. Egli intervenne in una festa nuziale, in cui i partecipanti erano sotto l'influenza dell'alcol, perché a quel matrimonio veniva offerto del vino. Egli mostra come consideri la sua missione nei confronti dei diversi periodi della Terra. Quante strane interpretazioni non si sono date del significato della trasformazione dell’acqua in vino! Perfino dal pulpito si può udire che ciò significa soltanto che all’acqua insipida dell’Antico Testamento debba seguire il vino possente del Nuovo Testamento. Probabilmente sono stati gli amanti del vino a dare a questi simboli un'interpretazione tanto semplicistica. Questi simboli non sono semplici. Bisogna tenere a mente che il Cristo afferma: «La mia missione è tale che accenna a un avvenire lontanissimo e agli uomini, come uomini indipendenti, deve essere conferito il collegamento con la Divinità – l’amore per la Divinità come libero dono dell’Io indipendente». Questo amore deve legare l’uomo con piena libertà alla Divinità, così come in precedenza un impulso interiore coercitivo dell’anima di gruppo lo aveva incorporato in tale Divinità.
Riflettiamo ora su quale fosse la disposizione d’animo dell’umanità a quel tempo. Consideriamo anzitutto le idee che si avevano all'epoca. Si diceva che l’uomo era una volta collegato con l’anima di gruppo e sentiva il suo legame con la Divinità. Successivamente, sviluppandosi, è disceso in basso. Da cosa deriva ciò che l’uomo ha attualmente? Da cosa è decaduto? Risalendo indietro nel tempo, nell'evoluzione della Terra, si scopre che le sostanze solide, sotto l'influenza di condizioni più calde, tendono sempre più a passare allo stato fluido. Tuttavia, sappiamo che l’uomo esisteva già quando la Terra era un pianeta liquido. Ma l’uomo, a quel tempo, era ancora meno distaccato dalla Divinità di quanto non lo fosse in precedenza. Man mano che la Terra si solidificava, l’uomo si materializzava a sua volta. Quando la Terra era liquida, l’uomo era già contenuto nell’acqua, ma non poteva muoversi sulla Terra prima che questa avesse formato del solido. Perciò il solidificarsi dell’uomo veniva considerato in modo tale che si diceva: dalla Terra, che era ancora acqua, è nato l’uomo; ma in quella egli è ancora completamente legato alla Divinità; tutto ciò che lo ha portato dentro nella materia, lo ha contaminato. Coloro che dovevano ricordarsi di questo antico legame con il divino venivano battezzati con l’acqua. Questo battesimo significava simbolicamente per loro: «Riconoscete il vostro antico rapporto con la Divinità e sappiate che ora siete contaminati e discesi alla condizione attuale!» Un’espressione che ci fa comprendere ciò che intendeva. Il Cristo Gesù, invece, doveva battezzare con qualcosa d’altro. Egli non doveva riportare gli uomini al passato, ma, attraverso l’evoluzione della spiritualità interiore, doveva orientarli verso il futuro. Per mezzo dello «Spirito Santo», dello Spirito sacro, la spiritualità dell’uomo doveva ricongiungersi con la Divinità. Il battesimo d'acqua era un battesimo che ricordava il passato, mentre il battesimo nello «Spirito Santo» era un battesimo profetico che faceva riferimento al futuro. Quella connessione che è andata completamente perduta e che il battesimo d'acqua doveva ricordare è andata perduta anche nel simbolo del vino, del vino del sacrificio. Dioniso è il Dio frantumato che è penetrato nelle singole anime, in modo che le singole parti non sapevano più nulla l’una dell’altra. E l’uomo, frantumato in molti pezzi, viene gettato nella materia da ciò che è stato portato all’umanità per mezzo dell’alcool – simbolo di Dioniso. Ma nelle nozze di Cana viene affermato un gran principio pedagogico: il principio dell’evoluzione. Esistono certamente delle verità assolute, ma non possono essere comunicate all’umanità in ogni tempo. Ogni epoca deve avere le proprie pratiche e le proprie verità particolari. Perché oggi possiamo parlare di reincarnazione, ecc.? Perché ci riuniamo in questa sede e ci dedichiamo allo studio della Scienza dello Spirito? Lo possiamo fare, perché tutte le anime che oggi sono in voi, si sono incarnate in tanti e tanti corpi e sulla Terra in tanti e tanti luoghi. Parecchie delle anime che oggi sono in voi, in passato hanno vissuto in paesi germanici, dove i sacerdoti druidici le hanno avvicinate e le hanno trasmesse la saggezza spirituale sotto forma di miti e di saghe; e perché l’anima a quel tempo l’ha accolta in quella forma, oggi è in grado di accoglierla in un'altra forma, in forma antroposofica. A quell’epoca la verità sarebbe stata presentata sotto forma di immagine, mentre oggi lo è in quella dell’antroposofia. All'epoca, però, la verità non poteva essere presentata in questa forma. Non pensiate che l’antico sacerdote druidico avrebbe potuto annunciare la verità in questa forma, come succede oggi. L’antroposofia è la forma che vale per gli uomini del presente e per quelli del futuro. Nelle future incarnazioni la verità verrà annunciata e vissuta in forme diverse e ciò che oggi chiamiamo «antroposofia» verrà raccontato come un ricordo, come oggi si narrano le saghe e le fiabe.
L’antroposofo non deve essere così irragionevole da dire che nei tempi antichi non vi furono che sciocchezze e concezioni infantili e che «noi soli siamo oggi arrivati a tanto». Così fanno, per esempio, i monisti. Noi però lavoriamo nella scienza dello Spirito per preparare la prossima epoca. Perché se non ci fosse la nostra epoca, non potrebbe essercene una successiva. Ma neppure deve essere permesso a nessuno di scusare il presente con l’avvenire. Anche con la dottrina della rincarnazione si commettono molte imprecisioni. Mi si sono presentati degli uomini a dirmi che in questa incarnazione non occorreva loro essere galantuomini, perché avrebbero avuto più tardi il tempo di esserlo. Ma se oggi non ci si mette all’opera, le conseguenze della nostra incuria ci colpiranno proprio nella prossima incarnazione. Dobbiamo renderci chiaramente conto che nelle forme della verità non c'è qualcosa di assoluto, ma che ogni volta viene riconosciuto quel tanto che corrisponde a una determinata epoca dell'umanità. Perfino l’impulso più alto ha dovuto, per così dire, discendere fino alle abitudini di quell’epoca. Perché la verità più elevata ha dovuto assumere forme e pratiche comprensibili alla relativa epoca. Il Cristo, per mezzo di un sacrificio dionisiaco o divino, dovette spiegare all’umanità come elevarsi alla Divinità. Non bisogna essere zelanti e dire: "Perché il Cristo trasforma l’acqua in vino?" Bisogna tenere conto dell’epoca. Per mezzo di una sorta di sacrificio dionisiaco, il Cristo ha dovuto preparare ciò che sarebbe venuto dopo.
Il Cristo si rivolge ai Galilei, un miscuglio di varie etnie non legate da consanguineità, e compie il primo segno della sua missione; entra così nelle loro abitudini che trasforma l’acqua in vino. Cerchiamo di capire cosa il Cristo intendeva veramente dire: «Io voglio condurre a un’unione spirituale anche quegli uomini che sono discesi fino al gradino della materialità, simbolicamente rappresentato dal bere il vino». Egli non vuole esservi soltanto per coloro che possono elevarsi per mezzo del simbolo del battesimo d’acqua. È molto significativo che ci venga indicato che vi erano là sei idrie per la purificazione. Torneremo su questo numero. La «purificazione» è ciò che viene effettuato per mezzo del battesimo. Ai tempi dai quali provengono i Vangeli, quando si parlava del «battesimo», si usava il termine «battezzare» per indicare una purificazione. Non si diceva mai la parola «battesimo», ma «battezzare» e ciò che veniva effettuato dal battesimo si chiamava «purificazione». Nel Vangelo secondo Giovanni, ad esempio, non si trova mai la parola corrispondente, cioè βαπτίζω, se non in forma di verbo. L'effetto che si voleva ottenere era quello di ricordare all'uomo il suo stato di purificazione e il suo rapporto con la Divinità.
Dunque, perfino dalle idrie simboliche per il sacrificio della purificazione il Cristo Gesù trae occasione per il segno, con il quale, in modo conforme all’epoca, indica la sua missione. Così le nozze di Cana in Galilea ci esprimono qualcosa della missione profonda del Cristo. Là egli disse: «Il mio tempo verrà in futuro, non è ancora venuto. Ciò che qui devo operare dipende ancora in parte da ciò che deve essere superato tramite la mia missione». Egli sta nel presente e designa al contempo l’avvenire, mostrando in tal modo come non operi per il suo tempo in senso assoluto, ma in senso culturale e pedagogico. È la madre, perciò, che lo interpella e gli dice: «Non hanno più vino». Egli risponde però: «Ciò che ora devo fare è legato ancora agli antichi tempi, a «me e te», perché il mio vero tempo, in cui il vino verrà ritrasformato in acqua, non è ancora arrivato». D'altronde, che senso avrebbe dire: «Che ho io a fare con te, o donna?», se poi egli esegue ciò che la madre gli ha detto? dell’alcool, per indicare il tempo in cui l’Io indipendente si districherà dai vincoli del sangue; per indicare, dunque, che provvisoriamente si deve ancora tener conto dell’uso antico, simbolizzato nel vino, ma che verrà un tempo futuro, il «suo tempo».
Il Vangelo di Giovanni, capitolo dopo capitolo, ci mostra due cose: la prima è che ciò che viene comunicato viene trasmesso a coloro che, in un certo senso, sono in grado di comprendere le verità occulte. Oggi la scienza dello Spirito viene esposta in modo exoterico, ma allora le verità scientifico-spirituali potevano essere comprese soltanto da coloro che erano, in un certo senso, veramente iniziati in un grado qualunque. Chi poteva comprendere qualcosa di ciò che il Cristo Gesù aveva da dire riguardo ai fatti più profondi? Solo chi era in grado di percepire al di fuori del proprio corpo, chi poteva uscire dal proprio corpo e diventare cosciente nel mondo spirituale poteva comprenderlo. Se il Cristo Gesù voleva parlare a uomini che lo potessero intendere, doveva rivolgersi a coloro che erano iniziati in un determinato modo e che già potevano vedere spiritualmente. Quando, per esempio, parla della rinascita dell’anima nel capitolo del «Colloquio con Nicodemo», è evidente che egli comunica questa verità a un uomo che vede con i sensi spirituali. Basta leggere: «C’era un uomo della setta dei Farisei, chiamato Nicodemo, uno dei principali tra i Giudei. Questo andò di notte da Gesù...».
Dobbiamo imparare a considerare le parole con attenzione. Ci viene riferito che Nicodemo si reca «di nottetempo» da Gesù, vale a dire che accoglie al di fuori del suo corpo fisico ciò che il Cristo ha da comunicargli. «Di nottetempo», cioè: è quando si serve dei suoi sensi spirituali che egli viene dal Cristo Gesù. Come nel caso di Natanaele e il Cristo Gesù, che si comprendono a vicenda grazie al discorso sull'albero del fico, anche qui viene accennata una capacità di comprensione. Ciò che ancora ci viene indicato è che il Cristo vuole sempre compiere una missione che prescinde dai meri vincoli della consanguineità. Ciò è ben chiaro nel fatto che egli va dalla Samaritana al pozzo. Egli le impartisce l’insegnamento destinato a coloro il cui Io si è sollevato al di fuori della comunanza della consanguineità.
«Giunse, pertanto, a quella città della Samaria chiamata Sichar, vicino alla tenuta che Giacobbe aveva dato al suo figlio Giuseppe.
Ed ecco il pozzo di Giacobbe. Gesù, esausto per il viaggio, si sedette così sul pozzo. Era circa l’ora sesta.
Viene una donna samaritana ad attingere l’acqua.
Gesù le disse: «Dammi da bere».
Poiché i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.
La donna samaritana gli rispose: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono Samaritana? (Infatti i Giudei non avevano rapporti con i Samaritani)».
Questo fatto è significativo: il Cristo va da un popolo, presso il quale i singoli «Io» si sono sollevati, si sono sradicati dall’anima di gruppo. Questo è un aspetto importante da notare. Dalla narrazione dell’ufficiale del re risulta inoltre che il Cristo non infrange soltanto ciò che costringe il popolo a nozze per vincoli di sangue, ma anche ciò che, sempre secondo i vincoli di sangue, divide in classi; egli va da coloro, di cui l’Io si è, in certo qual modo, sradicato: guarisce il figlio dell’ufficiale del re, il quale, secondo la concezione dei Giudei, era per lui straniero. Dappertutto ci viene indicato che Cristo è il missionario dell’Io indipendente, che si trova in ogni individualità umana. Perciò può anche dire: «Quando parlo di me stesso, non parlo affatto dell’Io che risiede in me, ma quando parlo dell’Io-sono, parlo di un’entità, di qualcosa che ognuno trova in sé. Il mio Io è tutt’uno col Padre, ma l’Io in generale, che si trova in ogni persona, è tutt’uno col Padre». Questo è anche il significato più profondo dell’insegnamento che il Cristo impartisce alla Samaritana al pozzo.
Vorrei anzitutto ricordarvi una parola che, se ben compresa, potrà schiudervi una profonda comprensione: il passo dal 31° al 34° versetto del terzo capitolo, che va naturalmente letto tenendo a mente che è Giovanni Battista che parla:
«Quello che viene di lassù è sopra tutti. E chi è della terra, parla della terra. Colui che viene dal Cielo è sopra tutti ed egli attesta ciò che ha veduto e udito, ma nessuno accetta la sua testimonianza.
Chi però accetta la sua testimonianza conferma che Dio è verace.
Infatti chi è stato mandato da Dio parla le parole di Dio, perché Dio non gli dà il suo Spirito con misura».
Vorrei conoscere un uomo che abbia realmente compreso queste parole secondo questa traduzione. Che cosa significa questo contrasto: «Quegli che da Dio è stato mandato parla parole di Dio, conciossiachè non gli dà Iddio lo spirito con misura!
Qual è il senso di queste frasi?
In innumerevoli discorsi Cristo afferma: «Quando parlo dell’Io, mi riferisco all’Io eterno nell’uomo, che è tutt’uno con la base primordiale spirituale del mondo.
Quando parlo di questo Io, mi riferisco a qualcosa che dimora nell’interiorità più profonda dell’anima umana. Se qualcuno mi ascolta (e ora parlo soltanto dell’Io inferiore, che non percepisce l’eterno), non accetta la mia testimonianza, non mi capisce affatto. Non posso parlargli di qualcosa che scorre da me a lui. Altrimenti non sarebbe indipendente. Ognuno deve trovare in sé stesso, come propria base eterna, quel Dio che io annuncio!» Pochi versetti prima, trovate il seguente passo:
«E Giovanni stava ancora battezzando a Enon, vicino a Salim, perché quivi erano molte acque e la gente vi si recava per battezzarsi.
E nacque una disputa tra i discepoli di Giovanni e i Giudei riguardo alla purificazione» (vale a dire, sulla forma del battesimo). Quando si sollevava una tale questione, in quella cerchia si parlava sempre della connessione con il divino e dell’immersione dell’uomo nella materia e del legame che, secondo l’antica concezione di Dio, si aveva con il divino per mezzo dell’anima di gruppo. Allora gli altri vennero da Giovanni e gli dissero: «Gesù battezza anche lui!». Gesù non insegna quel collegamento che viene simbolizzato dall’antico battesimo, ma insegna che l’uomo deve scoprire in sé l’«Io-sono», il Dio. Soltanto con questo mezzo l’uomo può arrivare a trovare in sé il divino. Se le parole vengono lette in questo modo, allora chi ascolta si accorge che l’«Io-sono» è mandato da Dio. Un tale uomo, mandato da Dio, inviato ad accendere in tal modo il «Dio» nell’uomo, annuncia anche il Dio nel giusto senso, e non più secondo la consanguineità. Ora traduciamo questo passo come veramente va inteso.
Se ci rendiamo conto di come erano gli insegnamenti degli antichi, troveremo i materiali adatti, perché essi erano artisticamente trascritti in molti libri.
Basta pensare ai Salmi dell’Antico Testamento, in cui il divino è stato annunciato con parole ben ordinate. Vi si parla soltanto degli antichi vincoli di consanguineità come unione con un Dio. Tutto questo si poteva imparare, ma si imparava solo la connessione con questa antica divinità. Se però si voleva comprendere il Cristo, non erano necessarie tutte le antiche leggi e le antiche ricercatezze. Ciò che il Cristo insegnava si poteva comprendere a misura che si sviluppava l’Io spirituale. Non era possibile avere una piena conoscenza della Divinità, ma si poteva comprendere ciò che si udiva dalle labbra del Cristo Gesù. Queste erano le condizioni necessarie per la comprensione. Non occorreva allora nessun salmo, nessun insegnamento artisticamente composto, ma soltanto ciò che era più semplice e che era allora soltanto allo stato di un balbettìo. Basta balbettare le parole di Dio per testimoniare di Lui; bastava balbettare le parole più semplici, anche parole singole che non avessero «misura». Chi balbettava, chi sentiva di essere stato mandato da Dio, poteva comprendere ciò che il Cristo diceva: chi conosce soltanto la connessione terrena con Dio, discorre con la prosodia dei salmi, ma tutta la sua metrica non lo conduce ad altro che agli antichi Dei. Chi invece si sente ancorato ai mondi spirituali è al di sopra di tutti e può rendere testimonianza di ciò che ha visto e udito nei mondi spirituali. Ma la sua testimonianza non viene accolta da coloro che accettano soltanto testimonianze secondo l’antica usanza. Se qualcuno l’accetta, è perché è una persona che si sente mandata da Dio. Non si limita a credere, ma comprende anche ciò che le viene detto e, con la sua comprensione, conia le sue parole. «Chi sente l’Io manifesta le parole di Dio anche quando balbetta». Questo significa. Perché lo Spirito, di cui qui si parla, non ha bisogno di esprimersi attraverso nessun metro o prosodia, ma può esprimersi nel modo più semplice. Parole siffatte vengono spesso addotte a giustificazione dell’ignoranza. Chi però respinge la saggezza, perché, a suo parere, i segreti più elevati devono essere espressi nella forma più semplice, lo fa – spesso in modo incosciente – soltanto per una certa inclinazione alla comodità psichica. Quando si dice che Dio non dà lo Spirito con «misura», si intende che la «misura» non aiuta ad arrivare allo Spirito; dove però lo Spirito è, nasce anche la «misura». Non tutti coloro che hanno la «misura» hanno lo spirito; chi però ha lo «Spirito», arriva certamente alla «misura». Non si possono naturalmente invertire certe cose: non è ancora un segno di «avere lo spirito» il fatto di non avere «misura», come all’inverso «avere misura» non è un segno che vi sia lo spirito. La scienza non è certo un segno di saggezza, ma l’ignoranza non lo è sicuramente.
Ciò ci viene dunque indicato quando il Cristo fa appello all’Io divenuto indipendente in ogni anima umana. La «misura» va qui intesa in modo analogo al «metro dei versi», inteso come linguaggio costruito artisticamente. La frase precedente significa letteralmente: «Chi comprende Dio nell’«Io-sono», testimonia, perfino nel balbettìo, del linguaggio divino o del «linguaggio di Dio» e trova la via a Dio».
In queste conferenze si è già accennato al fatto che nel colloquio tra il Cristo Gesù e Nicodemo dobbiamo vedere la conversazione tra il Cristo e una persona che è in grado di percepire ciò che si percepisce al di fuori del corpo fisico, per mezzo degli organi superiori di conoscenza, sviluppati fino a un certo grado. Chi comprende queste cose lo sa bene dal Vangelo, dove è scritto che Nicodemo venne dal Cristo Gesù «di nottetempo», cioè in uno stato di coscienza in cui l’uomo non si serve dei suoi organi sensori esteriori. Non ci addentreremo in spiegazioni superficiali dell'espressione «di nottetempo» fornite da varie parti. Ora, sapete che in questo colloquio si è parlato di una rinascita dell’uomo «per mezzo dell’acqua e dello spirito». Sono parole molto importanti quelle che il Cristo dice a Nicodemo sulla rinascita, nel terzo capitolo, versetto 4: «Dissegli Nicodemo: Come può un uomo rinascere, quando sia vecchio?». (ecc.).
«Gli rispose Gesù: In verità, in verità io ti dico: Chi non rinascerà per mezzo dell’acqua e dello Spirito non può entrare nel regno di Dio».
Abbiamo già detto che queste parole vanno ponderate con attenzione e che, da un canto, le parole di un documento religioso siffatto vanno prese in senso letterale e, dall’altro, è importante anzitutto ritrovare e conoscere questo senso letterale. Spesso si cita la massima: «La lettera uccide, ma lo spirito dà vita!» Gli uomini, che citano questo detto, lo applicano spesso in modo completamente errato! Essi la considerano un pretesto per dare valore alla loro fantasia, che chiamano «spirito della cosa», e dicono poi a chi si prende la pena di conoscere la lettera prima di arrivare allo spirito: «Ma che c’importa della lettera; la lettera uccide, lo spirito però vivifica!» Chi parla così sta più o meno al medesimo livello di un uomo che dice: «Lo spirito è ciò che è vivente, il corpo è cosa morta; dunque, se vogliamo, possiamo spezzare il corpo e lo spirito diventerà vivente!» Chi parla in questo modo, non sa che lo Spirito si forma a gradi e che l’uomo deve servirsi degli organi del suo corpo fisico per accogliere ciò che impara nel mondo fisico e poi trasferirlo allo Spirito. Prima dunque dobbiamo conoscere la lettera; poi potremo anche ucciderla, così come il corpo umano si stacca dallo spirito umano, quando questo ha tratto dal corpo quanto gli occorreva.
Proprio in questo capitolo del Vangelo di Giovanni si trova qualcosa di straordinariamente profondo. Possiamo comprendere appieno il senso di questo capitolo se risaliamo il corso dell’evoluzione dell’umanità ancora più indietro rispetto a quanto fatto finora per gli scopi che ci eravamo prefissi nell’esame del Vangelo di Giovanni. Oggi dobbiamo risalire a epoche ancora più remote dell’evoluzione terrestre.
Per evitare che fin da principio vi scandalizziate troppo di ciò che vi è da dire su quegli stati primitivi dell’umanità, mi propongo anzitutto di condurvi indietro all’antica epoca atlantea.
Abbiamo già fatto notare che i nostri antenati umani, prima del grande rivolgimento della Terra ricordato nelle leggende del Diluvio, vivevano in Occidente, in una regione che oggi non esiste più e che forma il fondo dell’Oceano Atlantico. Questo continente, che chiamiamo l’antica Atlantide, era abitato dai nostri antenati. Dalla sua figura odierna, l’uomo di quel periodo non era molto dissimile; se invece risaliamo ai primi tempi di questa Atlantide, troviamo già una figura umana affatto diversa dall’odierna. Ora possiamo risalire ancora più indietro.
Prima dell’epoca atlantea, l’uomo abitava una regione che oggi chiamiamo Lemuria. Anche questa è stata distrutta da violenti cataclismi terrestri e si trovava più o meno nella stessa zona in cui oggi si trovano l’Asia meridionale, l’Africa e l’Australia. Se si esaminano le figure umane dell’antica Lemuria, come appaiono alla visione chiaroveggente, sono molto diverse da quelle dell’uomo odierno. Non occorre che vi descriva esattamente queste figure umane lemuriche né quelle dei primi tempi atlantei. Anche se avete già accettato parecchie descrizioni della scienza dello Spirito, la figura di questi antichi uomini lemurici, così radicalmente diversa da quella attuale, vi apparirebbe davvero inverosimile. Tuttavia, per poter comprendere ciò che è successo all’uomo nel corso dell’evoluzione terrestre, sarà necessario descriverla, sia pure in modo esteriore.
Supponiamo ora – cosa in realtà non possibile – che con i vostri sensi attuali, che a quell’epoca naturalmente non avevate, vi fosse possibile vedere l’ultimo scorcio dell’epoca lemurica dell’umanità e osservare la superficie della Terra nelle sue diverse parti. Se con questi mezzi sensoriali vi aspettate di trovare l’uomo sulla Terra, vi state ingannando. L’uomo non esisteva ancora in quella forma, tale da poter essere visto con i nostri sensi. Vedreste che certe regioni del nostro pianeta emergevano già in parte come isole dal resto della Terra ancora liquida o circondata dall’acqua del mare o avvolta nel vapore. Tali zone, che emergevano come isole, non erano però ancora solide come la nostra odierna terraferma, bensì erano masse di terra molle, soggette a forze ignee, per cui quelle zone insulari venivano continuamente sollevate e risommerse dalle potenze vulcaniche di allora. Insomma, sulla Terra c'era ancora un elemento attivo nel fuoco; tutto era in continua trasformazione. Troverete che su certe regioni, che avevano raggiunto un certo grado di raffreddamento, vivevano dei predecessori del nostro mondo animale odierno. Di essi percepireste qua e là qualche traccia; si tratterebbe di figure grottesche, predecessori dei nostri rettili e anfibi. Ma dell’uomo non potreste vedere niente, perché a quell’epoca il suo corpo non era per nulla denso e solido come lo è oggi. Dovreste cercare l’uomo nelle masse d'acqua e di vapore, così come oggi nel mare, dove vedete certi animali inferiori come una massa molle e vischiosa. Allo stesso modo, nelle regioni di vapore acqueo, trovereste il corpo fisico umano di quel tempo. Più risalite indietro nel tempo e più l’uomo di quell’epoca è sottile, simile al suo ambiente, vaporoso e acqueo. Soltanto durante l’epoca atlantea, l’uomo si è densificato sempre più e, se si potesse seguire con lo sguardo l’intero corso del suo divenire, lo si vedrebbe densificarsi al di fuori dell’acqua e scendere sempre più sul suolo della Terra. È vero, quindi, che l’uomo fisico ha calcato relativamente tardi il suolo della nostra superficie terrestre. Egli è disceso dallo spazio acqueo aereo e da quello si è gradualmente cristallizzato. Ciò ci fornisce un’immagine approssimativa della possibilità dell’esistenza di un uomo che, per così dire, non si distingue ancora dall’ambiente che lo circonda ed è costituito degli stessi elementi in cui vive. Se risaliamo verso i primordi dell’evoluzione del nostro pianeta, troviamo questo corpo umano sempre più sottile.
Arriviamo ora al principio del nostro pianeta terrestre attuale. Sappiamo che il nostro pianeta proviene dall’antica luna. Abbiamo chiamato l’antica luna il «Cosmo della saggezza». A un determinato grado della sua evoluzione, questa antica luna non aveva ciò che chiamiamo oggi «terra», ovvero terra solida.
Dobbiamo renderci conto che, nell’incarnazione del pianeta che ha preceduto la Terra, anche le condizioni fisiche erano tutt’altre. Se risaliamo allo stato primordiale di Saturno, non dobbiamo immaginarlo con un aspetto simile a quello della Terra odierna, con rocce su cui salire e alberi sui quali arrampicarsi. Tutto ciò non esisteva. Se, avvicinandovi all’antico Saturno a metà della sua evoluzione dai remoti spazi cosmici, non aveste notato un corpo che si librava nello spazio, ma aveste avvertito una sensazione strana, vi sarebbe sembrato di penetrare in una regione, con l’impressione di entrare in un forno. L’unica cosa che si poteva percepire era la sua condizione di calore diversa dall’ambiente circostante. Non c'era altro modo per percepirlo. L’occultismo non distingue, come la fisica attuale superficiale, tre stati della materia, ma ne distingue ancora altri. La fisica moderna distingue tre stati della materia: solido, liquido e gassoso. Tuttavia, Saturno non aveva ancora raggiunto neppure lo stato gassoso. Lo stato gassoso è molto più denso dello stato più solido di Saturno. In occultismo distinguiamo anche uno stato di calore che non è semplicemente uno stato di moto della materia, ma un quarto stato sostanziale. Saturno era costituito esclusivamente di calore e, se passiamo al sole, sperimentiamo subito una densificazione di questo antico pianeta igneo. Il sole è l'incarnazione del nostro pianeta nella sua fase gassosa. Il sole è il primo corpo formato di gas, o di aria. La luna è ancora più densa ed è un corpo liquido che, soltanto più tardi, quando il sole lo abbandona, assume uno stato più denso; ma il suo vero stato medio, quando era ancora unito al sole, è quello liquido. Tuttavia, ciò che oggi chiamiamo terra minerale, ovvero la parte formata da minerali e masse rocciose che costituisce il terreno coltivabile, non esisteva ancora sull’antica luna. Tutto questo appare soltanto sulla Terra, sulla quale si cristallizza. Quando la Terra inizia la sua evoluzione, deve ripetere tutti i diversi stadi precedenti. Ogni corpo e ogni essere nel Cosmo, in ogni nuovo grado di evoluzione, ripete le condizioni precedenti; di conseguenza, la nostra Terra percorre rapidamente gli stati saturniano, solare e lunare. Quando percorre quello lunare, è costituita da una miscela di acqua e vapore acqueo, non da acqua come quella odierna, ma da una sostanza simile all'acqua, fluida; la Terra raggiunge allora lo stato più denso, quello fluido. Questo globo acqueo, che si librava nello spazio cosmico, non era acqua come quella di oggi, ma una miscela di gassoso e fluido, e in essa era già presente l’uomo. Non essendosi ancora depositata alcuna sostanza solida, l’uomo poteva vivere dentro a questo globo acqueo. All'interno di ciò che costituisce l'uomo odierno erano presenti l'Io e il corpo astrale. Ma questo Io e questo corpo astrale non si sentivano ancora esseri distaccati, ma piuttosto come adagiati nel seno di entità divino-spirituali; non si sentivano ancora svincolati dall’entità il cui corpo era la Terra acquea e vaporosa. In questi corpi astrali provvisti dell’Io si formarono dei nuclei, dei sottilissimi germi umani. Questo è rappresentato nella prima figura.
Questo deve rappresentare i corpi astrali e l’Io, invisibili alla vista esteriore, che si trovano in tal modo adagiati nell’acqua della sfera terrestre; da essi fuoriesce la prima disposizione al corpo umano fisico, il quale si trova con il corpo eterico in una condizione molto tenue e si sta organizzando. Se si seguisse questo processo chiaroveggentemente, si vedrebbe la prima disposizione del corpo fisico e di quello eterico avvolta dal corpo astrale e dall’Io, come è disegnato nella prima figura. Il corpo fisico e quello eterico, che restano a giacere nel letto quando si dorme, si vanno formando, nelle loro prime disposizioni, in questa condizione terrestre come primo germe umano, ancora completamente avvolto dal corpo astrale e dall’Io. La massa d'acqua di vapore si densifica e il corpo astrale con l’Io danno origine alla prima disposizione umana affinché si organizzi ovunque in questa terra-acquea originaria. Non possiamo più seguire il divenire degli animali e delle piante in quel processo. Ciò che ora si forma è un densificarsi dell’acqua e, sotto un certo rapporto, arrivano a palesarsi aria e acqua, di guisa che il vapore e l’acqua non sono più mescolati insieme, ma l’acqua e l’aria si separano l’una dall’altra. Ne consegue che il corpo umano, composto di corpo fisico e corpo eterico, torna a diventare più denso e, poiché l’aria si è separata dall’acqua, diventa aeriforme e accoglie in sé l’elemento igneo, trasformando ciò che prima era acqueo in aeriforme. La disposizione umana fisico-eterica consiste ora di aria, che è pervasa dal fuoco; il corpo astrale e l’Io la circondano e tutto ciò si muove in quel che è rimasto ancora dell’acqua, alternandosi qua e là fra acqua e aria.
Abbiamo dunque ora un uomo il cui corpo fisico e quello eterico, che oggigiorno, mentre dorme, rimangono a giacere nel letto, esistevano in modo tale da raggiungere la densità dell’aria e da essere ardenti di fuoco. A ogni tale uomo igneo appartengono un corpo astrale e un Io che sono completamente adagiati nel grembo della Divinità, il che significa che neppure essi si percepiscono come entità distinte.
Dovete riflettere profondamente su queste cose. Queste condizioni sono così diverse da quelle attuali terrestri da scandalizzare e apparire incomprensibili alla gente. Ora, però, vi chiederete: che cosa è quel fuoco nell’aria? Questo fuoco, che l’uomo aveva già allora, vive tuttora in noi. È il fuoco che pulsa nel nostro sangue, è il calore del sangue. Anche i residui dell’antica aria vivono ancora nel nostro organismo. Quando inspirate ed espirate, nel vostro corpo, che è di per sé solido, entra ed esce dell’aria. Supponete di inspirare profondamente dell’aria: essa viene allora accolta nel vostro sangue e diventa aria calda. Immaginate che quest’aria si spinga in tutto il vostro corpo: essa penetra ovunque. Immaginate ora che quest’aria si spinga in tutto il corpo, solido e fluido, e rappresentate la figura che rimane: un uomo che ha inspirato dell’aria, vale a dire che ha spinto l’ossigeno fino alle parti più esteriori del suo corpo. Rimane allora una figura molto simile a un uomo, ma costituita di aria. L’aria che pervade l’uomo assume completamente le sue forme. Vi rimane un corpo come un’ombra, costituito di aria e pervaso di calore. A quell’epoca non avevate quella forma, ma eravate uomini siffatti: il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale erano avvolti dal Sé. Questo stato perdurò fino all’epoca atlantea. Chi si abbandona all’illusione e crede che, nei primi tempi dell’Atlantide, gli uomini avessero già subito le trasformazioni che li hanno resi come sono oggi, è in errore. Gli uomini sono prima discesi dalle sfere aeree nella regione più densa della materia. A quell’epoca, sulla Terra c’erano solo animali che non avevano potuto ritardare la loro incarnazione nel fisico e che, quindi, non poterono progredire, perché la Terra non era ancora matura per fornire il materiale necessario agli uomini. Gli animali si sono quindi fermati a forme inferiori, perché non avevano potuto differire la loro discesa.
In seguito, l’uomo, in quanto a corpo fisico, si organizzò con aria e calore e con parti costitutive liquide; in senso occulto, ciò significò che egli divenne un uomo acqueo. Potreste ora osservare che l’uomo era già, in realtà, acqueo. Tuttavia, tale osservazione non sarebbe completamente esatta. Inizialmente la Terra era una sfera acquatica e al suo interno, in senso spirituale, esistevano il corpo astrale e l’Io; essi nuotavano nell’acqua come entità spirituali, senza essere entità separate. Ora siamo al punto in cui sarebbe possibile trovare il corpo fisico umano contenuto nell’acqua, per così dire, sotto forma di medusa. Se poteste nuotare in questo mare primordiale, vedreste delle figure trasparenti, formatesi per densificazione dall’acqua. All'inizio gli uomini erano così: avevano prima un corpo acqueo e, in quanto lo avevano, il loro corpo astrale e il loro Io erano ancora completamente immersi nelle entità divino-spirituali. La distribuzione dei loro stati di coscienza era completamente diversa da quella che poi è divenuta. La distribuzione fra la notte incosciente e il giorno cosciente non era come quella di oggi, ma a quel tempo, quando l’uomo era ancora adagiato nelle entità divino-spirituali, aveva una coscienza indistinta astrale di notte. Quando s’immergeva nel corpo fisico liquido di giorno, per lui era notte; e quando di nuovo usciva dal suo corpo fisico, gli si schiudeva la luce astrale abbagliante. Quando la mattina s’immergeva nel corpo fisico, tutto gli appariva confuso e tetro e iniziava a provare una sorta di incoscienza. Ma, con il tempo, gli organi fisici odierni si formarono nel corpo fisico e l’uomo imparò a poco a poco a vedere. La coscienza diurna divenne sempre più limpida e, di conseguenza, egli si distaccò dal grembo divino. Soltanto verso la metà dell’epoca atlantea, quando le cartilagini si densificarono, si andarono formando gradualmente le ossa e l’uomo si densificò al punto da diventare carne e ossa. La Terra, al contempo, divenne sempre più solida anche all'esterno e l’uomo discese sul suolo terrestre. Per questo motivo, scomparve sempre più la coscienza dei mondi divino-spirituali; l’uomo divenne sempre più un osservatore del mondo esteriore e si preparò a diventare un vero cittadino della Terra. Nell’ultimo terzo dell’epoca atlantea, la figura umana assunse le sembianze odierne.
In questo modo, l’uomo discende letteralmente, nel vero senso della parola, da sfere che possiamo indicare come sfere di acqua e di vapore acqueo, sfere di acqua e di aria, e così via. Finché l’uomo si trovava nelle sfere di acqua e di aria, la sua coscienza aveva capacità percettive chiaroveggenti astrali, perché quando stava fuori dal suo corpo fisico, si trovava dagli Dei. Tuttavia, con il densificarsi del corpo fisico, l’uomo si distaccò, per così dire, dalla sostanza divina. Come una cosa che acquisisse un guscio, l’uomo, quando terminò di avere una forma acquea e aerea, si districò lentamente dalla sua precedente condizione di dipendenza. Finché egli fu acqueo e aereo, stava con gli Dei; non riuscì a evolvere il suo Io, ma non si era ancora distaccato dalla coscienza divina. Discendendo nel fisico, la sua coscienza astrale si è sempre più offuscata. Se vogliamo caratterizzare il significato di questa evoluzione, possiamo dire che anticamente, quando l’uomo era ancora con gli dei, aveva un corpo fisico e un corpo eterico di forma acquea e aerea, e con la densificazione della Terra, si è andato densificando fino alla sua odierna materialità. Questa è la discesa. Così come l’uomo è disceso, tornerà a risalire. Dopo aver sperimentato la materia solida, egli risalirà alle regioni dove il suo corpo sarà di nuovo di forma acquea e aerea. L’uomo deve essere in sé cosciente che, se vuole nuovamente riunirsi con gli dei, la sua vera esistenza sarà nelle regioni dalle quali è provenuto. L’uomo si è densificato dall’acqua e dall’aria: dovrà nuovamente sottilizzarsi. Spiritualmente, solo così può procurarsi oggi quell'unione, in quanto interiormente si procura la coscienza di ciò che diventerà più tardi corporalmente. Tuttavia, gli uomini ricevono la forza per raggiungere tale consapevolezza solo se oggi si impegnano consapevolmente in tale direzione. Se l’uomo acquista questa coscienza, raggiungerà il suo scopo terrestre, la sua missione terrestre. Che cosa significa questo? Significa che l’uomo non è nato dalla carne o dalla Terra, ma dall’aria e dall’acqua. Egli deve più tardi rinascere veramente nello spirito dall’aria e dall’acqua. Il linguaggio usato ai tempi della creazione dei Vangeli, che è necessario studiare, usava la parola «acqua» per indicare anche l’acqua, ma «pneuma», che oggi viene usato per «Spirito», voleva dire «aria»; la parola aveva a quei tempi assolutamente tale significato. La parola «pneuma» deve essere tradotta con «aria» o «vapore», altrimenti si rischia di creare malintesi. Bisogna quindi tradurre questa frase del discorso con Nicodemo nel modo seguente: «Amen, amen, io ti dico: chi non rinascerà dall’acqua e dall’aria non può entrare nel regno dei cieli».
Così il Cristo accenna allo stato futuro dell’uomo, al suo processo evolutivo, e in questo dialogo si cela un profondo segreto della nostra evoluzione. Occorre soltanto interpretare correttamente le parole e farlo sulla base di ciò che l’antroposofia può offrirci. Nella parlata comune è rimasto qualcosa di questo significato, in quanto le sostanze molto fluide si chiamano «spiriti». Ma originariamente la parola «pneuma» indicava l'aria. Vedete dunque che è di somma importanza comprendere le parole nel loro significato letterale e ponderarle con attenzione. È proprio dal senso letterale che scaturisce il mirabile significato spirituale.
Cerchiamo ora di rivolgere il nostro sguardo spirituale, brevemente, verso un altro fatto dell’evoluzione.
Spingiamo nuovamente lo sguardo indietro nel lontano passato, quando il corpo astrale umano e l’Io erano immersi nel grembo del divino astrale universale. Se si segue questo corso dell’evoluzione, questa si può descrivere schematicamente. Originariamente, il nostro elemento astrale era adagiato nell’astralità universale e, per mezzo dei processi che abbiamo descritto, si formarono il fisico e l’eterico come dei gusci. I singoli uomini si distaccarono dall’astralità universale come se, da una sostanza liquida, si tirassero fuori tante parti. Simultaneamente a questa formazione del corpo fisico, avvenne anche il distacco delle singole coscienze umane dalla coscienza divina. Di conseguenza, procedendo con l’evoluzione dell’uomo, possiamo osservare la formazione di individui chiusi nel guscio del corpo fisico, come parti che si distaccano dall’astralità universale. L’uomo deve naturalmente scontare questo suo acquisto di indipendenza con l’oscuramento della sua coscienza astrale, ma in compenso egli guarda al di là del guscio del suo corpo fisico e vede il piano fisico. Ma l’antica coscienza chiaroveggente, a poco a poco, scompare. Così, vediamo nascere ciò che è l’interiorità umana, l’interiorità umana indipendente e individuale, portatrice dell’Io. Se oggi contemplate l’uomo addormentato, vedrete nel corpo fisico e in quello eterico, che rimangono nel letto, ciò che è nato da questi gusci, che si sono formati nel corso del tempo a causa della densificazione. Ciò che in precedenza si è distaccato dall’astralità universale, ritorna indietro ogni notte per rafforzarsi nella sostanza divina universale. Non si schiude naturalmente a essa quanto prima, altrimenti sarebbe chiaroveggente. Conserva la propria indipendenza. Questa individualità indipendente è dunque qualcosa nato durante il corso dell’evoluzione. A chi va debitrice la sua esistenza questa interiorità umana indipendente, individuale, che cerca forza al di fuori del corpo fisico e del corpo eterico? Ne va debitrice al corpo fisico e al corpo eterico dell’uomo, che si sono formati poco alla volta nel corso dell’evoluzione; da essi è nato ciò che di giorno si immerge nei sensi fisici e guarda fuori nel mondo fisico, ma che di notte sprofonda in uno stato incosciente, perché si è distaccato dallo stato in cui si trovava prima. Il linguaggio occulto usa chiamare ciò che oggi giace nel letto il vero uomo terrestre; quello era «l’uomo». E ciò in cui l’Io dimora giorno e notte, ma che è nato dal corpo fisico e da quello eterico, si chiamava il «bambino dell’uomo» o il «figliolo dell’uomo». Il figliolo dell’uomo è l’Io e il corpo astrale, nati durante il corso dell’evoluzione terrestre dal corpo fisico e da quello eterico. Per questo vi è l’espressione tecnica «figliolo dell’uomo».
Perché il Cristo Gesù è venuto sulla Terra? Che cosa doveva comunicare alla Terra tramite il suo impulso?
Questo «figliolo dell’uomo», che si è disciolto dal grembo della Divinità, dalla connessione in cui prima si trovava, ma che in compenso si è acquistata la coscienza fisica, deve ritornare, per mezzo della forza del Cristo, che è comparso sulla Terra, alla coscienza della spiritualità. Egli non deve poter vedere soltanto con i sensi fisici nell’ambiente circostante, ma gli si deve illuminare la coscienza dell’esistenza divina, grazie alla forza della sua entità interiore, di cui ora non è cosciente. Per mezzo della forza del Cristo, venuto sulla Terra, il figliolo dell’uomo deve nuovamente elevarsi verso il divino. In passato, solo alcuni eletti potevano guardare dentro al mondo divino-spirituale, secondo l’antica iniziazione dei misteri. Per tali uomini, agli antichi, esisteva un termine tecnico. Coloro che potevano guardare nel mondo divino-spirituale e renderne testimonianza venivano chiamati «serpenti». Questi «serpenti» erano gli uomini degli antichi tempi che venivano iniziati in questo modo nei misteri. Questi «serpenti» furono i precursori dell’avvento del Cristo Gesù. Mosè indicò la sua missione innalzando dinanzi al suo popolo il simbolo di coloro che potevano guardare dentro i mondi spirituali: innalzò il serpente. Per virtù della forza del Cristo, ogni figlio dell’uomo doveva diventare sulla Terra ciò che erano quei singoli uomini. Questo concetto è espresso dal Cristo nell’ulteriore corso del dialogo con Nicodemo, quando dice: «Come Mosè inalzò il serpente, così d’uopo è che sia inalzato il Figliuolo dell’uomo». Il Cristo Gesù si serve delle espressioni tecniche del suo tempo. Occorre però prima ricercare il senso letterale delle sue parole per comprendere il vero significato, che è in linea con l’insegnamento antroposofico. Perciò, in antichità, poteva affermarsi soltanto un preannuncio di quell’insegnamento dell’«Io sono». Soltanto sulla base dell’autorità esteriore degli iniziati, i popoli potevano udire qualcosa della forza dell’Io-sono, che doveva essere accesa in ogni figlio dell’uomo. Ma anche a questo riguardo verremo sufficientemente istruiti.
Abbiamo visto in precedenza che l’Io-sono ha un significato particolare nel Vangelo di Giovanni; anche questo Io-sono è stato rivelato all’uomo gradualmente? È stato esso annunciato gradualmente? Nell’antico Testamento è stato realmente indicato e preparato ciò che, per mezzo della discesa dell’Io-sono incarnato, viene trasmesso all’uomo come impulso?
Ricordiamo che tutto ciò che succede nel corso del tempo viene preparato lentamente e gradatamente. Quello che viene portato dal Cristo Gesù doveva, come il bambino nel grembo materno, maturare lentamente negli antichi Misteri e tra i seguaci dell’Antico Testamento. Ciò che venne preparato nei seguaci dell’Antico Testamento nell’antico popolo giudaico si era andato maturando a sua volta presso gli antichi Egizi. Gli Egizi erano profondi iniziati che sapevano ciò che sarebbe venuto sulla Terra. Sentiremo come, presso gli Egizi, la terza sotto-razza della razza postatlantica, si andò formando a poco a poco il completo impulso dell’Io-sono; essi fornirono, come un grembo materno, la costituzione esteriore per l’Io-sono, ma non arrivarono a tanto da poter far nascere da loro il Principio-Cristo; vedremo come, infine, si liberò da essi l’antico popolo ebraico. Mosè viene considerato presso gli Egizi come il preannunziatore del Dio che è l’Io-sono incarnato. Egli doveva preannunziarlo a coloro che ne potevano comprendere il significato. Egli doveva annunciare che la massima «Io e il Padre Abramo siamo uno» doveva essere sostituita dall’altra: «Io e il Padre siamo uno», vale a dire: «Io e la Causa primordiale spirituale del mondo siamo direttamente tutt’uno». I seguaci dell’antico Testamento, collettivamente, guardavano l’anima di gruppo del popolo e il singolo si sentiva al riparo della Divinità in questa anima di gruppo. Ma prima, Mosè, in qualità di iniziato nell’antico senso del termine, annunciò che il Cristo sarebbe venuto, ossia che esiste un principio divino superiore al principio del sangue che scorre attraverso le generazioni. Iddio opera nel sangue fin da Abramo, ma questa non è che la manifestazione esteriore del Padre spirituale, del padre del sangue.
«Mosè disse a Dio: "Chi sono io per andare a trovare Faraone e per far uscire i figli d’Israele dall’Egitto?"
Egli gli rispose: «Io sarò con te; e il segno che tu avrai dell’averti io mandato sarà questo: quando avrai tratto il mio popolo fuori dall’Egitto, offrirai sacrifizi a Dio su questo monte.
Disse Mosè a Dio: «Ecco, io andrò a trovare i figli d’Israele e dirò loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi! Se mi domandassero: «Qual è il suo nome?», che cosa dovrei rispondere?»
Egli deve profeticamente annunciare un Dio più alto, che sta dentro al Dio del Padre di Abramo, ma in certo qual modo come un principio superiore. Qual è il suo nome?
Dio rispose a Mosè: «Io sono l’«Io-sono».
Qui viene preannunciata la profonda verità della parola che, più tardi, comparirà incarnata nel Cristo Gesù.
«E disse: Così dirai a’ figliuoli d’Israele: «L’Io-sono me lo ha insegnato!»
Così sta scritto letteralmente. Vale a dire, con altre parole, che il «Nome», quel nome che risiede alla base del nome del sangue, è l’Io-sono – ed esso comparisce incarnato nel Cristo del Vangelo di Giovanni.
Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi».
Ciò che finora avete veduto soltanto esteriormente, che scorreva attraverso il sangue, è, nel suo significato più profondo, l’«Io-sono».
Questo è ciò che viene annunciato quando si entra nel mondo per mezzo del Cristo Gesù. Udiamo il nome del Logos, lo udiamo gridato a suo tempo a Mosè: «Io sono l’«Io-sono»! Qui il Logos grida il suo nome. Egli rivela ciò che per mezzo della ragione e dell’intelletto si può comprendere di lui. Ciò che viene allora gridato si manifesta nella carne sotto forma di Logos incorporato nel Cristo Gesù.
Ora esaminiamo il segno esteriore attraverso il quale il Logos scorreva giù sugli Israeliti, per quel tanto che essi riuscivano a concepirlo con il pensiero, per via di semplice comprensione. Questo segno esteriore è la «manna» nel deserto. La «manna» è realmente la medesima parola di «Manas», il «Sé spirituale», e lo sanno coloro che conoscono i segreti della scienza occulta. Così, in quella umanità che si è gradualmente acquisita la coscienza dell’Io, si fa il primo accenno del Sé spirituale. A ciò che vive e compare nel Manas stesso, però, conviene dare un altro nome. Esso non è soltanto ciò che si può sapere, ma anche una forza che si può accogliere. Con la ragione. Quando il Logos si fa carne e compare nell’umanità, egli è allora un impulso di forza che viene diffuso fra gli uomini e che non vive soltanto come insegnamento e come concezione, ma che è contenuto nel mondo come un impulso di forza al quale l’uomo può partecipare. Allora, però, non si chiama più «Manna», bensì «pane della vita»; questa è l’espressione tecnica per il Budhi, o Spirito vitale.
L’acqua trasformata dallo spirito, che viene offerta in simbolo alla Samaritana, e il pane della vita sono il primo annuncio della penetrazione dello Spirito vitale, o Budhi, nell’uomo. Domani queste spiegazioni ci serviranno da punto di partenza.
Nel Vangelo di Giovanni tutto converge verso il fatto che, nella storia dell’umanità, si è verificato ciò che chiamiamo il «Mistero del Golgotha». La comprensione esoterica di questo mistero ci permette di interpretare il profondo significato del Vangelo di Giovanni. Se si considera ciò che costituisce il punto centrale del Mistero del Golgotha e lo si vuole interpretare in senso occultista, occorre pensare al momento della crocifissione, quando il sangue del Redentore fuoriuscì dalle ferite. Questo ci riporta a un concetto che abbiamo già più volte ribadito durante queste conferenze: per chi conosce i mondi spirituali, la materia e la sostanza fisica non sono che l'espressione esteriore, la manifestazione esteriore dello spirituale. Ora, dinanzi alla nostra anima, rievochiamo l’evento fisico del Cristo Gesù sulla croce, con il sangue che sgorga dalle ferite. Che cosa esprime spiritualmente questa immagine, il cui contenuto è un evento fisico, per chi può comprendere correttamente il Vangelo di Giovanni?
Questo processo fisico, l’evento del Golgota, è l’espressione, la manifestazione di un processo spirituale che rappresenta una fase intermedia dell’intero processo di evoluzione terrestre. A chi comprende queste parole in senso materialistico, esse non rappresenteranno niente d’importante. Perché egli non potrà immaginarsi che in quell’unicissimo evento del Golgota sia successo qualcosa di diverso da un qualsiasi altro evento fisico simile. Tuttavia, c’è una differenza enorme tra tutti i processi terrestri che hanno preceduto l’evento del Golgota e quelli che si sono verificati dopo.
Se vogliamo evidenziare le particolarità di questo evento, dobbiamo dire che non soltanto il singolo uomo o qualsiasi altro essere vivente ha un corpo fisico, un corpo eterico e un corpo astrale, come descritto in molte conferenze precedenti, ma anche un corpo cosmico non è soltanto la materia fisica osservata dagli astronomi e dagli altri ricercatori fisici; anche un corpo cosmico ha un corpo eterico e un corpo astrale. Anche la nostra Terra ha il suo corpo eterico e il suo corpo astrale. Se la Terra non avesse il corpo eterico, che le appartiene, non potrebbe ospitare le piante; se non avesse un corpo astrale, non potrebbe ospitare gli animali. Per rappresentare il corpo eterico della Terra, occorre immaginarne il punto centrale nel centro della Terra stessa, così come il corpo fisico della Terra ha il suo centro proprio lì. Questo intero corpo fisico terrestre è adagiato nel corpo eterico della Terra, che a sua volta è adagiato nel corpo astrale. Se qualcuno avesse osservato chiaroveggentemente il corpo astrale della Terra nel corso dell’evoluzione terrestre, avrebbe notato che questo corpo astrale e il corpo eterico della Terra non sono rimasti sempre identici, ma si sono modificati nel tempo. Per riuscire a rappresentare questo fatto esattamente, trasferiamoci per via spirituale al di fuori della Terra, sopra una qualsiasi altra stella, e immaginiamo che da questa un uomo chiaroveggente volga lo sguardo in basso, sulla nostra Terra. Un uomo siffatto non vedrebbe la Terra soltanto librarsi come un pianeta fisico, ma anche un’aura; egli vedrebbe la Terra circondata da un’aura di luce, perché percepirebbe il corpo eterico e il corpo astrale della Terra. L'uomo chiaroveggente vedrebbe l'aura della Terra, costituita dal corpo eterico e dal corpo astrale, assumere una determinata colorazione. Quale sarebbe questo momento? È il momento in cui, sul Golgota, il sangue sgorga dalle ferite del Cristo Gesù. In quel momento, tutte le condizioni spirituali della Terra subirono una modifica.
Abbiamo detto: ciò che noi chiamiamo Logos è la somma dei sei Elohim, uniti con il sole e perciò beneficiari della Terra spiritualmente con i loro doni, mentre esteriormente la luce solare scende sulla Terra. Così la luce del sole ci è apparsa come il corpo esteriore fisico per lo spirito e l’anima degli Elohim o del Logos. Nel momento in cui l’evento del Golgotha si è verificato, la forza, l’impulso che prima affluiva soltanto dal sole alla Terra sotto forma di luce, ha iniziato a unirsi con la Terra e l’aura terrestre è cambiata. Consideriamo ora l’evento del Golgota da un altro punto di vista. Abbiamo già esaminato retrospettivamente il divenire dell’uomo e il divenire della Terra da molteplici punti di vista. Sappiamo che la nostra Terra, prima di diventare tale, ha attraversato le tre incarnazioni di Saturno, del sole e della luna; di conseguenza, l’incorporazione precedente della nostra Terra è stata l’antica luna. Quando un pianeta siffatto ha raggiunto la meta della sua evoluzione, gli succede come all’uomo che, in una vita, abbia raggiunto la meta della sua esistenza; il pianeta passa in un’altra esistenza invisibile, che si chiama Pralaya, per poi tornare a prender corpo. Così vi fu uno stato intermedio fra la passata incorporazione della Terra, che sarebbe l’antica luna, e l’attuale incorporazione. La Terra, in quel lontano tempo, era ancora unita a tutto ciò che appartiene al nostro sistema solare e comparve sfolgorante nel suo primo stato, dal quale poi sono derivati quegli stati che abbiamo descritto ieri. Allora, quando la nostra Terra sfolgorò in quell’antico tempo, era ancora unita a tutto ciò che appartiene al nostro sistema solare. Era talmente grande da estendersi fino ai pianeti più lontani del nostro sistema solare. Tutto era ancora unito e i singoli pianeti si separarono solo in un secondo momento. La Terra era unita fino a un certo momento con il nostro sole odierno e con la nostra luna attuale. Vi fu dunque un tempo in cui il sole, la luna e la Terra erano un corpo solo, come se oggi si prendesse la luna e il sole attuali e si mescolassero assieme con la Terra, formando un solo grande corpo cosmico. Questo era il nostro pianeta in passato, quando il suo corpo astrale e il suo Io ondeggiavano in una forma come di vapore acqueo, e anche prima: il sole, la luna e la Terra erano uniti. A quel tempo, dunque, le forze che oggi sono nel sole erano collegate con la Terra, sia quelle spirituali che quelle fisiche. Poi, un giorno, il sole si distaccò dalla Terra; non soltanto il sole fisico con la sua luce fisica, ma anche il sole fisico, che l’occhio umano può vedere, si scisse dalla Terra con le sue entità animico-spirituali, a capo delle quali stanno gli Elohim, veri spiriti di luce, gli abitanti del sole; e rimase indietro ciò che si otterrebbe se si mescolasse la luna attuale con la Terra. Infatti, per un certo periodo la Terra era distaccata dal sole, ma era ancora unita alla luna. Soltanto nell’epoca lemurica la Luna si scisse dalla Terra e allora si costituirono i rapporti fra i tre corpi, Sole, Luna e Terra, quali sono oggi. Questi rapporti dovettero nascere in quel modo. Gli Elohim dovettero agire inizialmente dall'esterno, uno di essi dovette costituirsi signore della luna e riverberare da lì la potente forza degli altri Elohim. Noi viviamo oggi sulla nostra Terra, come su un'isola nello spazio cosmico, costituitasi disarticolandosi dal Sole e dalla Luna. Verrà però un tempo in cui la nostra Terra si riunirà di nuovo al Sole e formerà con esso un unico corpo. Allora gli uomini saranno talmente spiritualizzati da poter sopportare e accogliere le forze più intense del sole e unirsi a esse. In quel momento uomini ed Elohim dimoreranno nella stessa sfera d’azione.
Quale forza determinerà questo risultato?
Se l’evento della croce non si fosse verificato, non sarebbe più possibile una nuova riunione della Terra col sole. Infatti, grazie all’evento del Golgota, per virtù del quale la forza degli Elohim nel sole, ossia la forza del Logos, si unì alla Terra, venne dato l’impulso che spinge l’una verso l’altra le diverse manifestazioni della forza del Logos e che condurrà, in ultimo, sole e Terra a riunirsi. A partire dall’evento del Golgota, la Terra, considerata spiritualmente, possiede la forza che la ricondurrà nuovamente al Sole. Perciò diciamo: nell’esistenza spirituale della Terra venne accolto ciò che prima le affluiva dall’esterno: la forza del Logos, e questo è successo per virtù dell’evento del Golgotha. Che cosa viveva sulla Terra prima? La forza che irradia dal sole verso la Terra. Che cosa vive da allora nella Terra? Il Logos stesso, che per mezzo del Golgota divenne lo Spirito della Terra.
Per quanto è vero che nel vostro corpo dimora il vostro elemento animico-spirituale, altrettanto è vero che nel corpo della Terra, in quel corpo di pietre, piante e animali sul quale voi vi aggirate, dimora l’elemento animico-spirituale della Terra; e questo animico-spirituale, questo Spirito della Terra è il Cristo. Il Cristo è lo Spirito della Terra. Quando dunque il Cristo parla ai suoi discepoli più intimi, in un’occasione da annoverarsi fra le più intime, che cosa può egli dir loro? Quale segreto può loro affidare?
Egli può dire: «Supponete che dal vostro corpo voi guardiate nella vostra anima. La vostra anima sta dentro. Lo stesso vale quando guardate l’intera sfera terrestre. Ciò che oggi vedete qui dinanzi a voi nella carne, è lo stesso spirito che non sta soltanto provvisoriamente in questa carne, ma è anche lo Spirito dell’intera Terra – e sempre più lo diventerà». – Egli ha potuto accennare alla Terra come al suo vero corpo. «Quando vedete il seminato e mangiate il pane, che cosa in verità mangiate in questo pane? È il mio corpo che mangiate! E quando bevete i succhi delle piante, sono come il sangue nel vostro corpo. È il sangue della Terra, è il mio sangue!» Questo disse letteralmente il Cristo Gesù ai suoi discepoli più intimi; occorre soltanto interpretare le parole veramente alla lettera. Durante l'ultima cena, Gesù espose loro simbolicamente il rito dell'iniziazione cristiana e pronunciò parole straordinarie, annunciando che uno dei presenti lo tradirebbe. Nel 18º versetto del 13º capitolo del Vangelo secondo Giovanni, egli dice: «Chi mangia il pane con me, mi calpesterà coi piedi».
Queste parole devono essere intese letteralmente. L’uomo mangia il pane della Terra e si aggira su questa Terra con i piedi. Se la Terra è il corpo dello Spirito della Terra, vale a dire, del Cristo, allora l’uomo è colui che si aggira coi piedi sul corpo della Terra e che calpesta dunque con i piedi il corpo di ciò di cui mangia il pane. Con queste parole, il Cristo ci parla dello Spirito, della Terra e del pane che viene tolto dalla Terra. Nel Vangelo secondo Giovanni, ci viene dunque offerto un approfondimento infinito del concetto dell’Eucaristia. A questo accenna il Cristo dicendo: «Questa è la mia carne». Come la carne muscolare dell’uomo appartiene all’anima umana, così il pane appartiene alla Terra, vale a dire, al Cristo. E i succhi che scorrono attraverso le piante e pulsano attraverso le viti sono uguali al sangue che pulsa nel corpo umano. Il Cristo può indicare questo, dicendo: «Questo è il mio sangue». Soltanto chi non vuole comprendere o non è disposto a farlo, può credere che con questa spiegazione veritiera l’Eucaristia perda qualcosa della sua santità. Chi invece vuole comprendere, dirà a sé stesso che nulla della sua santità viene a mancare. Anzi, l’intero pianeta terrestre viene santificato da questa interpretazione. E quali sentimenti possenti possono pervadere l’anima nostra, quando giungiamo a scorgere nell’Eucaristia il più grande mistero della Terra, il collegamento dell’evento della croce con l’intera evoluzione terrestre, quando impariamo a sentire nell’Eucaristia che lo sgorgare del sangue dalle ferite del Redentore ha un significato non soltanto umano, ma cosmico, che esso, cioè, dà alla Terra la forza di proseguire nella sua evoluzione! Colui che comprende questo significato più profondo del Vangelo di Giovanni deve sentire di non essere legato al corpo fisico della Terra soltanto attraverso il proprio corpo fisico, ma di essere legato, in quanto essere animico-spirituale, all’essere animico-spirituale della Terra, che è il Cristo stesso, e di essere pervaso dallo Spirito della Terra, che è il Cristo. Se sentiamo questo, possiamo dire: che cosa lampeggiò allo scrittore del Vangelo di Giovanni nel momento in cui egli poté guardare nei profondi arcani connessi con il Cristo Gesù? Egli vide in quel momento quanta forza e quanta energia ci fossero nel Cristo Gesù e come questi impulsi dovessero operare nell’umanità, a condizione che questa li accogliesse.
Per comprendere bene, occorre rievocare nuovamente il vero corso dell’evoluzione dell’umanità. L’uomo è costituito di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Come si svolge la sua evoluzione? L’uomo, per opera del suo Io, elabora, purifica e rinforza gradualmente gli altri tre arti. L’Io è chiamato a purificare gradualmente il corpo astrale, a purificarlo, a elevarlo a un grado superiore. Quando l’intero corpo astrale sarà purificato e rinvigorito grazie alla forza del proprio Io, esso diventerà lo Spirito o Manas. Quando il corpo eterico o vitale sarà completamente elaborato e rinvigorito dalle forze dell’Io, esso sarà Budhi o Spirito vitale. Quando il corpo fisico sarà completamente sottomesso e dominato dall’Io, esso sarà Atman, l’Uomo-Spirito. E sarà allora che l’uomo avrà raggiunto la prima meta. Questo processo, però, richiederà tempi molto lunghi. Quello che è stato descritto, cioè che l’uomo costituito di quattro arti (corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io) elaborerà, per opera del suo Io, gli altri tre arti e ne farà il Sé spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo-spirito, va inteso nel senso che l’Io, nell’eseguire questo lavoro, è completamente cosciente. Ma questo, per la maggior parte degli uomini odierni, non è ancora possibile. L’uomo comincia oggi a elaborare con piena coscienza soltanto un po' del suo corpo astrale, per introdurvi il Manas. L’uomo è ora a questo punto. Durante l’evoluzione terrestre, però, l’uomo ha già lavorato in modo incosciente, con l’aiuto di entità superiori, sui suoi tre arti inferiori. In antichità, ha lavorato inconsciamente sul suo corpo astrale, pervaso così dall’anima senziente. L’Io ha lavorato incoscientemente sul corpo eterico e questo corpo eterico, incoscientemente trasformato, è ciò che si trova descritto nella sistematica esposizione del mio libro «Teosofia» come «anima razionale»; ciò che l’Io ha elaborato incoscientemente nel corpo fisico è quello che si trova in quel libro sotto il nome di «anima cosciente». L’anima cosciente è dunque nata verso la fine dell’epoca atlantea, quando il corpo eterico, di cui una parte emergeva ancora al di fuori del corpo fisico, s’introdusse gradualmente tutto nel corpo fisico. Per questo motivo l’uomo imparò a enunciare «Io». Così l’uomo passò gradualmente dall’epoca atlantea a quella postatlantica. La nostra epoca è chiamata a introdurre gradualmente il Manas, o Sé spirituale, in ciò che era stato accolto in modo incosciente in precedenza. Con tutte le forze che ha acquisito grazie al possesso di un corpo fisico, di un corpo eterico, di un corpo astrale, di un’anima senziente, di un’anima razionale e di un’anima cosciente, e con tutte le forze che questi arti gli possono dare, l’uomo deve formare in sé il Manas – e inoltre, seppure in minima parte, anche la disposizione allo Spirito vitale o Budhi. Questo è ciò che viene assegnato alla nostra epoca postatlantica: sviluppare in sé questi arti superiori del proprio essere, Manas o Sé spirituale, Budhi o Spirito vitale e Atman o Uomo-spirito, anche se quest’ultima meta non potrà essere raggiunta se non in un lontano avvenire. L’uomo deve già oggi sviluppare in sé la forza necessaria per evolvere i suoi corpi inferiori a corpi superiori.
Ora, ci si chiede: che cosa esiste nell’uomo che gli impedisce di sviluppare questi arti superiori e che cosa esisterà invece in lui nell’avvenire? Come si differenzierà l’uomo futuro da quello attuale?
Quando l’uomo superiore sarà completamente evoluto, l’intero astrale sarà purificato a tal punto da diventare Manas, o Sé spirituale; il corpo eterico sarà purificato a tal punto da diventare Budhi, o Spirito vitale; e il corpo fisico sarà trasformato a tal punto da diventare Uomo-Spirito o Atman. Occorrerà una forza enorme per trionfare del corpo più basso, perciò il superamento e la trasformazione del corpo fisico segneranno il massimo trionfo per l’uomo: quando gli uomini avranno compiuto quest’opera appieno, il corpo fisico sarà Uomo-spirito o Atman. Oggigiorno tutto ciò vive nell’uomo soltanto come disposizione, ma verrà un tempo in cui vivrà completamente nell’uomo. Il volgersi alla personalità del Cristo, agli impulsi del Cristo, il farsi permeare di forze, il farsi rinvigorire per mezzo dell’Impulso-Cristo, coltiva nell’uomo ciò che gli permetterà di compiere questa trasformazione.
Se l’uomo non ha ancora compiuto questa trasformazione, quali ne sono le conseguenze? La scienza dello Spirito le esprime in modo molto semplice. Dal fatto che il corpo astrale non è ancora purificato e trasformato in Sé spirituale, deriva la possibilità di avere interesse personale ed egoismo; dal fatto che il corpo eterico non è ancora compenetrato dalla forza dell’Io, deriva la possibilità di mentire e sbagliare; e dal fatto che il corpo fisico non è ancora compenetrato dalla forza dell’Io, deriva la possibilità di ammalarsi e di morire. Nel futuro Sé spirituale pienamente evoluto non vi sarà più interesse personale; non vi sarà più malattia o morte, bensì salvezza e salute nell’Uomo-Spirito pienamente evoluto, vale a dire nel corpo fisico pienamente evoluto. Che cosa significa dunque, che l’uomo accoglie gli impulsi del Cristo? Impara a comprendere la forza del Cristo e ad accogliere le energie che lo porteranno a dominare perfino il proprio corpo fisico.
Immaginate che un uomo possa accogliere completamente in sé l’Impulso-Cristo, che questo impulso possa trasferirsi completamente in lui; che il Cristo si trovi direttamente di fronte a un uomo e che l’Impulso-Cristo si trasferisca direttamente dentro di lui. Che cosa significa questo? Se l’uomo fosse cieco, potrebbe acquistare la vista per mezzo dell’influenza diretta di questo Impulso-Cristo, perché l’ultima mèta dell’evoluzione è il superamento delle forze della malattia e della morte. Quando l’autore del Vangelo di Giovanni parla della guarigione del cieco nato, parla in termini simbolici e mostra, con un esempio, che la forza del Cristo è una forza sanatrice quando si manifesta nella sua pienezza. Dove si trova questa forza? Nel corpo della Terra. Questa Terra deve però essere pervasa in verità dall’Essere dello Spirito-Cristo o del Logos. Verifichiamo ora se lo scrittore del Vangelo secondo Giovanni narra secondo questa interpretazione. Come lo narra? Il cieco è là; Cristo prende della terra, vi sputa sopra e la pone sul suo volto; egli pone sul cieco il proprio corpo pervaso dal proprio spirito. Con questa descrizione, lo scrittore del Vangelo di Giovanni ci mostra un mistero che egli conosce perfettamente. Ora, astraendo da qualsiasi preconcetto, parleremo con maggior precisione di questo segno, fra i più grandi del Cristo Gesù, per imparare a conoscere esattamente la natura di tale fatto, senza preoccuparci delle critiche dei nostri contemporanei tanto intelligenti che giudicheranno assurdo e stolto ciò che ora verrà detto. Ci sono dei grandi e poderosi segreti nel mondo che ancora oggi non sono adatti all’uomo. Gli uomini odierni, per quanto evoluti possano essere, non hanno la forza necessaria per celebrare anche i grandi misteri. Possono conoscerli, possono vederli, possono farli propri spiritualmente, ma l’uomo, così profondamente immerso nella materia, non è in grado di trasferirli nel fisico.
Ogni forma di vita è costituita di contrasti, di estremi. Vita e morte sono estremi di questo tipo. L’occultista avverte qualcosa di molto peculiare quando, per esempio, vede un cadavere accanto a un uomo vivente. Quando si ha davanti a sé un uomo vivo e desto, si sa che in lui convivono anima e spirito. Ma nell’uomo desto, questi ultimi, come coscienza, sono esclusi, per così dire, dal pieno rapporto con il mondo spirituale e non si rivolgono a esso. Quando abbiamo di fronte un cadavere, percepiamo che lo spirito e l’anima che hanno appartenuto a quel cadavere stanno per passare nei mondi spirituali e che lì si schiude loro la coscienza, la luce del mondo spirituale. Così il cadavere diventa il simbolo di ciò che accade nei mondi spirituali. Ma anche nel fisico vi sono le riproduzioni di ciò che accade nello spirituale, sebbene in modo strano. Quando un uomo nasce di nuovo, gli si deve edificare una parte corporea. È necessario, per così dire, un concorso di materia affinché gli venga edificato un corpo. Questo concorso di materia si palesa, in certo qual modo, ai chiaroveggenti come il morire della coscienza che sta nel mondo spirituale. In questo processo, la coscienza spirituale muore, per poi rinascere. Nel concorso di materia per formare un corpo umano fisico si osserva, in un certo senso, il morire di una coscienza spirituale; e, in effetti, nella decomposizione e nella combustione di un corpo fisico, quando le parti si distaccano e si disciolgono, si manifesta contemporaneamente, a livello spirituale, un processo opposto: il nascere di una coscienza spirituale. La decomposizione fisica è una nascita. Perciò anche tutti i processi di dissoluzione e decomposizione sono, per l’occultista, qualcosa di ben diverso. Un cimitero, dove si decompongono dei corpi fisici, visto spiritualmente (qui con l'astrazione degli uomini, s'intende ciò che si verifica spiritualmente nel cimitero), è un processo meraviglioso: è un continuo accendersi e lampeggiare di rinascite spirituali. Con la coscienza di accogliere in sé il processo spirituale che è stato descritto. Se lo fa in modo adeguato, allora indubbiamente, nella successiva incarnazione (non è possibile farlo in una medesima incarnazione), si incarnerà con la forza che dà impulsi vivificatori e sanatori. Respirare l’aria dei morti rientra nella disciplina che consente di condurre gradualmente la propria saliva a quella forza che, una volta mescolata alla terra comune, può donare ciò che il Cristo ha posto sugli occhi del cieco. Questo mistero, per mezzo del quale si consuma la morte, si mangia e si respira, per mezzo del quale si consegue la forza di risanare, è il segreto a cui accenna lo scrittore del Vangelo secondo Giovanni, quando mostra dei segni, come quello della guarigione del cieco nato. Sarebbe molto meglio che la gente imparasse che esiste ciò che è descritto nella guarigione del cieco, invece di ragionare tanto sul modo in cui la cosa vada intesa, e che imparasse a riconoscere il valore della personalità di colui che ha scritto il Vangelo di Giovanni, in modo da poter dire: «Egli era una personalità iniziata a questi misteri; dobbiamo cercare di acquistare la comprensione di questi misteri».
Era necessario che io facessi notare che ci si trova ora in un gruppo antroposofico, in cui non ci si cura di tanti pregiudizi, prima di narrare un mistero come quello della saliva mischiata alla terra quale mezzo curativo e di affermare che un tale fatto ha un significato letterale.
Ora cerchiamo di comprendere quanto la piena conoscenza di quel fatto ci avvicini strettamente all’idea, di cui oggi ci siamo occupati, e cioè che il Cristo è lo Spirito della Terra e che la Terra è il suo corpo. Abbiamo visto, da un esempio, come il Cristo spiritualizzi la Terra e lo abbiamo visto offrire una parte di sé stesso, affinché si compisse ciò che andava compiuto. Ora passiamo ad altro.
A quanto è stato esposto finora, si aggiunga che il Cristo ha detto: «Il più profondo segreto del mio essere è l’Io-sono, e la vera ed eterna potenza dell’Io-sono, che ha la forza di penetrare negli altri corpi, deve fluire negli uomini. È nello Spirito della Terra». Teniamo a mente queste parole e riflettiamo seriamente sul fatto che il Cristo, facendosi mediatore di ogni uomo con il vero possesso dell’Io, vuole risvegliare il Dio in ogni uomo, accendere il Signore e il Re che è in lui.
Che cosa ci si palesa allora? Ci si palesa niente meno che il fatto che il Cristo è, in senso assoluto, l’espressione dell’idea del Karma, della legge del Karma. Questo è il significato cristiano del karma. Significa che nessun uomo deve ergersi a giudice della interiorità altrui. Chi non ha ancora compreso l’idea del Karma in questo senso, non l’ha compresa in tutta la sua profondità. Fintanto che un uomo giudica gli altri, impone la coercizione del proprio Io. Quando però si crede veramente in senso cristiano nell’Io-sono, non si giudica, ma si dice: «So che il karma è il grande pareggiatore. Qualsiasi cosa tu abbia fatto, io non giudico!» Supponiamo che un peccatore venga condotto davanti a un uomo che ha realmente compreso la parola del Cristo. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento di quest’uomo di fronte al peccatore? Supponiamo che tutti coloro che si reputano cristiani accusino quest’uomo di gravi peccati. Il vero cristiano risponderebbe: «Qualunque cosa gli addebitiate, che egli l’abbia commessa o no, occorre rispettare l’Io-sono; lasciate il giudizio al Karma, alla grande legge che è la legge stessa dello Spirito di Cristo, e che deve essere lasciata a Cristo stesso». Il karma si compie nel corso dell’evoluzione terrestre; possiamo affidare a questa evoluzione stessa la punizione che il karma infliggerà a quell’uomo. Si potrebbe forse rivolgersi alla Terra e agli accusatori, dicendo: «Badate a voi stessi! Spetta alla Terra di eseguire il castigo? E Gesù se n’andò al Monte degli Ulivi.
E di gran mattino tornò nuovamente al Tempio, e tutto il popolo andò da lui e, stando a sedere, insegnava.
Gli Scribi e i Farisei condussero a lui una donna colta in adulterio, la fecero sedere in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata colta in flagrante ad adulterare. Nella legge di Mosè è scritto che queste donne devono essere lapidate. Tu che ne dici?
E ciò essi dicevano per tentarlo e accusarlo. Ma Gesù, abbassato in giù il volto, scriveva col dito sulla terra.
Continuando però a interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei.
E di nuovo chinatosi, scriveva sulla terra. Ma quelli, che udito ebbero questo (convinti dalla loro coscienza), uno dopo l’altro se ne andarono, cominciando dai più vecchi; e rimase solo Gesù e la donna che si trovava in mezzo.
Gesù si alzò, ma continuò a non vedere nessuno all'infuori della donna, e le chiese: «Donna, dove sono coloro che ti accusavano?». Nessuno ti ha condannata?»
Egli dice questo per escludere ogni giudizio esteriore e per indicare il karma interiore.
«Ed ella: «Nessuno, o Signore», rispose lei, che viene affidata al suo Karma; perciò l’unica cosa da farsi è non pensare più al castigo, che si compie nel Karma, ma ravvedersi.
«E Gesù le disse: «Neanch'io ti condannerò: vattene e non peccare più».
Così vediamo la connessione fra l’idea più profonda del Cristo, l’importanza del suo Essere per la Terra e l’idea del Karma. «Se avete compreso la mia essenza, avete anche compreso chi è Colui del quale io esprimo l’essere; e come l’Io-sono determini il pareggio». Il Cristo ha dato agli uomini l'impulso a raggiungere l'indipendenza e l'interiore raccoglimento.
Gli uomini non hanno ancora raggiunto una profonda comprensione del Cristianesimo. Ma quando gli uomini avranno imparato a comprendere ciò che risiede nel Vangelo di Giovanni, accoglieranno gradualmente gli impulsi che vi sono contenuti: allora si realizzerà, in un lontano avvenire, l’ideale cristiano.
Così vediamo come, nell’epoca postatlantica, fluisca sulla Terra il primo impulso a evolvere l’uomo superiore. Domani impareremo a conoscere l’evoluzione dell’uomo in relazione con il Principio-Cristo, proprio in questa epoca postatlantica, e proseguiremo mostrando ciò che il Cristo sarà in futuro.
Abbiamo visto che per avvicinarsi al profondo significato del Vangelo di Giovanni è necessario penetrarlo da diverse parti; e ieri abbiamo potuto accennare a uno dei segreti più importanti del Vangelo di Giovanni da un determinato punto di vista. Per arrivare a poco a poco a una comprensione completa del mistero di cui abbiamo parlato ieri, sarà necessario considerare l’avvento del Cristo Gesù nella nostra epoca postatlantica. Abbiamo raccolto gli elementi più disparati per seguire l’evoluzione dell’uomo e del Principio-Cristo in essa. Oggi cercheremo di comprendere il motivo per cui il Cristo sia comparso sotto forma umana proprio in quel determinato momento della nostra evoluzione. Dovremo riallacciarci a quanto abbiamo già ascoltato nelle ultime conferenze ed esaminare l’evoluzione della nostra umanità nell’epoca postatlantica.
Abbiamo ripetutamente affermato che i nostri antenati hanno vissuto in un’epoca remota in una regione della Terra, oggi sommersa nell’Oceano Atlantico. I nostri antenati vivevano sull’antica Atlantide. Ieri abbiamo accennato all’aspetto della corporeità esteriore di quegli antichi atlantei. Abbiamo visto che ciò che l’uomo percepisce oggigiorno con i sensi esteriori, ovvero il corpo fisico, si è evoluto molto lentamente fino a raggiungere la densità attuale. Possiamo affermare che soltanto nell’ultima parte dell’epoca atlantea l’uomo cominciava a somigliare un po' alla sua figura attuale. Ma anche verso l’ultimo terzo dell’epoca atlantea l’uomo era ancora essenzialmente diverso da quello che è oggi, sebbene non sembrasse molto differente per i sensi esteriori. Potremo comprendere meglio il progresso compiuto dall’uomo se lo paragoniamo a un qualsiasi animale superiore vivente. Per molte ragioni, ci deve essere già chiaro in cosa l’uomo si differenzi oggi essenzialmente da qualsiasi animale odierno, sia pure superiore. In ogni animale, sul piano fisico o nel mondo fisico, l’entità è costituita dal corpo fisico, dal corpo eterico o vitale e dal corpo astrale, che rappresentano l’essere dell’animale nel mondo fisico. Non dovete credere che nel mondo fisico vi sia soltanto della fisica. Sarebbe un errore cercare tutto l’eterico e, in particolare, tutto l’astrale nei mondi sovrasensibili. Effettivamente, con i sensi fisici, non riusciamo a vedere nel mondo fisico se non ciò che è fisico. Questo non dipende dal fatto che nel mondo fisico esista solo la dimensione fisica. No, nell’animale esiste nel mondo fisico un corpo eterico e un corpo astrale, e chi ha il dono della chiaroveggenza può vederli. Per arrivare al vero Io di un animale, non si può limitare al mondo fisico, ma è necessario salire nel mondo astrale. Lì si trovano l’anima di gruppo o l’Io di gruppo degli animali; e la differenza tra l’uomo e l’animale consiste nel fatto che nell’uomo c’è l’Io anche qui giù nel mondo fisico. In altre parole, l’uomo è costituito nel mondo fisico di corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, e di Io, sebbene i tre arti superiori, a cominciare dal corpo eterico, non siano riconoscibili se non dalla coscienza chiaroveggente. Questa differenza tra l’uomo e l’animale si manifesta, in un certo senso, anche chiaroveggentemente. Supponiamo che un chiaroveggente osservi un cavallo e un uomo. Il chiaroveggente noterebbe che al di fuori della testa del cavallo, che si prolunga fino al muso, vi è un’aggiunta eterica e direbbe che al di sopra della testa fisica del cavallo emerge la testa eterica, organizzata in modo potente. Queste due teste non coincidono nel cavallo. La testa eterica nell’uomo odierno ha una forma e una grandezza che corrispondono più o meno a quelle della testa fisica. L’elefante ci appare particolarmente grottesco: osservato chiaroveggentemente, ha una enorme testa eterica, di guisa che ci appare come un animale assolutamente grottesco. Tuttavia, nell’uomo odierno la testa fisica e la testa eterica coincidono, e hanno quasi la stessa forma e grandezza. Ma non è sempre stato così nell’uomo. Questo stato di cose si è verificato solo nell’ultimo terzo dell’epoca atlantea. In passato, nell’atlante, la testa eterica emergeva potentemente da quella fisica; successivamente, le due teste iniziarono a fondersi l’una nell’altra, fino a coincidere completamente nell’ultimo terzo dell’epoca atlantea. Nel cervello esiste un punto, vicino agli occhi, che coincide oggi completamente con un determinato punto della testa eterica: questi due punti erano separati negli antichi tempi. Il punto eterico si trovava al di fuori del cervello. Questi due punti importanti si sono avvicinati. Quando questi due punti hanno potuto coincidere, l’uomo ha imparato a dire «Io» a se stesso e si è manifestata ciò che abbiamo chiamato l’anima cosciente. Con la coincidenza della testa eterica con quella fisica dell’uomo, la testa di quest’ultimo si è notevolmente modificata. La testa umana aveva un aspetto essenzialmente diverso da quello attuale presso l’antico Atlanteo. Se vogliamo comprendere come sia stata possibile l’odierna evoluzione, dobbiamo esaminare le condizioni fisiche dell’antica Atlantide.
Se avessimo attraversato l’antica Atlantide verso occidente, non avremmo riscontrato la distribuzione di pioggia, nebbia, aria e luce solare che abbiamo oggigiorno nelle regioni che abitiamo. Specialmente le contrade nordiche, a occidente della Scandinavia, erano allora pervase da nebbia. Gli uomini che abitavano l’area corrispondente all’Irlanda e anche più a ovest non hanno mai osservato nell’antica Atlantide la distribuzione fra pioggia e luce solare che osserviamo oggi. Essi erano sempre immersi nella nebbia e soltanto con il Diluvio Atlantico le masse nebbiose si dissolsero nell’aria e precipitarono. Se avessimo potuto esplorare l’intera Atlantide, non avremmo mai osservato un fenomeno che oggi conosciamo bene: l’arcobaleno. Questo non è possibile senza una distribuzione di pioggia e luce solare, quale oggi può esistere nell’atmosfera. Nell’Atlantide, prima del Diluvio universale, non si trovava l’arcobaleno. Soltanto gradualmente, dopo il Diluvio Atlantico, comparve il fenomeno dell’arcobaleno, vale a dire che esso divenne fisicamente possibile. Se ora, grazie alla scienza dello Spirito, venite a conoscenza di questo fatto e vi ricordate che nelle varie saghe e nei miti il Diluvio atlanteo è stato conservato come Diluvio universale del peccato, con Noè uscito dall’arca e che per primo vide l’arcobaleno, potrete rendervi conto di quanto i documenti religiosi siano, in senso letterale, profondamente veri. È vero che soltanto dopo il Diluvio Atlantico gli uomini poterono vedere l’arcobaleno per la prima volta. Queste sono le esperienze che può fare chi si avvicina all’occultismo e, successivamente, impara a comprendere i documenti religiosi letteralmente.
Verso la fine dell’epoca atlantea, le condizioni esteriori ed interiori erano più favorevoli per gli uomini in una determinata regione della superficie terrestre, corrispondente all'odierna Irlanda. Oggi quella regione è sommersa dal mare. In quel luogo le condizioni spirituali erano particolarmente propizie e lì, nell’ambito dei popoli atlantei, si formò il popolo più riccamente dotato e più di ogni altro predisposto alla libera autocoscienza umana. Si scelse i più progrediti individui di quel popolo speciale e si emigrò con loro verso Oriente, attraverso l’Europa fino in Asia, nella regione del Tibet odierno. In quella regione emigrò una piccola parte della popolazione atlantea, ma spiritualmente molto progredita. Nell’ultima epoca atlantea, le regioni occidentali dell’Atlantide scomparvero gradualmente, ricoperte dal mare. L’Europa assunse sempre più il suo aspetto attuale; in Asia, i grandi territori della Siberia erano ancora coperti da vaste distese d'acqua, ma le regioni meridionali dell’Asia esistevano già. Le popolazioni meno progredite si unirono in parte a questo nucleo di popolazione che emigrava da Occidente a Oriente, in parte lo accompagnarono più lontano, in parte meno. Anche la popolazione europea antica, però, si costituì in gran parte dalle popolazioni emigrate dall’Atlantide, che si fermarono in Europa e la popolarono. A questa migrazione di popoli si unirono altre masse di genti già precedentemente fuoruscite dall’Atlantide, che in parte provenivano anche da altre regioni dell’Atlantide e perfino dall’antica Lemuria. Di conseguenza, in Europa e in Asia si fermarono popolazioni diversamente dotate e con capacità spirituali differenti. La piccola parte guidata dalla grande Individualità spirituale si fermò in Asia per coltivare la più alta spiritualità possibile. Da questa regione di cultura si diffusero le correnti culturali verso le più diverse regioni della Terra e presso i più diversi popoli.
La prima corrente di cultura discese verso l’India, dove, per l’impulso datole dalla missione spirituale di quella grande Individualità, si formò quella che chiamiamo civiltà antichissima indiana. Non intendiamo parlare qui di quella cultura indiana, della quale ci sono rimasti dei residui nei meravigliosi libri dei Veda, né di ciò che più tardi, per via di tradizione, è arrivato al mondo. Tutto ciò che si può sapere di queste culture esteriori è stato preceduto da una cultura più antica e molto più bella, la cultura degli antichi santi Rischis, quei grandi Maestri che, in tempi remotissimi dell’umanità, hanno dato origine alla prima civiltà postatlantica. Trasferiamoci per un momento nell’anima di questa prima corrente di cultura dell’epoca postatlantica. Questa prima cultura dell’umanità postatlantea fu la prima cultura realmente religiosa dell’umanità. Le precedenti culture atlantee non erano, nel vero senso della parola, delle culture religiose. La «religione» è in fondo una peculiarità dell’epoca postatlantea. Perché? – Ma come vivevano gli Atlantei? Essi non avevano ancora perduto completamente l’antica chiaroveggenza crepuscolare. Quando di notte l’uomo stava fuori dal corpo fisico, poteva vedere e spaziare con lo sguardo nel mondo spirituale; di giorno, invece, quando si immergeva nel suo corpo fisico, vedeva cose fisiche in questo mondo fisico; di notte, fino a un certo punto, poteva ancora vedere le regioni del mondo spirituale. Trasferiamoci ora nella metà o nel primo terzo dell’epoca atlantea. Qual era allora la condizione dell’uomo? Si svegliava la mattina. Il suo corpo astrale poteva penetrare nel corpo fisico e in quello eterico. Gli oggetti del mondo fisico non avevano ancora contorni così netti e definiti come oggi. Pensate a una città avvolta nella nebbia, con i lampioni di sera circondati da aure colorate dai margini indistinti e con irradiazioni colorate: questo vi dà un’idea dell’aspetto che aveva l’Atlantide a quell’epoca. D’altra parte, non vi era una separazione così netta tra la chiara coscienza diurna e l’incoscienza notturna come vi fu dopo l’epoca atlantea. Di notte il corpo astrale usciva sì dal corpo eterico e da quello fisico, ma finché il corpo eterico rimaneva in parte ancora unito al corpo astrale, c'erano sempre dei riflessi del mondo spirituale; l’uomo poteva avere una chiaroveggenza crepuscolare, familiarizzare con il mondo spirituale e vedere attorno a sé delle entità spirituali e dei processi spirituali. Per esempio, gli scienziati vi diranno che i miti e le saghe dei Dei germanici sono solo poesie, frutto della fantasia popolare. Wotan, Thor e tutti gli altri Dei sarebbero personificazioni di forze della natura. Esistono delle intere teorie mitologiche che parlano di una fantasia creativa del popolo. A sentire certe cose, si potrebbe facilmente credere che uno scienziato del genere sia come l’homunculus del Faust di Goethe, nato storto, e che non abbia mai incontrato un vero uomo. Perché chi ha realmente conosciuto il popolo non può più parlare in quel modo delle creazioni della sua fantasia popolare. Queste saghe degli dei non sono altro che il residuo di veri processi che gli uomini hanno realmente osservato chiaroveggentemente in antichità. Questo Wotan è esistito! Di notte l’uomo si aggirava fra gli Dei nel mondo spirituale e in esso conosceva Wotan e Thor altrettanto bene quanto conosce i suoi simili di carne ed ossa. Ciò che le nature primitive vedevano chiaroveggentemente e che ancora per lungo tempo vedevano in modo crepuscolare è ciò di cui si fanno racconto i miti e le saghe, specialmente quelle germaniche. Quegli uomini, che in un primo momento si erano trasferiti dall'Occidente all'Oriente, nelle regioni che in seguito sarebbero state chiamate germaniche, erano uomini che avevano conservato, in misura maggiore o minore, la capacità di chiaroveggenza, per cui, almeno in alcuni momenti particolari, potevano ancora guardare nel mondo spirituale; Mentre il sommo Iniziato emigrò con i suoi discepoli in Tibet e da lì inviò una prima colonia culturale in India, gli iniziati che coltivavano la spiritualità nei misteri rimasero indietro ovunque presso i popoli d'Europa. Presso questi popoli si coltivavano i misteri, per esempio i Misteri Druidici, dei quali oggi l’umanità non ha notizia, in quanto ciò che ne viene comunicato è frutto di fantasia. È importante però che, quando i Druidi o gli uomini della regione russa occidentale e della Scandinavia, dove vi erano i misteri Trottici, parlavano dei mondi superiori, c'era sempre un certo numero di uomini che sapeva dei mondi spirituali. Se si parlava di Wotan o dell’episodio che vide protagonisti Baldur e Hödur, non si trattava di qualcosa di completamente sconosciuto. Molti avevano ancora fatto tali esperienze in particolari condizioni di coscienza e coloro che non le avevano vissute, le udivano raccontare dal loro vicino a cui prestavano fede. In tutta Europa c'era ancora un vivo ricordo di ciò che esisteva in Atlantide. Che cosa c'era? C'era una convivenza naturale degli uomini con il mondo spirituale, con ciò che oggi chiamiamo il Cielo. L’uomo entrava continuamente nel mondo spirituale e vi viveva. Insomma, non gli occorreva alcuna speciale religione che gli indicasse l’esistenza di un mondo spirituale. Che cosa significa religione? Questo termine indica il collegamento fra il mondo fisico e quello spirituale. A quell’epoca l’uomo non aveva bisogno di alcun collegamento speciale con il mondo spirituale, perché lo sperimentava in prima persona. Come non occorre che qualcuno vi faccia credere ai fiori dei campi o agli animali del bosco, perché li vedete, così l’atlanteo credeva agli Dei e agli spiriti – non per religione – ma perché li sperimentava. Con il progredire dell’umanità, l’uomo era arrivato alla chiara coscienza diurna. L’epoca postatlantea è dunque quella in cui l’uomo raggiunse la chiara coscienza diurna. Ciò avvenne quando l’uomo dovette abbandonare la sua antica capacità chiaroveggente. Questa coscienza, però, gli tornerà in futuro e si aggiungerà alla sua attuale chiara coscienza diurna. Presso i nostri antenati in Europa, spesso nelle saghe e nei miti, venivano descritti in forma immaginosa i ricordi dei tempi antichi. Ma in che cosa consisteva la natura degli antenati più progrediti? Per quanto possa sembrare strano, i più progrediti, che vennero condotti dalla loro Guida in Oriente fino al Tibet, erano proprio coloro che avevano perduto l’antica coscienza trasognata chiaroveggente.
Che cosa significa infatti progredire dalla quarta razza alla quinta? Significa vedere di giorno, perdere la capacità di chiaroveggenza. Il grande Iniziato, la Guida, ha condotto via coloro che appartenevano al suo gruppetto, perché non dovessero vivere in mezzo agli altri che si trovavano ancora al grado dell’antico popolo atlanteo. Fra quei suoi seguaci, potevano venire condotti nei mondi superiori soltanto coloro che si educavano e si allenavano appositamente con una disciplina occulta. Dell’antica convivenza con i mondi divino-spirituali che cosa era rimasto agli uomini della prima epoca post-atlantea? Era rimasta la nostalgia di quel mondo spirituale, la cui entrata si era chiusa per loro, ma la nostalgia era rimasta. Ogni uomo sentiva più o meno allo stesso modo: dalle saghe e dalle tradizioni udiva parlare di quei mondi e rifletteva: "C'era un tempo in cui i nostri antenati guardavano nel mondo spirituale, in cui vivevano con gli Spiriti e gli Dei e si immergevano nella realtà spirituale più profonda. Oh, se potessimo penetrarci anche noi! E da questa nostalgia nacque il metodo antico indiano di iniziazione, scaturito dalla nostalgia di ciò che era stato perduto, basato sul fatto che l’uomo, per un certo periodo, abbandona la chiara coscienza diurna che ha acquisito per insinuarsi retrospettivamente con la sua coscienza nell’antico stato. La yoga è il metodo dell’iniziazione antica indiana che, per mezzo della sua tecnica e dei suoi esercizi pratici, riuscì a ristabilire artificialmente ciò che l’uomo aveva perso naturalmente. – Immaginate ora un tale antico atlante, la cui testa eterica sporgeva notevolmente al di sopra della testa fisica. Quando il corpo astrale usciva, una gran parte della testa eterica era ancora connessa con il corpo astrale stesso, e allora ciò che quest’ultimo sperimentava poteva imprimersi nel corpo eterico, cosicché l’atlanteo poteva acquisire coscienza delle proprie esperienze. Quando nell’ultima fase dell’epoca atlantea la parte eterica della testa si ritirò completamente in quella fisica, il corpo astrale usciva completamente dal corpo eterico ogni notte. Bisognava dunque cercare nell’antica iniziazione di trarre fuori con arte il corpo eterico, vale a dire porre l’uomo in uno stato simile alla letargia, a una sorta di sonno della morte, della durata di tre giorni e mezzo, durante il quale il corpo eterico emergeva dal corpo fisico ed era sciolto, in modo che ciò che il corpo astrale sperimentava si imprimesse nel corpo eterico. Quando poi il corpo eterico veniva nuovamente condotto nel corpo fisico, l’uomo sapeva ciò che aveva sperimentato nel mondo spirituale.
Questo era l’antico metodo di iniziazione, l’iniziazione della yoga, che permetteva all’uomo di elevarsi, per così dire, dal mondo in cui si trovava per trasferirsi di nuovo in quello spirituale. La disposizione d’animo della civiltà che provenne da questa iniziazione è quella che sopravvive come eco nella civiltà indiana successiva. Era la disposizione d’animo in cui l’uomo si ripeteva: "Verità, realtà, veracità, esistenza: sono soltanto nel mondo spirituale, in quel mondo spirituale in cui l’uomo penetra quando si sottrae al mondo fisico sensibile". Ora l’uomo è immerso nel mondo fisico, circondato dal regno minerale, da quello vegetale e da quello animale; ma ciò che lo circonda non è la verità, non è che parvenza esteriore; egli ha perduto la verità fin dai tempi primordiali e vive in un mondo di illusione, di Maya! Per l’antica cultura indiana, il mondo fisico divenne il mondo della Maya. Bisogna comprendere questo come una conseguenza della disposizione d’animo di quella cultura – di come allora si sentiva – e non come una teoria grigia. Per l’indiano primordiale, che aspira a diventare santo, il mondo della Maya non ha alcun valore. Questo mondo fisico è per lui un’illusione; il vero mondo esiste per lui quando egli si ritira dal mondo fisico e, per mezzo della yoga, può vivere di nuovo nel mondo in cui vissero i suoi antenati nell’epoca atlantea.
L’ulteriore evoluzione consiste nel fatto che l’uomo si abitui gradualmente ad apprezzare il mondo fisico che gli si schiude nella cultura postatlantica nel suo giusto valore e significato. La seconda epoca di cultura è già un passo avanti rispetto all’antico Indianesimo e, sebbene sia una cultura preistorica, noi la chiamiamo cultura paleopersiana, in base ai popoli che hanno abitato più tardi quelle regioni. Non intendiamo parlare della cultura persiana che è venuta dopo, ma di una cultura preistorica.
Il secondo periodo si differenzia essenzialmente dall’epoca primordiale indiana per la disposizione d'animo e per il suo contenuto effettivo. Sempre più difficile da liberare, il corpo eterico poteva comunque essere liberato, e in un certo modo lo si continuò a fare fino alla venuta di Cristo. Questi uomini dell’antichissima cultura persiana avevano però cominciato ad apprezzare l’illusione e a considerarla come qualcosa di valore. L’indiano era felice quando poteva sfuggire all’illusione; per il persiano essa era diventata un campo di lavoro. Essa gli appariva sempre come qualcosa di antagonistico, ma al contempo come qualcosa da vincere, e da ciò derivò più tardi la lotta fra Ormuzd e Arimane, in cui l’uomo si riunisce agli Dei buoni per combattere le potenze degli Dei cattivi, conficcate nella materia. Fu così che si formò la disposizione d’animo di quell’epoca. Questa realtà non era ancora amata dai persiani, che tuttavia non la sfuggivano più come facevano gli indiani: la elaboravano, la consideravano come un campo d’azione, sul quale si poteva lavorare e dove si trovava ciò che occorreva superare. In questo secondo stadio di civiltà, si era fatto un passo verso la conquista del mondo fisico.
Venne poi la terza epoca di civiltà, con la quale ci avviciniamo sempre più alla storia. Nella scienza dello Spirito, la indichiamo come la cultura caldeo-babilonese-assiro-egiziana. Tutte queste culture furono fondate per mezzo di colonie, spedite sotto la direzione di grandi Guide. La prima colonia diede origine alla cultura degli antichi indiani, la seconda diede origine a ciò che abbiamo appunto indicato come centro della cultura antichissima persiana e una terza corrente di cultura si spinse più lontano verso Occidente, dando origine a ciò che sta a base della cultura babilonese, caldea, assiro-egiziana. Questo passo segnò un'ulteriore importante conquista del mondo fisico. Per il persiano, quest’ultimo appariva ancora come una massa resistente che occorreva elaborare se si voleva operare con quelli che si ritenevano i buoni spiriti della vera realtà spirituale. Ora si era diventati più familiari con la realtà fisica. Guardate l’antica astronomia caldea, che ci offre una delle prove più straordinarie e più grandiose dello spirito umano post-atlanteo. In essa vediamo come venissero indagati il cammino delle stelle e le leggi del cielo. L’antico indiano aveva ancora alzato lo sguardo al cielo e aveva detto: "Comunque vadano le stelle e quali che siano le leggi che in esse si esprimono, non vale la pena di approfondirle. A un uomo della terza epoca di cultura sembrava già molto importante penetrare in queste leggi, mentre a quello della cultura egizia era molto importante investigare in particolare le condizioni della Terra e creare la geometria. Si investigò la Maya e nacque la scienza esteriore. L’uomo studia i pensieri degli dei e sente che deve stabilire un legame tra la propria attività e ciò che trova inciso nella materia come scrittura degli dei. Si otterrebbe un concetto diverso da quello attuale della natura di uno Stato, se si indagassero le prime condizioni della vita dello Stato egizio-caldeo. Le individualità che dirigevano e guidavano erano dei saggi che conoscevano le leggi che regolano i moti dei corpi cosmici e si rendevano conto che, nell’Universo, tutto deve essere in reciproca corrispondenza. Essi avevano studiato i corsi delle stelle e sapevano che deve esserci un accordo fra ciò che avviene nel cielo e ciò che succede sulla Terra. Secondo gli eventi celesti, essi annotavano ciò che nel tempo avrebbe dovuto svolgersi sulla Terra. Persino nel periodo romano più antico (quarta epoca della cultura) gli uomini erano ancora consapevoli che ciò che accadeva sulla Terra doveva corrispondere a quanto manifestato nel Cielo. Negli antichi misteri, all’inizio di una nuova epoca, si sapeva quali eventi si sarebbero verificati nel corso del tempo. Dalla sapienza dei misteri si sapeva, per esempio all’inizio della storia romana, che sarebbe seguito un periodo in cui si sarebbero verificati e svolti avvenimenti di ogni genere nelle vicinanze di Albalonga! Per chi sa leggere, è evidente che qui viene accennato con un’espressione simbolica profonda al fatto che la saggezza sacerdotale tracciava, per così dire, l’indirizzo della cultura dell’antica Roma. «Alba-longa» è il nome della lunga veste sacerdotale. In queste antiche regioni gli eventi futuri della storia venivano «tracciati» in questo modo. Si diceva che sette epoche dovevano susseguirsi; l’avvenire veniva suddiviso secondo il numero sette e le linee fondamentali della storia venivano segnate in anticipo. E potrei mostrarvi facilmente come nei sette Re di Roma, già registrati all’inizio dell’epoca romana nei «Libri Sibillini», fossero occultate delle vere profezie storiche. A quei tempi, però, gli uomini sapevano anche: «dobbiamo vivere ciò che è scritto». Per questo motivo i libri sacri erano venerati e custoditi con segretezza.
Così l’uomo della terza epoca di cultura ha introdotto con il suo lavoro lo spirito nella materia, ha permeato di spirito il mondo esteriore. Questo fatto è comprovato da innumerevoli prove storiche celate nel corso della terza corrente culturale, l’assiro-babilonese-caldeo-egizia. Per comprendere i nostri tempi, è necessario comprendere quali importanti relazioni intercorrono tra quell’epoca e la nostra. Vorrei ora accennare a un rapporto fra queste due epoche, perché possiate rendervi conto di quanto le cose siano collegate, per chi ha la capacità di guardare più a fondo e sa che ciò che si chiama egoismo e il principio utilitario hanno raggiunto oggi il loro apice. Mai la cultura è stata così meramente egoistica e così priva di ideale come lo è oggigiorno, e nei prossimi tempi sempre più lo diventerà. Oggi, infatti, lo spirito è completamente disceso nella cultura materiale. L’umanità ha dovuto impiegare una forza spirituale straordinaria per le grandi invenzioni e scoperte dei tempi moderni, in particolare per quelle del XIX secolo. Quanta forza spirituale sta nei telefoni, nei telegrafi, nelle ferrovie, ecc.! Quanta forza spirituale si è materializzata, cristallizzata, nelle relazioni commerciali sulla Terra! Quanta forza spirituale è occorsa perché una somma di denaro potesse essere pagata a Tokyo o in un paese qualsiasi, sulla base di un pezzo di carta scritto, un assegno. E così ci si chiede: questa forza spirituale è orientata verso il progresso spirituale? Chi esamina bene la questione, dice: «Costruite ferrovie, ma vi trasportate soltanto ciò di cui avete bisogno per lo stomaco; e se vi fate trasportare da altri, è solo per farvi condurre verso ciò che soddisfa le vostre necessità». Produce forse qualche differenza per la scienza dello Spirito se l’uomo macina il grano con un paio di pietre o se se lo procura da lontano per mezzo del telegrafo, dei vapori, ecc.? Una forza straordinaria è stata impiegata, ma a scopo assolutamente personale. Quale contenuto hanno le cose che gli uomini si trasmettono in quel modo? Probabilmente non si tratta di antroposofia, cioè di verità spirituale! Quando gli uomini utilizzano telegrafi o piroscafi, il loro interesse principale è capire quanto cotone far venire dall’America in Europa e così via, cioè, sempre per cose che servono per la soddisfazione dei loro bisogni personali; gli uomini sono discesi fino alle più profonde profondità dei loro bisogni personali e della loro personalità più materiale. Ma un principio utilitario egoistico di questo genere doveva pur venire, perché per mezzo di esso si possa attuare un miglioramento nell’ascesa dell’umanità nel corso dell’evoluzione. Che cosa è successo perché l’uomo tenga tanto alla sua personalità? Quale è la ragione per cui egli si sente così esageratamente una personalità singola? E con quale mezzo si è predisposto l’uomo a sentirsi oggi così forte di fronte al mondo spirituale nella sua esistenza fra nascita e morte?
La preparazione più importante per raggiungere questo risultato avvenne nella terza epoca culturale, in cui si volle conservare la forma del corpo fisico al di là della morte, dunque in un corpo imbalsamato che non permetteva assolutamente alla forma di disciogliersi. L’attaccamento alla propria personalità si è impresso nell’uomo in modo tale che nelle odierne incarnazioni si risveglia il sentimento di personalità. Il fatto che questo sentimento personale sia così forte oggi è una conseguenza della mummificazione dei corpi nell’epoca egiziana. Così, nell’evoluzione dell’umanità, ogni cosa è collegata con l’altra. Gli Egizi imbalsamavano i corpi dei defunti affinché gli uomini della quinta epoca potessero sviluppare un forte senso della propria identità. L’evoluzione umana è piena di mistero.
Vedete come gli uomini si siano sempre più imbevuti della Maya e abbiano finito per permeare la materia di ciò che l’uomo può acquistare. Nella quarta epoca della cultura greco-latina, l’uomo cominciò a collocare il proprio essere interiore nel mondo esteriore. Sè stesso nella materia, nelle forme. L’uomo si nascondeva dietro le figure degli dei greci. Con Eschilo, si osserva anche nella drammaturgia come l’uomo voglia valorizzare artisticamente la propria individualità. Esce fuori dal piano fisico e crea una riproduzione di sé stesso. Nella cultura romana, l’uomo crea nelle istituzioni statali una riproduzione di sé stesso. È puro dilettantismo voler far risalire la giurisprudenza, come viene chiamata oggi, a un’epoca anteriore a quella romana. Ciò che esisteva prima è qualcosa di completamente diverso dal concetto di «Jus», il diritto. Il concetto di personalità esteriore e il concetto umano del diritto non esistevano ancora prima. Nell’antica Grecia c’era la «Polis», la piccola città-Stato, e l’uomo si sentiva parte di essa. Questa coscienza dell’epoca greca è difficile da cogliere oggi. Nella cultura romana, invece, si entra nel mondo fisico al punto che la singola personalità umana, in quanto cittadino romano, appare anche giuridicamente. Così tutto procede a gradi e, andando innanzi, vedremo come la personalità emerga sempre più e il mondo fisico venga conseguentemente sempre più conquistato; l’uomo s’immerge sempre più nella materia.
La nostra cultura è la prima dopo l’epoca greco-latina, dunque la quinta dell’epoca postatlantica; poi segue la sesta e infine una settima epoca di cultura. La quarta cultura, la greco-latina, è quella di mezzo e nel corso di questa civiltà mediana postatlantica compare il Cristo Gesù sulla Terra. Questo evento viene preparato durante la terza cultura dell’epoca postatlantica, perché tutto nel mondo deve essere predisposto. Durante la terza epoca, l’uomo si crea il mondo degli dei nell’arte, a immagine propria.
Entro la terza epoca venne preparato il più grande evento della Terra, che si verificò poi durante la quarta epoca postatlantica, in cui gli uomini si erano talmente fatti avanti nella loro personalità da proiettarsi al di fuori e da modellare gli dei simili a sé stessi. Nell’epoca greca, l’uomo si crea il mondo degli dei nell’arte, a immagine propria. Lo stesso avviene nell’ordinamento dello Stato. L’uomo aveva già raggiunto la comprensione della materia e si era spinto fino alle nozze della Maya con lo spirito. Era questo il momento in cui l’uomo aveva raggiunto la comprensione della personalità. Comprenderete che questo era anche il tempo in cui si poteva intendere il Dio con aspetto personale e in cui anche lo Spirito appartenente alla Terra progredì fino alla personalità. Così, a metà della cultura postatlantica, vediamo il Dio comparire come uomo, come singola personalità. Si potrebbe dire che ciò che accadde allora ci appare come un'immagine nelle opere d'arte greche, dove l’uomo crea una copia di sé stesso. Non è difatti proprio così quando, passando dalla cultura greca a quella romana, vediamo i grandi personaggi della romanità come figure divine greche discese dai loro piedistalli ad aggirarsi nella loro toga! Si vedono effettivamente!
Così l’uomo, dal tempo in cui si sentiva parte della Divinità, era progredito fino a percepire se stesso come personalità. Fu allora che l’uomo comprese che anche la Divinità era una personalità, una entità che era discesa fra gli uomini e dimorava nella carne.
Dobbiamo dunque rappresentarci la ragione per cui il Cristo Gesù è comparso proprio in quel momento dell’evoluzione dell’umanità. Come questo Mistero si sia ulteriormente sviluppato, come risplenda profeticamente nei tempi dell’evoluzione precedente e come operi profeticamente nei tempi futuri remoti, di questo parleremo la prossima volta.
Durante queste nostre conferenze avete veduto quale posizione noi prendiamo di fronte al documento chiamato il «Vangelo di Giovanni», quando ci poniamo sul terreno della scienza dello Spirito. Avete notato che non si tratta di acquisire da quel documento verità sui mondi superiori, ma di mostrare come, indipendentemente da tutti i documenti umani o altri, si possa penetrare nel mondo spirituale, proprio come se oggi si imparasse la matematica, indipendentemente da qualsiasi documento originario con cui, nel corso dell’evoluzione dell’umanità, è stata comunicata questa o quella parte della matematica. La geometria elementare all’umanità! Ma se gli uomini hanno imparato la geometria per virtù propria, potranno apprezzare tanto meglio questo libro nel suo essere e nel suo significato. Ciò deve sempre più mostrarci che dalla vita spirituale stessa si possono acquistare quelle verità che la trattano. E quando si esaminano i documenti storici, si ritrova in essi ciò che, per così dire, già si conosce.
In questo modo si arriva a una valutazione giusta e a un vero apprezzamento umano di questi documenti. Nel corso delle conferenze abbiamo visto che il Vangelo di Giovanni non perde del suo valore; abbiamo anzi visto che, in colui che poggia sulla base della scienza dello Spirito, il rispetto e la stima di quei documenti non è affatto da meno rispetto a chi, a priori, si pone sulla base dei documenti stessi. Abbiamo infatti constatato che gli insegnamenti più profondi sul cristianesimo, che possiamo giustamente chiamare gli universali insegnamenti della saggezza, si ritrovano nuovamente nel Vangelo di Giovanni. Abbiamo visto che soltanto se intendiamo in questo modo il profondo senso dell’insegnamento cristiano, possiamo comprendere perché il Cristo si sia manifestato proprio in un determinato momento; al principio della nostra era, nell’evoluzione dell’umanità. Abbiamo visto come, nel tempo postatlanteo, questa umanità si sia evoluta gradualmente. Abbiamo indicato che dopo il Diluvio Atlantico vi fu una grande epoca di cultura postatlantica, quella antichissima indiana. Abbiamo osservato che questa cultura antichissima indiana può essere caratterizzata come quella in cui gli animi erano dominati dalla nostalgia e dal ricordo. In quel periodo, il ricordo consisteva nel perdurare tuttavia di tradizioni viventi, provenienti da un’epoca dell’umanità precedente al Diluvio atlanteo, in cui l’uomo, per la sua natura e la sua essenza, aveva ancora una sorta di chiaroveggenza crepuscolare che gli permetteva di guardare nel mondo spirituale, di modo che il mondo spirituale gli era noto per via di esperienza diretta, esattamente come oggi conosciamo i quattro regni della natura: il regno minerale, quello vegetale, quello animale e quello umano. In quel periodo, non vi era ancora un distacco molto profondo fra lo stato di coscienza della vita diurna e quello della vita notturna. Quando l’uomo si addormentava la sera, le sue esperienze interiori non erano per lui così incoscienti e oscure come lo sono oggi; quando si spegnevano per lui le immagini della vita diurna, gli si schiudevano quelle della vita spirituale, ed egli si trovava allora in mezzo alle cose del mondo spirituale. La mattina, quando riaffiorava nel suo corpo fisico, le esperienze e le verità del mondo divino-spirituale scomparivano nell’oscurità, lasciando spazio alle immagini della realtà odierna, dei regni odierni di minerali, vegetali e animali. Quel limite ben definito tra l’incoscienza notturna e lo stato di veglia diurno è sorto soltanto dopo il Diluvio Atlantico, nella nostra epoca postatlantica. Ormai l’uomo era, per quanto riguarda la percezione diretta, staccato dalla realtà spirituale e sempre più esposto alla realtà puramente fisica. Rimase solo il ricordo dell’esistenza di un altro regno, di un regno di entità spirituali e di processi spirituali, e a questo ricordo si riconnette la nostalgia degli animi di risalire, per mezzo di stati eccezionali, in quei regni dai quali l’uomo era disceso. A questi stati eccezionali potevano accedere solo alcuni iniziati, ai quali nei santuari dei misteri venivano aperti i sensi interiori, in modo da poter vedere nel mondo spirituale. Prima degli altri uomini, che non erano ancora in grado di vedere i mondi spirituali, loro testimoniavano e comunicavano l'esistenza di questi mondi. Nella cultura primordiale indiana, la yoga era il processo che permetteva all’uomo di raggiungere la condizione di chiaroveggenza crepuscolare. Divenivano così Guide dell’umanità e testimoni del mondo spirituale.
Sotto l’impressione di questa nostalgia e di questo ricordo, si andò precipuamente formando nella cultura primordiale indiana quella disposizione d’animo che vedeva Maya o illusione nella realtà esteriore. Gli uomini dicevano allora: «La vera realtà non è veramente che nel mondo spirituale, nel quale possiamo trasferirci soltanto per mezzo di uno stato eccezionale, per mezzo della Yoga; questo mondo di esseri e di processi spirituali è reale. Ciò che l’uomo vede con i propri occhi non è reale, ma illusorio, è Maya!» Questo fu il primo sentimento fondamentale religioso dell’epoca postatlantica e la Maya fu la prima forma di iniziazione. All’epoca non vi era ancora alcuna comprensione della vera missione dell’epoca postatlantea. Infatti, non era compito dell’umanità considerare la realtà che chiamiamo materiale come Maya o illusione, né sfuggirla o esserne estranea; l’umanità postatlantea aveva invece un altro compito, quello di conquistare sempre più la realtà fisica, di diventare signora del mondo e dei fenomeni fisici. Ma è anche perfettamente comprensibile che quell’umanità, che era stata per prima trasferita in questo piano fisico, ritenesse da principio che ciò che in un primo tempo a mala pena affiorava nella realtà spirituale fosse Maya o illusione. Ma questa disposizione d’animo di fronte alla realtà non doveva perdurare; questa concezione della realtà fisica come di un’illusione non doveva rimanere il fondamento vitale dell’epoca postatlantea. Abbiamo visto come, pezzo dopo pezzo, l’umanità postatlantica si sia conquistata, nelle varie epoche di cultura, la sua relazione con la realtà fisica. In quella cultura che chiamiamo antica persiana, perché quella che la storia conosce come cultura persiana e cultura di Zarathustra non è che l’ultima eco della civiltà di cui qui s’intende parlare, abbiamo visto gli uomini muovere il primo passo per superare il principio antico indiano e conquistarsi la realtà fisica. Non si verificava ancora in nessun luogo una penetrazione amorevole nella realtà fisica, né uno studio del mondo fisico. Ma c'è di più, che non si riscontra nell’antica cultura indiana. Anzi, ciò che è rimasto della cultura indiana antichissima nei tempi successivi ci rivela ancora l’eco di quella concezione, per cui la realtà fisica era considerata come un’illusione. La nostra cultura attuale non potrebbe perciò mai discendere da questa cultura indiana. Per gli indiani, lo studio e l’elaborazione della realtà fisica era inutile. Perciò il vero principio indiano non avrebbe potuto mai produrre una scienza utile per il nostro mondo terreno né avrebbe mai potuto produrre quel dominio delle leggi della natura che forma oggi la base della nostra cultura. Tutto ciò non avrebbe potuto mai scaturire dall’antico Indianesimo, in quanto non avrebbe avuto senso imparare a conoscere le forze di un mondo basato solo sull’errore! Se più tardi questo sentimento si è modificato anche nella civiltà indiana, ciò non deriva da essa, ma è conseguenza di influenze esterne successive.
La civiltà antichissima persiana considera la realtà esteriore fisica anzitutto come un campo di lavoro. La considera ancora come l’espressione di una divinità nemica, ma si intravede già la speranza di poter penetrare in questo campo materiale di realtà con l’aiuto della divinità della luce e di trasformarlo in un luogo completamente permeato da potenze spirituali e da Dei buoni. Così il seguace della cultura persiana comincia a percepire la realtà del mondo fisico. Il cielo stellato non era più per gli uomini un'illusione, ma qualcosa nei cui tratti si poteva leggere come in una scrittura.
La considera ancora come la dimora del Dio delle tenebre, ma nutre la speranza di poter incorporare in essa le forze delle divinità buone.
L’umanità prosegue il suo cammino e passa in un’epoca di cultura che trovò la sua espressione storica nella cultura babilonese, assiro-caldea ed egizia.
Abbiamo visto come il cielo stellato non fosse più per gli uomini qualcosa di magico, ma qualcosa nei cui tratti si poteva leggere come in una scrittura. Per gli indiani, ciò che era ancora Maya, il cammino e lo splendore delle stelle, per il seguace della terza epoca di cultura era l’espressione delle decisioni e delle intenzioni di entità divino-spirituali. Gli uomini si familiarizzarono gradualmente con l'idea che la realtà esterna non è un'illusione, ma una rivelazione, una manifestazione delle entità divino-spirituali. Nella civiltà egizia, infatti, si comincia ad applicare alla ripartizione della Terra stessa ciò che si legge nella scrittura stellare. Come mai gli Egizi divennero i maestri della geometria? Perché credevano che il pensiero che spartisce la Terra potesse costringere anche la materia e che fosse possibile trasformare quella materia, che lo spirito umano può comprendere. Così, una più recente umanità compenetrò questo mondo materiale, che in precedenza era stato considerato come Maya, e che andava sempre più affiorando anche nell’interiorità dell’uomo.
Abbiamo visto che, solo verso gli ultimi tempi post-atlantei, gli uomini hanno raggiunto la condizione di poter percepire l’Io, o l’«Io sono». Fintantoché gli uomini vedevano le immagini spirituali, si rendevano anche conto che essi stessi appartenevano al mondo spirituale e che erano un’immagine fra le immagini. Successivamente subentrò la comprensione dello spirito nell’interiorità. Consideriamo ora l’evoluzione dell’interiorità propria dell’uomo.
Finché nell’epoca atlantea l’uomo ha guardato fuori con una sorta di coscienza trasognata e chiaroveggente, egli non si è curato molto della sua interiorità. Il mondo interiore, che può essere abbracciato dall’Io o dall’Io-sono, non era ancora per lui delineato con nitidi contorni; a mano a mano che il mondo spirituale andava scomparendo, l’uomo diveniva consapevole della propria spiritualità. Nella cultura antica indiana, rispetto alla propria spiritualità, dominava una strana disposizione d’animo. Si diceva: «Se vogliamo penetrare nel mondo spirituale e sollevarci al di sopra dell’illusione, dobbiamo perderci noi stessi nel mondo spirituale, dobbiamo possibilmente estinguere l’Io-sono e discioglierci nello Spirito Universale, nel Brahman». – Così, soprattutto nelle antiche iniziazioni, si trattava di perdere ciò che era personale. Un immergersi impersonale nel mondo spirituale era ciò che contraddistingueva soprattutto la più antica forma di iniziazione. Questo non era più così nella terza epoca di cultura. Questo perché, fino alla terza epoca, l’autocoscienza dell’uomo si sviluppò sempre più intensamente. L’uomo divenne sempre più interiormente consapevole del suo essere come Io. Gli uomini, che amavano sempre più la materia circostante e la approfondivano con leggi escogitate dallo spirito umano stesso e non acquistate in alcuno stato crepuscolare di sogno, divenivano sempre più coscienti del proprio Io, finché questa coscienza della personalità giunse nell’antico Egitto a un punto culminante. In questa coscienza della personalità esisteva anche dell’altro che la faceva apparire, al contempo, come qualcosa d’inferiore e come qualcosa di vincolato, che si dischiudeva al mondo esteriore senza alcuna possibilità di conseguire il collegamento con ciò da cui l’uomo era nato. Se vogliamo comprendere l’intero svolgimento di quel processo, dobbiamo raffigurarci due disposizioni d’animo fondamentali dell’evoluzione dell’umanità.
Dobbiamo ricordare che gli uomini dell’epoca atlantea e di quella antica indiana bramavano l’eliminazione della personalità. Gli atlantei lo potevano fare, in quanto era per loro naturale eliminare ogni notte la personalità e vivere in un mondo spirituale. Gli indiani potevano farlo, perché i loro principi d’iniziazione li conducevano verso l’impersonale. L’obiettivo era riposare nell’universale. Questo riposare nell’universale era rimasto presso un’ultima propaggine dell’umanità nella coscienza dell’appartenenza comune attraverso le generazioni, nella consapevolezza di essere nati da una serie di generazioni e di essere legati per vincoli di sangue, attraverso le generazioni, fino all’avo primordiale. Questa era la disposizione d’animo che si era andata formando con il tempo e che faceva sentire spiritualmente nascosti in una sfera spirituale e divina. Così, quegli uomini che avevano percorso un’evoluzione normale, nella terza epoca di cultura, cominciarono a sentirsi come singoli uomini, ma al contempo si sapevano inseriti in un Tutto, in un divino-spirituale; essi, per via della consanguineità, si riallacciavano all’intera serie degli antenati e il Dio viveva per loro in quel sangue che scorreva attraverso le generazioni. Abbiamo poi osservato che, all'interno di quel popolo di seguaci dell'Antico Testamento, si sviluppò un certo grado di perfezionamento di tale disposizione d'animo. «Io e il Padre Abramo siamo uno!»: il singolo si sentiva compreso nell’intero insieme, fino al Padre Abramo. Questa era, a grandi linee, anche la disposizione d’animo fondamentale di tutte le popolazioni evolute normalmente della terza epoca di cultura. Ma soltanto ai seguaci dell’Antico Testamento era stato profeticamente preannunziato che esisteva qualcosa di spiritualmente più profondo della paternità divina che scorre attraverso le generazioni per mezzo del sangue. Abbiamo accennato al momento cruciale nell’evoluzione dell’umanità in cui è stato fatto questo profetico annuncio. Quando Mosè udì il grido: «Dì, quando annunzierai il mio nome, che l’«Io sono» te lo ha detto», allora risuonò per la prima volta l’annuncio e la rivelazione del Logos, del Cristo. Fu allora che, per la prima volta, profeticamente, fu annunziato a coloro che potevano intendere che nel Dio non vive soltanto ciò che risiede nella consanguineità, ma che in esso vive puro spirito. Era come una profezia che pervade l’Antico Testamento. – Chi era effettivamente colui che, per la prima volta, annunciò a Mosè il proprio nome per via di profezia? Qui i commentatori del Vangelo di Giovanni si dimostrano molto superficiali e non vogliono riconoscere che bisogna indagare questi documenti quanto più profondamente possibile. Chi era colui che profeticamente annunciava il proprio nome e al quale si deve dare il nome di «Io sono»? Chi era?
Lo scopriremo se interpreteremo correttamente, con serietà e dignità, un passo del Vangelo di Giovanni. È quel passo che troviamo al capitolo 12, dal versetto 37 in poi. Il Cristo Gesù vi fa riferimento all’avverarsi di una profezia del profeta Isaia, alla predizione dei Giudei che non avrebbero creduto nel Cristo Gesù. È lo stesso Gesù a riferirsi al detto di Isaia.
«Accecò i loro occhi e indurì loro il cuore, affinché non vedano e non comprendano e si convertano, e io li risani.
Tali cose disse Isaia, quando ebbe visto la sua gloria e con lui aveva parlato».
Isaia parlò con lui! Con chi parlò Isaia? Nel passo (Isaia 6, 1) si legge: «Nell’anno in cui si morì il re Ozia, io vidi il Signore sedente sopra un trono eccelso ed elevato e le estremità della sua veste riempivano il tempio».
Chi vede Isaia? È chiaramente detto nel Vangelo secondo Giovanni: vide il Cristo! – Nello spirito si poteva sempre vederlo; e non vi sembrerà difficile comprendere che la scienza dello Spirito ci indica che colui che Mosè vide e al quale fu rivelato il proprio nome come «Io sono» era la medesima entità che poi comparve sulla Terra come Cristo. Il vero «Spirito di Dio» dell’antichità non è altro che il Cristo, e ci troviamo di fronte a uno dei passi dei documenti religiosi, dove riuscirà difficilissimo, a chi non si metta giustamente all’opera, di veder chiaro. Perché qui occorre fare particolare chiarezza, considerando che con le parole «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» sono stati commessi gli errori più strani. È sempre successo che esteriormente, exotericamente, queste parole siano state impiegate nei modi più diversi, appunto per non lasciarne subito trapelare il vero senso esoterico. Se nel senso dell’antico giudaismo si parlava del «Padre», si parlava anzitutto di quel padre che scorreva materialmente attraverso il sangue delle generazioni. Se, come Isaia ha fatto qui, si parlava del «Signore», di Colui che si manifestava spiritualmente, si parlava appunto del Logos, come nel Vangelo di Giovanni. E lo scrittore di questo Vangelo non intende altro, se non questo: Colui che sempre poteva essere visto nella sfera spirituale è divenuto carne, e ha dimorato fra noi! Se ci siamo resi conto che anche nell’Antico Testamento si parla, sotto certi aspetti, del Cristo, comprenderemo anche in quale modo l’antico popolo ebraico si trovi collocato nella nostra evoluzione. Dall’Egitto si forma il principio antico ebraico, che si eleva e si distacca dallo sfondo del principio egiziano.
Così vediamo come il corso normale dell’evoluzione dell’umanità progredisca secondo il processo che abbiamo descritto ieri. La prima cultura dell’epoca postatlantica è l’antica India, la seconda è l’antica Persia, la terza è quella babilonese-assiro-caldea, poi segue la quarta, l’epoca greco-latina, e la quinta è la nostra epoca attuale. Prima dell’inizio della quarta epoca, dalla terza epoca proviene quel popolo ricco di tradizioni che ha fornito il terreno per il cristianesimo. Riassumendo tutto ciò che abbiamo potuto raccogliere nelle nostre conferenze, ci si renderà ancora più evidente che l’avvento del Cristo si sia verificato nella quarta epoca di civiltà.
Abbiamo già osservato che, nella quarta epoca, l’uomo era arrivato a proiettare la propria spiritualità, il proprio Io, fuori nel mondo; abbiamo visto come l’uomo pervada gradualmente la materia con il proprio spirito. Basta osservare le opere dei plastici greci e dei drammi greci, in cui l’uomo dà corpo a ciò che egli chiama sua proprietà psichica e se lo pone dinanzi all’anima. Più tardi, nel mondo romano, vediamo come l’uomo acquisisca coscienza di sé e fissi questo per il mondo esteriore nel «Jus», anche se tale coscienza rimane velata da una scienza giuridica sfigurata. Per il giurista che ne conosce i fondamenti in modo più profondo, è evidente che il vero diritto, che considera l’uomo come soggetto di diritto, è sorto per la prima volta in questa quarta epoca di cultura. In essa l’uomo era divenuto cosciente della propria personalità a tal punto da sentirsi, per la prima volta, un vero cittadino. In Grecia il singolo uomo si sentiva ancora un membro dell’intera città-stato; era più importante essere ateniese che essere uomo. Ma è qualcosa di affatto diverso dire: «Io sono un Romano!» anziché: «Io sono un Ateniese!» Quando si dice: «Io sono un Romano», si indica che, in quanto singolo uomo e cittadino dello Stato, si ha un valore e una volontà. Si potrebbe anche aggiungere che, per esempio, l’idea del «testamento» è diventata possibile soltanto in quell’epoca, perché è un’idea romana. Soltanto allora l’uomo aveva reso la sua volontà così personale e individualizzata da desiderare di agire con essa anche oltre la morte. Le cose che si hanno da dire nella scienza dello Spirito coincidono perfino nei dettagli con i fatti reali.
Così l’uomo era arrivato a compenetrare la materia con il suo spirito sempre più in profondità. Questo si palesa sempre di più in seguito. La quarta epoca di cultura è caratterizzata dal fatto che l’uomo incorpora completamente la materia in ciò che egli afferra nel suo spirito. Nella piramide egizia, si può notare ancora una lotta tra spirito e materia, e come ciò che è compreso dallo spirito non si esprima ancora completamente nella materia. Il tempio greco rappresenta il punto di svolta dell’epoca postatlantica. Per chi se ne intende, non vi è architettura più significativa e più perfetta della greca, che è la più pura espressione della legge spaziale interiore. Nella concezione greca, la colonna è assolutamente concepita come elemento portante e ciò che vi poggia sopra è percepito come qualcosa che deve essere sostenuto e che esercita una pressione. Il pensiero spaziale, emancipato e sovrano, è portato nel tempio greco fino alle sue ultime conseguenze. Pochi uomini, in seguito, hanno percepito l’idea spaziale come a quel tempo. Ci sono stati indubbiamente altri uomini che hanno percepito l'idea spaziale, ma in modo pittorico. Basta osservare lo spazio nella Cappella Sistina: ponetevi alla parete di fondo, dove si trova il grande quadro del Giudizio, e guardate in alto; vedrete che la parete sale obliquamente verso l'alto. La parete sale obliquamente perché l’artista ha percepito l’idea spaziale in modo diverso dagli altri uomini. Perciò questa parete si integra mirabilmente in quell’angolo. Questo significa non sentire più in modo greco l’idea spaziale. C'è un senso artistico che percepisce i volumi virtuali contenuti nello spazio. Sentire architettonicamente non significa percepire con gli occhi, ma cogliere anche qualcos'altro. Oggi l’uomo crede facilmente che la destra sia come la sinistra, il sopra come il sotto e ciò che sta davanti come ciò che sta dietro. Ma l’uomo dovrebbe riflettere che esistono quadri nei quali si vedono librarsi tre, quattro o cinque angeli. Questi potrebbero essere dipinti in modo da giustificare il timore che possano precipitare da un momento all’altro, oppure potrebbero essere dipinti da qualcuno che abbia sviluppato il vero senso dello spazio, in modo da non far nascere questa preoccupazione; infatti, non possono cadere, perché si sostengono a vicenda. Si hanno allora dinanzi a sé i rapporti dinamici dello spazio dal punto di vista pittorico. Il greco li aveva dinanzi a sé architettonicamente; egli sentiva l’orizzontale non soltanto come linea, ma anche come forza di pressione, e la colonna non soltanto come un palo, ma come una forza di sostegno. Questo partecipare al senso delle linee dello spazio significa "sentire geometricamente lo spirito vivente". Questo è ciò che Platone intendeva dire quando usò l'espressione «Dio geometrizza continuamente». Queste linee nello spazio esistono e secondo esse il greco costruiva il suo tempio. Che cosa è, infatti, il tempio greco? Esso è necessariamente una dimora di Dio. È qualcosa di completamente diverso dalla chiesa odierna. La chiesa è un luogo di culto, il tempio greco è invece un luogo in cui vive il Dio stesso. Gli uomini vi si possono trovare solo incidentalmente, quando vogliono stare con Dio. Chi comprende le forme del tempio greco percepisce un legame arcano con il Dio che dimora al suo interno. Nelle colonne e in ciò che vi sta sopra si vede non ciò che l’uomo ha tratto dalla sua fantasia, ma qualcosa che il Dio stesso avrebbe fatto in quel modo, se avesse voluto crearsi una dimora. Questo è stato il massimo a cui sia giunta la compenetrazione spirituale della materia.
Confrontate ora il tempio greco con una chiesa gotica. Non si intende affatto denigrare l’arte gotica, perché, da un altro punto di vista, essa si pone a un livello superiore. Nella chiesa gotica, vedete, ciò che viene espresso nelle sue forme non può essere pensato né sentito senza la massa di fedeli che la riempiono. Nelle forme degli archi dell’arte gotica vi è qualcosa che, per chi lo può percepire, non può essere percepito altrimenti che nel modo espresso dalle seguenti parole: «Se là dentro non vi è la folla dei fedeli che congiungono le loro mani nella stessa forma arcuata, l’insieme non è completo». La chiesa gotica non è soltanto la dimora di Dio, ma è anche il luogo in cui i fedeli si riuniscono per pregare. Così l’umanità, in un certo senso, torna a superare l’apice della propria evoluzione. Vediamo come ciò che nel senso spaziale greco è percepito magnificamente nelle linee dello spazio, nelle colonne e nei travi, venga più tardi a decadere.
Una colonna che non sostenga nulla e che abbia puro scopo decorativo, non è, secondo il sentimento greco, una colonna. Nell’evoluzione umana tutto è in assoluta armonia. L’epoca della cultura greca rappresenta la più bella compenetrazione della coscienza che l’umanità aveva scoperto in sé con ciò che veniva percepito nello spazio come elemento divino. In quel periodo, l’uomo si identificava completamente con il mondo fisico-sensibile.
È assurdo che gli scienziati odierni vogliano oscurare ciò che si provava nei tempi passati. Dal punto di vista spirituale e scientifico, consideriamo la quarta epoca postatlantica come il periodo in cui l’uomo vive in armonia con il mondo circostante.
In quel periodo, l’uomo era completamente immedesimato con la realtà esterna ed era in grado di comprendere che il divino poteva manifestarsi in un singolo uomo. Nessuna delle epoche precedenti sarebbe stata in grado di comprenderlo, ma avrebbe percepito che il divino è troppo elevato e sublime per poter comparire in una forma fisica umana; esse volevano appunto preservare il divino dalla materialità. Perciò, al popolo, che doveva concepire l’idea di Dio nella sua forma spirituale, fu detto: «Non farti mai scultura, né rappresentazione alcuna...». Da queste concezioni si sviluppò quel popolo, dal cui grembo nacque l’idea che lo Spirito dovesse manifestarsi nella carne. A questo scopo venne destinato quel popolo, e in esso, nella quarta epoca postatlantica, si sarebbe compiuto l’Avvento del Cristo.
Per la coscienza cristiana, perciò, l’intero divenire dell’uomo si scinde in due tempi: quello pre-cristiano e quello postcristiano. Il Dio-uomo poteva essere compreso dagli uomini soltanto in un determinato momento. Così, il Vangelo di Giovanni, per coscienza e mentalità, si riconnette a ciò che, per usare un termine alla buona, era direttamente adeguato al tempo e derivava direttamente dalla coscienza dell’epoca. Ne risultò perciò naturalmente, come per interiore affinità, che le immagini mentali, con cui lo scrittore del Vangelo secondo Giovanni cercò di descrivere il più grande evento della storia del mondo, gli parvero potersi esprimere meglio nelle forme del pensiero greco. E a poco a poco l’intero sentimento cristiano adottò questa forma di pensiero. Con il progresso, infatti, sarebbe sorta qualcosa come l’arte gotica, poiché il cristianesimo era indubbiamente chiamato a superare ancora una volta la materia. Questo poteva nascere soltanto dove gli uomini erano giunti a un punto tale che permetteva loro di non sopravalutarla, di non immettersi in essa così profondamente come ai tempi nostri, ma di spiritualizzarla e di penetrarla.
Se vogliamo comprendere quale forma il cristianesimo dovesse assumere a poco a poco, quale forma gli venisse preannunziata profeticamente da una individualità come quella dello scrittore del Vangelo di Giovanni, nella prossima conferenza dovremo occuparci di alcuni concetti essenziali e importanti.
Io penso che il sorgere del cristianesimo si palesi dunque come un’assoluta necessità dall’intero sviluppo spirituale dell’umanità. Se vogliamo comprendere quale forma il cristianesimo avrebbe assunto a poco a poco, quale forma gli fosse stata preannunciata profeticamente da una personalità come quella dello scrittore del Vangelo di Giovanni, nella prossima conferenza dovremo occuparci di alcuni concetti essenziali e importanti.
Si è mostrato che tutto va inteso alla lettera, ma che prima occorre comprenderne il significato. Non è senza ragione che il nome di Giovanni non compare mai, ma si parla sempre del discepolo «che il Signore amava». Abbiamo visto qual è il segreto nascosto dietro a questo fatto e di che importanza profonda si tratti. Ora vogliamo considerare anche un’altra espressione che ci darà l’immediata possibilità di riallacciarci ai successivi periodi di evoluzione del cristianesimo.
Nel Vangelo di Giovanni non si tiene generalmente in considerazione il modo in cui si parla della «Madre di Gesù». Se si chiede a un cristiano medio di chi sia la madre di Gesù, egli risponderà: «La madre di Gesù è Maria». E molti crederanno che nel Vangelo di Giovanni sia scritto che la madre di Gesù si chiami Maria. Tuttavia, nel Vangelo di Giovanni non è detto che la madre di Gesù si chiami Maria. In quel Vangelo, infatti, ogni volta che si parla di lei, si usa il termine «la madre di Gesù», e ne vedremo più tardi la causa. Nel capitolo delle nozze di Cana si legge: «... ed era quivi la madre di Gesù...» e più tardi: «... disse la madre a coloro che servivano...». In nessun punto del Vangelo viene nominata «Maria». E dove ci viene presentata di nuovo, quando vediamo il Redentore sulla croce, nel Vangelo di Giovanni si legge: «Ma vicino alla croce di Gesù stavano la sua Madre, e la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena».
Nel Vangelo si parla chiaramente di chi stava vicino alla croce: c'era la madre, la sorella di lei, che era moglie di Cleofa e si chiamava Maria, e Maria Maddalena. Se ci si riflette, si noterà che è strano che le due sorelle si chiamassero Maria! Oggi non è più così. E a quel tempo non era nemmeno in uso. Poiché lo scrittore del Vangelo di Giovanni chiama la sorella Maria, è chiaro che la madre di Gesù non si chiamava «Maria». Nel testo greco è scritto chiaramente: «Ma vicino alla croce di Gesù stavano la sua madre, e la sorella di sua madre, moglie di Cleofa, Maria e Maria Maddalena». A questo punto, se ci si riflette seriamente, sorge spontanea la domanda: «Chi è la madre di Gesù?» E qui sfioriamo una delle questioni più importanti del Vangelo di Giovanni: chi è il vero padre di Gesù? Chi è sua madre?»
Chi è il padre? È lecito porsi questo interrogativo?
Sì, non soltanto in riferimento al Vangelo di Giovanni, ma anche a quello di Luca. Perché è necessario uno sforzo di riflessione per non notare che nell’Annunciazione è scritto: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà, e per questo il bambino che nascerà sarà chiamato Figlio di Dio».
Anche nel Vangelo di Luca si afferma che il padre di Gesù è lo Spirito Santo. Questo deve intendersi letteralmente, e quei teologi che non lo riconoscono non sanno leggere il Vangelo. Dobbiamo quindi porre la nostra grande domanda: come si conciliano con tutto ciò che abbiamo udito le parole «Io e il Padre siamo uno»; «Io e il Padre Abraham siamo uno»; «Prima che fosse fatto Abraham, vi era l’«Io sono»? Come si concilia con tutto ciò il fatto innegabile che i Vangeli identificano nello «Spirito Santo» il Principio-Padre? E nel senso del Vangelo di Giovanni, che cosa dobbiamo pensare del Principio-Madre? Per poter rispondere a queste domande domani, verrà spiegato che nel Vangelo di Luca viene riportata una sorta di genealogia e che ci viene detto che Gesù fu battezzato da Giovanni, che cominciò a predicare a 30 anni e che era figlio di «Maria e di Giuseppe», figlio di Heli, e così via, con l'indicazione di tutte le generazioni.
Seguitela e vedrete che essa risale ad Adamo. E poi troverete qualcosa di molto peculiare: le parole «il quale fu di Dio».
Proprio come nel Vangelo di Luca si passa dal figlio al padre, così nel Vangelo di Giovanni si passa da Adamo a Dio. Un passo simile va preso molto seriamente! Abbiamo raccolto a un dipresso le domande che ci guideranno domani nel centro del Vangelo di Giovanni.
Abbiamo esaminato il complesso della legge che regola l’evoluzione postatlantica della nostra umanità e abbiamo cercato di comprendere il motivo per cui la fondazione del Cristianesimo si sia verificata proprio in un particolare momento di tale evoluzione. Ieri, alla fine della conferenza, abbiamo detto che, per la comprensione di importanti problemi del Vangelo di Giovanni e dell’intero Cristianesimo, è necessario approfondire bene, in senso esoterico cristiano, questa legge dell’evoluzione. Solo così potremo comprendere appieno il significato delle parole: «Spirito Santo», «Padre e Madre di Gesù». Ricordiamo, innanzitutto, che nel corso delle ultime conferenze abbiamo avuto modo di renderci chiaramente conto che l’umanità postatlantea, ossia l’umanità alla quale in senso più stretto apparteniamo noi stessi, e che si è evoluta dopo il Diluvio atlanteo, si scinde in sette sotto-divisioni. A ragion veduta, evito il termine «sotto-razze», perché il concetto di «razze» non coincide completamente con ciò di cui qui s’intende parlare. Si tratta di periodi di evoluzione culturale e ciò che nella nostra umanità attuale ancora sperimentiamo come legge delle razze è in realtà un’eco dell’evoluzione atlantea. Quell’evoluzione dell’umanità che ha preceduto il Diluvio Atlantico e che si è dunque svolta per la maggior parte su quel continente che si trovava fra l’Europa e l’America odierna, l’antica Atlantide, viene da noi suddivisa in sette periodi successivi. Per questi sette periodi, però, il termine «evoluzione di razze» è ancora appropriato. Questi sette gradini consecutivi dell’umanità sull’antica Atlantide erano molto diversi tra loro in fatto di corporeità, interiore ed esteriore. Con «corpo esteriore» s’intende l’interiore configurazione del cervello, del sangue e degli altri succhi. Mentre non si può dire che la prima umanità dell’epoca postatlantea, gli antichi indiani, fosse da noi tanto diversa da giustificare una distinzione in «razze». Nella teosofia è necessario conservare la continuità e per questo motivo è necessario richiamarsi a questo antico concetto delle razze. Tuttavia, il termine «razza» suscita facilmente delle rappresentazioni errate, perché si tende a dimenticare che il motivo su cui si basa la suddivisione dell’umanità odierna è molto più interiore che non quello collegato all’espressione di razza. Il termine «razza» non potrà essere applicato, perché l’umanità si organizzerà secondo leggi fondamentali affatto diverse.
È da questo punto di vista che dovete considerare la divisione delle varie epoche postatlantiche: 1) l’epoca paleo-indiana; 2) l’epoca paleo-persiana; 3) quella babilonese-assiro-caldea-egizia; 4) l’epoca greco-latina; 5) l’epoca in cui ora viviamo; la nostra si risolverà in una sesta e in una settima epoca di evoluzione. Ora ci troviamo nella quinta epoca di civiltà postatlantica e diciamo che il cristianesimo è penetrato nella sua piena profondità e importanza nell’evoluzione dell’umanità nella quarta epoca. Per quanto l’umanità della quinta epoca sia stata capace di accoglierlo, il cristianesimo ha esercitato la sua azione e profeticamente, per quanto la scienza dello Spirito ce lo permetta, preannunceremo come esso continuerà ad agire in futuro. Come abbiamo già detto ieri, la missione del Cristianesimo è stata preparata nella terza epoca di civiltà. La civiltà egizia appartiene alla terza epoca di cultura e dal suo seno i seguaci dell’antico Testamento hanno guidato l’evoluzione della civiltà ebraica, in modo che, per così dire, il cristianesimo è nato dal grembo della terza epoca di cultura e comparso poi pienamente al mondo per la quarta epoca, con il Cristo-Gesù. Possiamo dunque affermare che l’umanità dell’epoca postatlantica ha sperimentato un determinato influsso spirituale nella terza epoca di civiltà; questo influsso ha continuato ad agire nella quarta epoca, concentrandosi nel Cristo-Gesù, per poi proseguire ulteriormente nella quinta epoca di civiltà, la nostra, e dalla nostra passare ad agire nella sesta epoca, che alla nostra farà seguito. Ora dobbiamo comprendere precisamente come si sia svolta questa azione.
Ricordiamo che nel corso dell’evoluzione dell’umanità le diverse parti fondamentali dell’uomo hanno sperimentato la loro evoluzione. Ricordiamoci delle condizioni dell’ultima epoca atlantea. Abbiamo visto che la testa eterica si è immersa nel corpo fisico e che l’uomo ha ricevuto la prima disposizione a dire «Io sono» a se stesso. Quando si verificò il Diluvio Atlanteo, il corpo fisico dell’uomo era permeato dalla forza dell’«Io sono», il che significa che l’uomo aveva allora sviluppato uno strumento fisico per la coscienza dell’Io o del Sé. Per comprendere appieno, sarà bene ripetere che se si tornasse indietro a metà dell’epoca atlantea, non si troverebbe nessun uomo capace di sviluppare un’autocoscienza tale da poter dire di sé stesso «Io sono un Io!» o «Io sono». Ciò poteva verificarsi soltanto in seguito all'unione della parte eterica della testa con la parte fisica della testa. Da quel tempo fino alla sommersione dell’Atlantide nel Diluvio, l’uomo formò ciò che per prima cosa doveva essere formato, perché potesse diventare portatore di questa autocoscienza: formò la disposizione fisica del cervello e tutto il resto della struttura del corpo. Fino al Diluvio Atlantico, dunque, il corpo fisico si andò maturando per poter essere portatore dell’Io. Possiamo ora domandarci: qual era la missione dell’Atlantide? La missione dell’epoca atlantea fu quella di inoculare l’Io nell’uomo e questa missione va oltre il Diluvio atlanteo, che si chiama anche il Diluvio universale, e si protrae fino alla nostra epoca. Ma nel nostro periodo postatlantico deve aggiungersi anche dell’altro: deve penetrare lentamente nell’uomo il Manas, o Sé spirituale. Con il nostro tempo postatlanteo inizia l’influsso del Manas, o Sè spirituale. Sappiamo dunque che, quando avremo percorso parecchie incarnazioni nella sesta e nella settima epoca, saremo adombrati, fino a un determinato grado, dal Manas, o Sè spirituale. Ma l’uomo ha dovuto attendere a lungo prima di poter diventare lo strumento adatto per il Manas, o Sè spirituale. Ci sono voluti millenni perché prima egli potesse diventare, nel vero senso della parola, un portatore dell’Io. Doveva rendere non soltanto il suo corpo fisico, ma anche gli altri arti della sua entità, adatti a essere strumenti dell’Io.
Nella prima epoca della civiltà del tempo postatlanteo, l’uomo ha reso il suo corpo eterico portatore dell’Io, come aveva reso il suo corpo fisico adatto a esserlo; ciò avvenne nell’antica civiltà indiana. Ciò significa che l’uomo acquista la capacità di avere, non soltanto uno strumento fisico per l’Io, ma anche un corpo eterico adatto a esso. Nella seguente tabella, perciò, alla prima epoca, all’antica cultura indiana, è segnato il «corpo eterico».
Se vogliamo esaminare l’ulteriore evoluzione di queste epoche di cultura nei riguardi dell’uomo, non dobbiamo considerare l’elemento animico come corpo astrale in modo superficiale, ma metterci all’opera con maggiore esattezza e porre a base del nostro esame l’organizzazione dell’uomo che si trova nella mia «Teosofia». Da questo si evince che non è sufficiente fare la distinzione generale dei sette arti dell’uomo, ma che la parte centrale di quest’ultimo si divide in corpo senziente, anima senziente, anima razionale e anima cosciente, e successivamente abbiamo il Sé spirituale, lo Spirito vitale e l’Uomo-Spirito. Generalmente, si distinguono soltanto sette arti; nel quarto, che si riassume con la parola «Io», occorre distinguere un’ulteriore articolazione, perché nel corso dell’evoluzione umana essa si è effettivamente verificata. Durante l’epoca di cultura paleopersiana viene elaborato il vero corpo astrale o corpo senziente, portatore delle effettive forze attive dell’uomo. Perciò il passaggio dall’epoca indiana a quella persiana consiste nel fatto che gli uomini iniziano a elaborare la materia.
Muovere le mani e tutto ciò che con questo si riconnette, mettersi al lavoro: ecco ciò che caratterizza questa epoca di civiltà. L’antico Indiano era disposto, molto più di quanto si creda, a non muovere le mani, ma a elevarsi, per mezzo della contemplazione, al di sopra della materialità, raggiungendo i mondi superiori. Bisognava immergersi profondamente in sé stessi per ricordare la propria condizione passata. Questa yoga indiana consiste, in generale, in una speciale educazione ed elaborazione del corpo eterico.
Passiamo ora alla cultura dell’antica epoca persiana, in cui l’Io veniva immerso nell’anima senziente. La cultura degli Assiri, dei Babilonesi, dei Caldei e degli Egizi si basava sull'ascesa dell'Io fino all'anima senziente. Che cosa è l’anima senziente? Nell’uomo senziente, ciò che si dirige principalmente verso l’esteriore è ciò per mezzo di cui egli esplica la sua attività con gli occhi e con gli altri sensi e percepisce lo Spirito che domina nella natura. Durante quell’epoca, dunque, lo sguardo viene rivolto alle cose materiali dispiegatesi nello spazio, alle stelle e al loro movimento. Allora sull’anima senziente agisce ciò che sta steso esteriormente nello spazio. Nell’epoca egizio-caldaico-assiro-babilonese, nell’uomo esisteva ancora poco ciò che si potrebbe chiamare cultura interiore della personalità e dell’intelletto. L’uomo attuale, infatti, non si forma una giusta concezione della sapienza egizia di quell’epoca. Questa sapienza, in realtà, non era basata sul pensiero o sulla speculazione, come lo sarebbe stata più tardi, ma quando l’uomo volgeva esteriormente lo sguardo, sentiva la legge che leggeva là fuori con i sensi. Si trattava di una lettura delle leggi, non di una scienza concettuale, basata su opinioni o sentimenti. Se i nostri scienziati si fermassero a riflettere, questa sarebbe una dura verità, che li porterebbe a toccare con mano, spiritualmente parlando, l’indicazione chiara di ciò che è stato detto. Se a quel tempo gli uomini non riflettevano con le vere forze interiori dell’intelletto, ciò significa che non poteva allora esistere nemmeno una vera scienza intellettuale, una scienza logica. E difatti non esisteva. La storia ci mostra che il vero fondatore della logica è Aristotile. Se prima vi fosse stata una logica, una scienza concettuale, questi uomini sarebbero stati in grado di riprodurla in un libro. Una logica, che è riflessione nell’Io stesso, dove i concetti si collegano e si separano, in cui dunque si giudica logicamente e non si legge dalle cose, una logica siffatta si è affacciata soltanto nella quarta epoca della cultura; questa quarta epoca perciò viene chiamata l’epoca dell’anima razionale. Noi stessi stiamo in quest’epoca – l’umanità vi è entrata verso la metà del Medioevo, a partire dal 10°, 11° e 12° secolo – e siamo nell’epoca dell’entrata dell’Io nell’anima cosciente. Questo è avvenuto con molto ritardo. L’Io è entrato nell’anima cosciente verso la metà del Medioevo. Questo fatto si potrebbe controllare storicamente e si potrebbe gettare luce su tutte le parti più oscure di esso, se vi fosse tempo di parlare di molte cose che entrano in questione. A quel tempo, nell’uomo venne inoculato un concetto ben determinato: la libertà e l’indipendenza dell’Io. Se consideriamo il primo periodo del Medioevo, vediamo che l’uomo, in un certo senso, vale per la posizione che occupa nella società. Si ereditano dal padre e dai parenti posizione, classe e dignità, e grazie a queste cose impersonali, che non sono collegate coscientemente all’Io, si agisce e si opera nel mondo. Più tardi, quando si estese il commercio e iniziarono le invenzioni e le scoperte moderne, la coscienza dell’Io cominciò ad ampliarsi e possiamo osservare ovunque nel mondo europeo le manifestazioni esteriori ben determinate di questa anima cosciente negli ordinamenti cittadini e nelle costituzioni cittadine. Dalla storia di Amburgo, per esempio, si può facilmente rilevare come queste cose si siano sviluppate storicamente. Ciò che si chiama «città libera» nel Medioevo è l’impronta esteriore di questo affiorare nell’umanità dell’anima cosciente dell’Io. E se spingiamo lo sguardo verso il futuro, possiamo dire: Ora stiamo proprio lavorando all’elaborazione di questa coscienza della personalità nell’anima cosciente. Tutte le esigenze dell’epoca moderna non sono altro che l’incosciente manifestazione negli uomini delle esigenze dell’anima cosciente. Se però spingiamo lo sguardo ancora più lontano, scorgiamo nello Spirito anche dell’altro. Nella prossima epoca di cultura, l’uomo salirà al Manas, o Sé spirituale. Quello sarà un tempo in cui gli uomini godranno in misura molto maggiore rispetto ad oggi di una sapienza comune, saranno, per così dire, immersi in una sapienza comune. Si comincerà allora a percepire che ciò che più è proprio dell’uomo è, al contempo, ciò che ha un valore più universale. Ciò che oggi viene concepito come bene individuale dell’uomo non è ancora un bene individuale di alto livello. Oggigiorno, all’individualità e alla personalità dell’uomo si accompagna ancora in misura considerevole il fatto che gli uomini disputano fra di loro, hanno opinioni diverse e ritengono: «Se non fosse permesso avere opinioni diverse, non si potrebbe essere uomini indipendenti!» Proprio perché vogliono essere uomini indipendenti, credono di dover arrivare a opinioni differenti. Questo, però, è un punto di vista di second’ordine. Gli uomini troveranno maggiore pace e armonia quando l’individuo sarà più individualizzato. Fintanto che gli uomini non saranno completamente avvolti dal Sé spirituale, vi saranno opinioni diverse. Queste opinioni non sono ancora percepite nella loro vera interiorità. Oggigiorno, i precursori di tali cose sono pochi e si tratta delle verità matematiche e geometriche. Su queste non può esserci diversità di pareri. Se un milione di uomini vi dice che 2+2 fa 5, e interiormente vedete che fa 4, sapete che è così, e sapete pure che gli altri sono in errore, come se qualcuno credesse che la somma dei tre angoli di un triangolo non sia uguale a 180 gradi. Questa è cultura del Manas, in cui si percepisce sempre di più che le fonti della verità stanno nell’elemento individuale e personale dell’uomo che si è ormai fortificato, e in cui, contemporaneamente, quanto viene percepito come verità superiore concorda da uomo a uomo, come le verità matematiche. Su queste gli uomini sono già d’accordo oggi, perché sono le verità più superficiali. Nei riguardi delle altre verità gli uomini si combattono – non perché sulla medesima cosa possano esistere due giuste opinioni diverse, ma perché non si sono ancora spinti a tal punto da riconoscere e abbattere ciò che li separa in fatto di simpatie e antipatie personali. Se per le verità semplici matematiche dovesse tenersi conto anche dell’opinione personale, molte massaie sarebbero d’accordo che 2+2 fa 5 e non 4. Per chi spinge lo sguardo più in profondità, è impossibile discutere sulla natura superiore delle cose: c'è solo la possibilità di evolversi fino ad esse. La verità, che è stata trovata in un’anima, coincide esattamente con quella delle altre anime e non si discute più. Questa è la garanzia della vera pace e della vera fratellanza, perché c'è una sola verità che ha a che fare con il sole spirituale. Riflettete come le singole piante crescano ordinatamente; ogni pianta cresce verso il sole, e c'è un solo sole. Questa è la grande prospettiva che si apre alla sesta epoca di civiltà, quando lo spirito umano si aprirà alla dimensione spirituale e tutti gli uomini si troveranno d’accordo verso un unico sole spirituale. Questa è la grande prospettiva che si apre per la sesta epoca. Nella settima epoca, lo Spirito Vitale o Buddhi penetrerà in un determinato modo nella nostra evoluzione.
Questo è un avvenire lontano verso il quale possiamo gettare uno sguardo, in via di anticipazione. Ora, però, è importante che ci sia chiarezza: la sesta epoca sarà un’epoca di cultura molto importante, perché attraverso una comune saggezza porterà pace e fratellanza. Questo perché non soltanto i singoli uomini eletti, ma anche tutta quella parte dell’umanità che si troverà in condizioni normali di evoluzione, riceveranno il Sè superiore, a prima vista nella sua forma inferiore, come Sè spirituale o Manas. Si effettuerà una congiunzione fra l’Io umano, quale si è andato evolvendo gradualmente, e l’Io superiore, l’Io unificatore. Queste nozze spirituali sono sempre state chiamate, nell’esoterismo cristiano, l’unione dell’Io umano col Manas o Sé spirituale. Tuttavia, nel mondo le cose sono profondamente collegate tra loro e l’uomo non può, per così dire, estendere la mano per attrarre a sé il Manas o Sé spirituale, ma dovrà conseguire un grado di evoluzione molto più alto per potersi aiutare da solo in questo senso. Perché l’uomo, nell’epoca postatlantica, potesse unirsi con l’Io superiore, era necessario che l’umanità ricevesse un aiuto per la propria evoluzione. Per ottenere qualcosa, è necessario prima prepararsi. Se vogliamo che un bambino riesca a diventare qualcuno a quindici anni, dobbiamo metterci al lavoro fin dal sesto o settimo anno. Un’evoluzione deve sempre preparare i suoi impulsi. Ciò che deve accadere all’umanità nella sesta epoca ha richiesto una lunga preparazione. Dall'esterno sono dovute arrivare la potenza e la forza per ciò che deve avvenire nell’umanità nella sesta epoca. Una prima preparazione operava dall'esterno, dalla spiritualità, senza ancora essere scesa nel mondo fisico. Di questo vediamo un segno nella grande missione del popolo ebraico. Quando Mosè, iniziato nei misteri egizi, ricevette dalla Direzione Cosmica spirituale la missione che abbiamo potuto caratterizzare con le parole: «Quando dirai loro i miei comandamenti, dirai il mio nome, io sono l’«Io sono», gli venne, con queste parole, dato l’incarico: «Preparali, con l’accennare al Dio invisibile, che non ha forma. Insegna loro che, mentre il Dio-Padre opera ancora nel sangue, per coloro che possono comprenderlo viene preparato l’«Io sono», che poi dovrà scendere fino al piano fisico!» Questa preparazione, per così dire, ebbe luogo durante la terza epoca di cultura. E dal popolo ebraico vediamo scaturire la missione di trasmettere all’umanità quel Dio che poi discende e compare nella carne. Egli prima è stato annunciato, poi è comparso per l’occhio esteriore, nella carne. In questo modo, ciò che era stato preparato da Mosè trovò la sua espressione giusta.
Consideriamo bene questo momento: l’annuncio spirituale per mezzo di Mosè e la sua realizzazione, la comparsa del Messia annunziato, il Cristo. A partire da questo periodo, che abbiamo potuto indicare come un primo periodo nella storia del cristianesimo, viene impresso all’umanità il vero impulso all’unità e alla fratellanza, che si manifesterà nella sesta epoca. L’umanità, con le sue forze intellettuali e spirituali, si è immersa completamente nella materia. Ci si potrebbe chiedere: perché il Cristianesimo è venuto al mondo come precursore dell’epoca più materialista?
Immaginate che l’umanità sia penetrata in questa epoca profondamente materiale senza il Cristianesimo: in quel caso, le sarebbe stato impossibile ritrovare un impulso che la riconducesse in alto. Se non vi fosse stato l’impulso impiantato nell’umanità per mezzo del Cristo, l’intera umanità avrebbe dovuto cadere in decadenza, unirsi alla materia per l’eternità e, come si dice in occultismo, «cadere sotto il dominio della gravità della materia» e essere gettata fuori della sua evoluzione. Dobbiamo quindi immaginare che l’umanità, nella cultura postatlantica, scende di un grado nella materia e, prima di arrivare all’ultimo gradino, penetra in essa l’altro impulso che spinge di nuovo in alto, verso la direzione opposta. Questo impulso è il Cristo; se fosse venuto prima, l’umanità non sarebbe arrivata all’evoluzione materiale. Se fosse venuto durante l’epoca paleo-indiana, l’umanità sarebbe stata certamente permeata dall’elemento spirituale del cristianesimo, ma non sarebbe mai scesa tanto in basso da poter produrre tutto ciò che oggi chiamiamo cultura esteriore fisica. È strano dire che senza il cristianesimo non ci sarebbero oggi ferrovie, piroscafi o vapori, ma per chi riconosce il nesso delle cose è proprio così. Non sarebbero mai emersi dall’antica epoca di civiltà indiana questi mezzi di civiltà. Esiste un legame profondo tra il cristianesimo e tutto ciò che costituisce il vanto dell’umanità. Il fatto che il cristianesimo abbia aspettato il momento giusto ha reso possibile la civiltà esteriore. Il fatto di essere venuto al momento giusto ha dato la possibilità a coloro che si uniscono al Principio-Cristo di potersi nuovamente sollevare dalla materia. Tuttavia, poiché il cristianesimo è stato accolto con incomprensione, è stato molto materializzato. È stato talmente poco compreso che è stato esso stesso inteso materialisticamente. Perciò, in un certo senso, il cristianesimo ha assunto nel corso del tempo una forma distorta materialistica che abbiamo seguito fino ai nostri giorni e che possiamo definire come un secondo periodo. Invece di essere compresa, per esempio, nel suo senso più elevato spirituale, l’Eucaristia è stata materializzata, rappresentata come una grossolana trasformazione della sostanza. Potremmo citare centinaia di esempi in cui il cristianesimo non è stato compreso come fenomeno spirituale. Ora siamo arrivati a un punto in cui l’umanità deve necessariamente ricollegarsi al cristianesimo spirituale per attingere il suo vero contenuto spirituale. Questo si verificherà tramite l’approfondimento antroposofico del cristianesimo. Applicando l’antroposofia al cristianesimo, seguiamo la necessità storica del mondo di preparare il terzo periodo cristiano, che si apre con la penetrazione del Manas nella sesta epoca di cultura. Questo sarà, per così dire, il terzo capitolo. Il primo capitolo è il tempo del preannuncio del cristianesimo fino alla comparsa del Cristo-Gesù e poco dopo. Il secondo capitolo è la più profonda penetrazione dello spirito umano nella materia e la materializzazione del cristianesimo stesso; il terzo capitolo deve essere la comprensione spirituale del cristianesimo, per mezzo di un approfondimento antroposofico. Il fatto che un documento come il Vangelo di Giovanni non sia stato compreso fino al nostro tempo è in corrispondenza con l’intera evoluzione materialistica. Una cultura materialistica, come si è andata formando nel tempo, non poteva comprendere completamente il Vangelo di Giovanni. La cultura spirituale, che deve svilupparsi con il movimento antroposofico, potrà comprendere questo documento nella sua vera forma spirituale e preparare il terreno per il passaggio alla sesta epoca di cultura.
Per chi consegue un’iniziazione cristiana o rosicruciana – del resto anche per chi consegue un’iniziazione in generale – si verifica un fenomeno del tutto speciale. Per lui, le cose che succedono acquistano un doppio significato: uno si esplica esteriormente nel mondo fisico, mentre l’altro indica che gli eventi nel mondo fisico sono indizi di vasti e grandiosi eventi spirituali. Se ora proverò a descrivere l’impressione che ebbe una persona che scrisse il Vangelo di Giovanni, mi comprenderete.
Durante la vita terrena del Cristo Gesù si verificò un evento speciale sul piano fisico. Colui che lo descrive nel senso del Vangelo di Giovanni lo espone però da iniziato. L’evento rappresenta perciò per lui, al contempo, anche le percezioni e le esperienze che si hanno durante un rito di iniziazione. Immaginate dunque la conclusione ultima di un rito di iniziazione.
Per tre epoche e mezzo, che negli antichi tempi, come già detto, corrispondevano a tre giorni e mezzo, l’iniziando rimaneva in un sonno letargico. Ogni giorno sperimentava qualcosa di nuovo riguardo ai mondi spirituali. Il primo giorno aveva delle esperienze ben determinate che gli si presentavano come eventi nel mondo spirituale; il secondo giorno ne aveva altre, il terzo ancora altre. Allora, nella località in cui si trovava, all’iniziando si palesava ciò che si palesa spiritualmente sempre alla capacità chiaroveggente: l’avvenire dell’umanità. Se conosciamo gli impulsi dell’avvenire, possiamo inocularli nel presente e condurre il presente incontro all’avvenire.
Immaginate il veggente di quell’epoca: egli sperimentava il significato spirituale del primo dei capitoli descritti, a cominciare dal punto in cui risuona il grido: «Io sono l’IO SONO», fino all’arrivo del Messia. Il secondo capitolo riguardava la discesa del Cristo nella materia. Il terzo capitolo riguardava la graduale preparazione dell’umanità ad accogliere lo Spirito o il Sé spirituale (Manas) nella sesta epoca. Egli sperimentava tutto ciò in una condizione di preveggenza astrale. Egli sperimentava le nozze dell’umanità con lo Spirito. Questa è un’esperienza importante che l’umanità può esprimere solo perché il Cristo è entrato nel tempo e nella storia. In precedenza, l’umanità non aveva vissuto una fratellanza che fosse frutto dello spirito dischiusosi nell’interiorità e in cui regnava la pace tra gli uomini. Esisteva soltanto l’amore materialmente preparato per mezzo della consanguineità. Questo amore si evolve gradualmente in amore spirituale e penetra nell’interiorità. Come risultato finale del terzo capitolo dell’iniziazione, diciamo dunque che l’umanità celebra le sue nozze con il Sé spirituale o Manas. Questo può verificarsi soltanto quando il tempo è maturo per la piena attuazione dell’impulso del Cristo. Fintanto che questo non si è verificato, vale il rapporto basato sulla parentela di sangue e l’amore non è spirituale. Ovunque negli antichi documenti si faccia riferimento ai numeri, si tratta del mistero del numero. E quando leggiamo: «Tre giorni dopo vi fu uno sposalizio in Cana di Galilea...», ogni iniziato sa che questo terzo giorno ha un significato speciale. Che cosa significa? Lo scrittore del Vangelo secondo Giovanni qui indica che non si tratta soltanto di una vera esperienza, ma anche di una grande e possente profezia. Questo sposalizio simboleggia le grandi nozze dell’umanità che si verificano nel corso dell’iniziazione, il terzo giorno. Il primo giorno si palesava ciò che accade nel primo periodo di passaggio dalla terza alla quarta epoca di civiltà; il secondo giorno, ciò che accade nel passaggio dalla quarta alla quinta epoca di civiltà; il terzo giorno, ciò che succede quando l’umanità passerà dalla quinta alla sesta epoca di civiltà. Sono questi i tre giorni dell’iniziazione. E l’Impulso-Cristo ha dovuto aspettare il terzo momento prima di poter agire; prima non vi era un tempo in cui ciò fosse possibile. Nel Vangelo di Giovanni viene indicato uno speciale rapporto di «me e te», di «noi due». Questo è infatti ciò che è scritto e non la versione assurda: «Che cosa ho io da fare con te, o donna?». Quando la madre incita il Cristo a compiere il segno, egli risponde: «Non è ancora venuta la mia ora», per operare in fatto di nozze, vale a dire, per radunare gli uomini. Il tempo che verrà è ancora di là da venire. Ora agisce ancora e continuerà ad agire ciò che è fondato sui vincoli del sangue; ecco perché si fa riferimento ai rapporti fra madre e figlio in occasione di nozze. Se consideriamo questi documenti in questo modo, tutto ciò che vi è di realmente esteriore emerge da uno sfondo importante di natura spirituale. Quando penetriamo in ciò che un iniziato, come lo scrittore del Vangelo di Giovanni, ha donato all’umanità, ci addentriamo in una profondità abissale della vita spirituale, perché il Cristo ha inoculato il suo impulso nell’evoluzione dell’umanità.
Queste cose non devono essere interpretate per mezzo di vuota allegoria o simbolismo, ma per mezzo della realtà astrale che l’iniziato sperimenta. Non si tratta di un’esposizione simbolica, ma di una narrazione di ciò che l’iniziato sperimenta. Se non si interpreta in questo modo, è comprensibile che chi sta fuori dica che la scienza dello Spirito non porta a nulla di concreto. Se applichiamo a questo passo la spiegazione della scienza dello Spirito, come l’abbiamo intesa, impariamo che, attraverso tre giorni cosmici – dalla terza alla quarta, dalla quarta alla quinta e dalla quinta alla sesta epoca di cultura –, l’impulso Cristo opera nell’umanità. Consideriamo questa evoluzione nel senso del Vangelo di Giovanni, e diciamo che: L’impulso del Cristo era talmente grande che l’umanità non ne ha ancora compreso che una minima parte e che soltanto in un tempo avvenire potrà comprenderlo appieno.
Se vogliamo far convergere tutte le osservazioni di questo corso verso una comprensione più profonda del Vangelo di Giovanni, verso le parole «Padre e Madre di Gesù», e per questa via verso l’essenza del cristianesimo nel senso del Vangelo di Giovanni, dovremo ora raccogliere i materiali per comprendere il concetto di madre e di padre, sia nel suo senso spirituale, come è inteso nel Vangelo di Giovanni, sia nel suo vero senso. Non si tratta, infatti, di interpretazioni allegoriche o simboliche.
Ora dobbiamo comprendere anzitutto ciò che significa unirsi con i mondi superiori spirituali e rendersi pronti ad accoglierli. A tal fine, è necessario esaminare l’essenza dell’iniziazione, in particolare dal punto di vista del Vangelo di Giovanni. Chi è un iniziato?
Colui che, in tutti i tempi dell’evoluzione postatlantica dell’umanità, poteva elevarsi al di sopra del mondo esteriore fisico-sensibile e aveva delle esperienze proprie nei mondi spirituali, sperimentando dunque il mondo spirituale come l’uomo attraverso i suoi sensi esteriori, occhi, orecchi, ecc., sperimenta il mondo fisico-sensibile. Un iniziato siffatto è anche un testimone dei mondi spirituali e della loro verità. Ma c'è dell'altro: durante l'iniziazione, ogni iniziato acquisisce una capacità speciale che gli permette di elevarsi anche al di sopra dei sentimenti e delle sensazioni che, nel mondo fisico, sono non solo giustificati, ma anche profondamente necessari; tuttavia, non possono esistere allo stesso modo nel mondo spirituale.
Non fraintendetemi: l’iniziato non deve spogliarsi di tutti i sentimenti e le sensazioni umane per sostituirli con altri sentimenti per i mondi superiori. Non è così. Lui non li sostituisce, bensì li acquisisce entrambi. Se da un canto l’uomo deve spiritualizzare i propri sentimenti, dall’altro è necessario che in lui siano tanto più forti quei sentimenti che sono utili per lavorare nel mondo fisico. In questo senso vanno interpretate le parole: "deve essere un uomo senza patria". Non significa che egli diventi menomamente estraneo alla sua patria e alla sua famiglia, finché vive nel mondo fisico; quelle parole hanno tutt’al più il senso che, adottando i sentimenti che corrispondono al mondo spirituale, i sentimenti del mondo fisico ne diventeranno meglio e più finemente elaborati. Senza questa premessa, nessuno può conseguire l’iniziazione nel vero senso della parola. Essere un «uomo senza patria» significa che l’uomo non deve sviluppare speciali simpatie nel mondo spirituale, simili a quelle che egli ha qui nel mondo fisico per singole speciali ragioni o rapporti speciali. – Nel mondo fisico, il singolo uomo appartiene a questo o a quel popolo, a questa o a quella famiglia, a questa o a quella comunità dello Stato, e questo è positivo. Non è necessario che perda queste relazioni, che qui gli sono utili. Ma se volesse applicare questi sentimenti nel mondo spirituale, porterebbe con sé un pessimo corredo in quel mondo, poiché in esso non si tratta di sviluppare una qualsiasi simpatia per qualcosa, bensì di lasciare che tutto agisca su di noi obiettivamente, secondo il valore intrinseco dell'oggetto stesso. Si potrebbe anche dire che l’iniziato deve essere un uomo obiettivo nel pieno senso della parola.
Attraverso la sua evoluzione sulla Terra, l’umanità è uscita da una condizione collegata alla vecchia coscienza crepuscolare del chiaroveggente senza patria. Abbiamo visto che l’umanità discese dalle sfere spirituali nel mondo fisico. Nelle sfere spirituali originarie non esistevano patriottismo o sentimenti simili. Quando gli uomini scesero sulla Terra, si dispersero in varie parti del pianeta e i vari gruppi umani nelle diverse regioni divennero un calco delle stesse. Non crediate che il negro sia diventato negro soltanto per ragioni interiori, ma che sia diventato negro anche per adattamento alla regione della Terra che abitava, e lo stesso si può dire dei bianchi. E, come le grandi differenze di colore e razza, così pure le piccole differenze fra le varie etnie sono nate perché l’uomo ha preso qualcosa dal suo rapporto con l’ambiente circostante. Questo è legato anche alla specializzazione dell’amore sulla Terra. A causa della dissimilitudine degli uomini, l’amore è nato per prima cosa nelle piccole comunità. Soltanto a poco a poco, gli uomini possono evolvere dalle piccole comunità a una grande comunità d'amore, che si svilupperà appunto per mezzo dell'inoculazione del Sé spirituale. L’iniziato ha dovuto, in un certo senso, prevedere come l’evoluzione dell’umanità spinga nuovamente a superare tutti gli ostacoli, a gettare ponti su tutte le barriere e a formare la grande pace, la grande armonia e fratellanza. L’iniziato, privo di patria, deve accogliere a priori germi da ogni parte allo stesso modo per il grande amore fraterno. Questo concetto veniva simbolicamente accennato negli antichi tempi con la descrizione delle peregrinazioni degli iniziati, per esempio di Pitagora. Perché venivano descritte quelle peregrinazioni? Perché, elaborando i propri sentimenti all’interno della comunità interiore, l’iniziato potesse diventare un obiettivo per tutti. Ora la missione del cristianesimo è di estendere a tutta l’umanità questo impulso alla fratellanza che, nell’iniziato, operava come singolo impulso. Consideriamo ora questa profondissima idea del cristianesimo: il Cristo è lo Spirito della Terra e la Terra è il corpo o la veste del Cristo. Accettiamola letteralmente, perché come abbiamo detto ogni singola parola del Vangelo di Giovanni deve essere ponderata. Che cosa ci viene comunicato riguardo alla «veste» della Terra quando osserviamo l’evoluzione? Ci viene detto che le parti solide della Terra, vale a dire la «veste» della Terra, vennero anzitutto spartite. Chi si è impossessato di una parte, chi dell’altra, una cosa è appartenuta a uno, l’altra a un altro. È così che, nel corso del tempo, la «veste» che porta il Cristo, che porta lo Spirito della Terra, è stata spartita. Una sola cosa non poteva essere spartita, ma apparteneva a tutti: l’involucro aereo che sta attorno alla Terra. E da questo involucro d'aria, come ci viene indicato nel mito del Paradiso, venne inspirato nell’uomo il soffio di vita; con ciò abbiamo il primo germe dell’Io nel corpo fisico. L’aria non può essere suddivisa. Vediamo ora se colui che ci offre la descrizione più profonda del cristianesimo accenni a questo in qualche modo: «Si divisero le sue vesti, ma la tonaca non la divisero».
Avete qui le parole che vi danno la spiegazione: la Terra, come un Tutto, con il suo involucro aereo, è la veste e la tonaca del Cristo. La veste del Cristo è stata suddivisa in continenti e regioni; non così la tonaca. L’aria non è stata divisa, appartiene a tutti in comune. Rappresenta il simbolo esteriore dell’amore che circonda la sfera terrestre e che si realizzerà in futuro.
In molti altri aspetti, il cristianesimo dovrà condurre gli uomini, in quanto umanità, ad accogliere qualcosa del vecchio principio dell’iniziazione. Se vogliamo comprendere questo, dobbiamo caratterizzare l’iniziazione. Per noi sarà sufficiente considerare l’essenza dei tre tipi principali di iniziazione: l’antica iniziazione della Yoga, l’iniziazione cristiana specifica e quella cristiana rosicruciana, che è davvero adatta all’uomo attuale. Ora vogliamo descrivere il principio dell’iniziazione, comune a tutte e tre le forme di iniziazione, e ciò che esso è e rappresenta.
In che modo un uomo diventa capace di guardare nei mondi spirituali? Per mezzo di cosa siete divenuti capaci di percepire il mondo fisico? Il corpo fisico possiede degli organi sensori appositi. Se risalite molto indietro nel tempo, vedrete che in epoche primordiali l’uomo non aveva ancora occhi per vedere né orecchie per udire nel mondo fisico, ma tutti questi organi erano ancora «indifferenziati e generici», come dice Goethe. A riprova di ciò, riflettete su come certi animali inferiori abbiano ancora questi organi non differenziati.
In certi animali inferiori ci sono dei punti per i quali possono distinguere soltanto la luce e l’oscurità. Da questi organi indifferenziati si sono andati plasmando e formando gli occhi e le orecchie attuali. Questa specificazione è stata impressa ed elaborata nella sostanza plastica del corpo fisico. Così, in quanto il vostro occhio è stato modellato, è sorto il mondo fisico dei colori; in quanto il vostro orecchio è stato modellato, è sorto il mondo fisico dei suoni. Nessuno ha il diritto di affermare che un mondo non è reale; può dire soltanto: «Io non lo percepisco». Significa "ho gli organi per percepirlo" vedere il mondo fisico nel vero senso della parola. Si può dire: «Conosco soltanto questo o quel mondo», ma non è permesso dire: «Non do valore al mondo che l’altro vede». Chi parla così pretende niente meno che anche gli altri non percepiscano che ciò che percepisce lui; egli pretende autoritariamente che abbia valore soltanto ciò che egli vede. Se qualcuno oggi si presentasse e dicesse: «Questa è una fantasia teosofica, ciò che i teosofi s’immaginano non esiste», questo dimostrerebbe soltanto che egli e le persone che gli sono simili non percepiscono tali mondi. Ci poniamo dal punto di vista affermativo della cosa. Ma chi fa valere soltanto ciò che egli percepisce, non soltanto esige che si ammetta quello che egli sa, ma pretende anche di giudicare ciò che egli non sa. Non c'è intolleranza peggiore di quella opposta oggi dalla scienza ufficiale alla scienza dello Spirito, e questa diventerà ancora peggiore di quanto non sia mai stata prima; si presenta sotto le più diverse forme. Gli uomini non sono consapevoli di dire qualcosa che non potrebbero affatto dire. In molte riunioni di cristiani, si può sentire dire: «Gli antroposofi parlano di un insegnamento occulto cristiano, ma il cristianesimo non ha bisogno di nessun insegnamento occulto, perché deve valere soltanto ciò che la mente semplice e ingenua può percepire e comprendere». Questo naturalmente significa soltanto ciò che colui che parla può percepire e comprendere. L’infallibilità del Papa non viene, e con ragione, ammessa in tali riunioni cristiane.
Egli esige, dunque, che nessuno percepisca o comprenda qualcosa di diverso da lui. L’infallibilità del Papa non viene ammessa in tali riunioni cristiane, e con ragione. Ma l’infallibilità della propria persona viene oggi ampiamente rivendicata, anche dai cristiani. L’antroposofia viene combattuta dal punto di vista del Papato, mentre ognuno erige sé stesso a una specie di piccolo Papa. Se riflettiamo sul fatto che il mondo fisico sensibile esiste grazie alla cesellatura dei singoli organi nel corpo fisico, non ci sembrerà strano dire che la percezione in un mondo superiore dipende dalla costruzione, negli arti superiori dell’entità umana, di organi superiori nel corpo eterico e in quello astrale. Il corpo fisico è già dotato oggi di questi organi, il corpo eterico e quello astrale non ne sono ancora provvisti; devono ancora essere scolpiti in essi. Quando ciò avverrà, si avrà la percezione nei mondi superiori.
Ora parleremo del modo in cui questi organi vengono costruiti nel corpo eterico e in quello astrale. Abbiamo detto che, in colui che aspira all’iniziazione e la consegue, gli organi superiori vengono modellati. Come avviene questo processo? Si tratta di agire sul corpo astrale dell’uomo, là dove lo si può trovare nella sua purezza. Mentre il corpo astrale, nello stato di veglia diurno, è immerso nel corpo fisico, le forze di quest’ultimo agiscono su di esso; perciò il corpo astrale non è libero, ma segue ciò che vuole il corpo fisico e non è possibile agire su di lui. Si può esercitare un’azione sul corpo astrale e modellarlo soltanto durante il sonno, quando si trova al di fuori del corpo fisico. Il corpo astrale di un uomo può elaborare i suoi organi sensori superiori soltanto se questi si scolpiscono in esso, mentre sta fuori dal corpo fisico durante il sonno. Tuttavia, non è possibile affaccendarsi attorno a un uomo dormiente; non sarebbe possibile con l’uomo odierno, se ciò che gli succede deve essere percepito da lui. Se una persona è in stato d’incoscienza, non può percepire. Questo sembra contraddire il fatto che il corpo astrale non è cosciente del suo rapporto con il corpo fisico mentre l’uomo dorme. Tuttavia, indirettamente questa difficoltà viene superata, perché durante la veglia diurna si agisce sul corpo fisico, di guisa che le impressioni che il corpo fisico riceve durante la veglia permangono nel corpo astrale quando questo si ritira dal corpo fisico. Così come le impressioni che il corpo astrale riceve dal mondo circostante si imprimono in esso, occorre determinare nel corpo fisico qualcosa di ben specifico affinché s’imprima nel corpo astrale e poi venga elaborato in modo adeguato. Questo succede quando l’uomo, a differenza di quanto generalmente accade, non si lascia invadere dalle impressioni che provengono da ogni parte, ma, per mezzo di una disciplina metodica, prende in mano la propria vita interiore. Questo processo è noto come meditazione, concentrazione o contemplazione. Questi esercizi, prescritti nelle diverse scuole con la stessa severità delle indagini microscopiche nei laboratori, agiscono su di lui con tale intensità che il corpo astrale, quando scivola fuori durante il sonno, si trasforma plasticamente. Se un uomo pratica questi esercizi, essi agiscono su di lui con tale intensità che, quando scivola fuori durante il sonno, il corpo astrale si trasforma plasticamente. Proprio come la spugna: finché la tengo in mano si adatta alla forma della mano, ma non appena la lascio si forma di nuovo secondo le forze che in essa risiedono; allo stesso modo, quando nel sonno esce dalla corporeità, il corpo astrale segue le forze astrali che in esso stanno riposte. – Di conseguenza, durante la veglia diurna è necessario eseguire quelle pratiche spirituali che, durante la notte, plasmano il corpo astrale in modo da formare gli organi per la percezione superiore.
Questa meditazione può essere strutturata in tre modi. - concentrandosi maggiormente sul pensiero, ovvero gli elementi di saggezza, o elementi puri di pensiero. Questa è la disciplina dello Yoga, che lavora principalmente con l’elemento del pensiero, con la contemplazione. Si può però anche agire soprattutto sul sentimento, per mezzo di una speciale elaborazione di esso; questa è la direzione specificamente cristiana. Un altro metodo consiste nell'unire il sentimento e la volontà; questo è il metodo cristiano-rosicruciano. Esaminare la yoga ci condurrebbe troppo lontano e, del resto, non avrebbe alcun legame con il Vangelo secondo Giovanni. Per quanto riguarda l'iniziazione cristiana, ci soffermeremo su ciò su cui si basa. Dovete considerare che un uomo, nella società odierna, difficilmente potrebbe sottoporsi a questa iniziazione. Richiede un temporaneo isolamento dell’uomo. Ma il metodo rosicruciano esiste proprio per permettere all'uomo, senza trascurare i suoi doveri, di elevarsi con il suo lavoro nei mondi superiori. Possiamo però renderci completamente conto anche di ciò che costituisce il principio informatore dell’iniziazione cristiana.
Questo metodo d’iniziazione lavora esclusivamente con il sentimento e vi citerò sette stadi di sentimento, sette gradi di sentimento, attraverso l’esperienza dei quali si esercita un'influenza tale sul corpo astrale che, durante la notte, sviluppa i propri organi. Rendiamoci ora conto di come il discepolo cristiano debba vivere per poter percorrere questi stadi. Il primo gradino è quello che si chiama «lavanda dei piedi». Il maestro dice allora al discepolo: «Guarda la pianta. Essa ha radici nel terreno, che è un essere inferiore alla pianta. Se la pianta potesse rappresentarsene l’essenza, dovrebbe dire al terreno: «Sono un essere superiore a te, ma se tu non ci fossi, io non potrei esistere, perché da te, oh terreno, traggo il nutrimento per la maggior parte!» Se la pianta potesse esprimere questi sentimenti, dovrebbe inchinarsi davanti alla pietra e dire: «Mi inchino dinanzi a te, oh pietra, essere inferiore, perché senza di te non potrei esistere!» Se si considera l'animale, esso dovrebbe comportarsi allo stesso modo con la pianta e dire: «Sono superiore alla pianta, ma devo a questo regno inferiore la mia esistenza!». Se salissimo ancora più in alto fino all’uomo, allora ognuno che è situato più in alto sulla scala sociale dovrebbe inchinarsi verso il gradino inferiore e dire: «Vado debitore della mia esistenza al gradino inferiore!». – E così si può salire fino al Cristo-Gesù. I dodici che lo circondano sono a un grado inferiore di lui, ma come la pianta si evolve dalla pietra, così il Cristo Gesù cresce al di fuori dei dodici. Egli si inchina ai dodici e dice: "Devo a voi la mia esistenza!". Il maestro gli spiegò che, per diverse settimane, avrebbe dovuto fare proprio questo: il sentimento cosmico che ciò che è superiore deve inchinarsi a ciò che è inferiore. E quando lo avrai formato completamente in te, sperimenterai un sintomo interiore e uno esteriore!» Questi non rappresentano ancora nulla di essenziale, ma mostrano soltanto che il discepolo si è esercitato a sufficienza.
Quando il corpo fisico ha in tal modo sufficientemente subito l’influenza dell’anima, ciò gli si palesa, come sintomo esteriore, sotto forma di un senso di acqua che lambisce i piedi. Questo è un sentimento reale! Un altro sentimento reale è quello della poderosa visione che gli si palesa nell’astrale, la visione della lavanda dei piedi, del chinarsi del Sé superiore al Sé inferiore. Il secondo gradino consiste nel dire al discepolo: «Devi sviluppare in te anche un altro sentimento.
In quella fase, l’uomo sperimenta nell’astrale ciò che è descritto come fatto storico nel Vangelo di Giovanni.
Il secondo gradino consiste nel dire al discepolo: «Devi sviluppare in te anche un altro sentimento. Devi rappresentarti come se ogni possibile dolore e sofferenza del mondo ti si avvicinasse, devi sentire come se fossi esposto all’imperversare di ogni possibile ostacolo e devi immedesimarti nel sentimento che occorre tenerti saldo, quand’anche tutte le miserie del mondo ti piombassero addosso». Se il discepolo si è esercitato a sufficienza, si verificano altri due sintomi: primo, un sentimento come se venisse colpito da tutte le parti; secondo, in una visione astrale gli appare la Flagellazione. Io racconto qualcosa che centinaia di uomini hanno sperimentato e che, per mezzo di esso, hanno conseguito la capacità di salire nei mondi spirituali.
Al terzo gradino il discepolo deve immaginare che ciò che ha di più sacro, ciò che difenderebbe con tutto il suo Io, venga coperto di vituperi e di beffe. Deve dirsi: «Qualsiasi cosa accada, devo tenermi saldo e difendere ciò che mi è sacro». Quando si è familiarizzato con quest'idea, si avvertono delle punture alla testa e si sperimenta la visione astrale della coronazione di spine. Occorre ripetere che i sintomi non hanno importanza in sé, ma si presentano come risultato degli esercizi. È importante, inoltre, che non vi sia alcun dubbio riguardo alla suggestione e all'autosuggestione.
Il quarto stadio è caratterizzato dal fatto che il discepolo diventa estraneo al proprio corpo, come se fosse un oggetto esterno, per esempio un pezzo di legno, e non si riferisce più al proprio corpo con il pronome "io". Questo sentimento deve diventare talmente naturale, che egli possa dire: «Porto con me in giro il mio corpo, come porto in giro la mia veste!» Non collega più il suo Io al corpo. A questo punto, si verifica qualcosa che viene chiamato la prova del sangue. Poiché tutto ciò che è malaticcio viene eliminato, questo risultato è da attribuirsi alla meditazione. Ai piedi, alle mani e al costato destro si manifestano le cosiddette stimmate, mentre il discepolo ha la visione astrale della crocifissione come sintomo interiore.
Possiamo descrivere soltanto brevemente il quinto, il sesto e il settimo grado di sentimento. Il quinto consiste in ciò che si chiama «morte mistica». Per mezzo dei sentimenti che si fanno sperimentare al discepolo a questo gradino, egli sperimenta qualcosa che gli si presenta come una tenda nera che si stende all'improvviso su tutto ciò che è fisicamente visibile, come se tutto sparisse. Questo momento è importante anche per un'altra cosa, che bisogna aver sperimentato, se si vuole penetrare nel vero senso della parola nell'iniziazione cristiana. Si sperimenta allora che è possibile immergersi nei sostrati del male, del dolore e della sofferenza. È possibile assaporare tutto ciò che di malvagio vive nel profondo dell’anima umana, se si scende nell’inferno. Questa è la «discesa nell’inferno». Quando ciò è stato sperimentato, la tenda nera si squarcia e si apre la vista nel mondo spirituale.
Il sesto grado è ciò che si chiama «la sepoltura e la risurrezione». Questo è il gradino in cui il discepolo si sente tutt’uno con l’intero pianeta Terra, come se ne facesse parte integrante. La sua vita si è allargata a quella del pianeta. Il settimo sentimento non può essere descritto a parole; potrebbe descriverlo soltanto chi fosse in grado di pensare senza l’utilizzo del cervello fisico, ma non esiste nessun linguaggio che possa esprimere questo livello, perché il nostro non ha espressioni adatte per il piano spirituale. È pertanto impossibile fornire una descrizione dettagliata di questo gradino. Esso trascende tutto ciò di cui l’uomo possa farsi un’idea in generale. Questo stato è noto come «l’Ascensione celeste», ovvero l’assunzione completa nel mondo spirituale. Qui termina la scala dei sentimenti, che il discepolo deve sperimentare durante la veglia diurna in completo raccoglimento interiore. Quando il discepolo si dedica a queste esperienze, queste agiscono con tale forza sul corpo astrale che, di notte, si formano gli organi sensori interiori, si formano plasticamente. Nell’iniziazione rosicruciana non si percorre questa scala settenaria di sentimenti, ma l’azione di cui abbiamo parlato è la medesima.
Vedete, quindi, che nell’iniziazione si esercita un’influenza sul corpo astrale indirettamente, per mezzo delle esperienze diurne, e in modo tale che, quando di notte è completamente libero, esso dia a se stesso una nuova figura plastica. Il corpo astrale è diventato un nuovo arto essenziale dell’uomo. Esso è allora completamente compenetrato di Manas, o Sé spirituale.
Ora, affinché ciò che plasticamente è stato così formato in esso possa essere trasferito anche nel corpo eterico, è necessario che il corpo astrale sia organizzato in questo modo. Proprio come, premendo un sigillo sulla ceralacca, il nome inciso sul sigillo rimane impresso anche sulla ceralacca, così il corpo astrale deve immergersi nel corpo eterico e imprimervi ciò che ormai possiede. L’interiore processo di elaborazione del corpo astrale è uguale in tutti i metodi d’iniziazione. È soltanto nel modo in cui si imprime il corpo eterico che si differenziano i singoli metodi. Di questa differenza parleremo domani, e mostreremo quale divario vi sia fra i tre metodi d’iniziazione, che nel corso dell’epoca postatlantica sono risultati essere i più profondi impulsi di evoluzione, e quale sia in genere il valore dell’iniziazione per l’evoluzione dell’umanità. Allora ci saranno chiare anche quelle parti del Vangelo di Giovanni delle quali non abbiamo ancora potuto parlare.
Ieri abbiamo parlato di quel mutamento che si verifica nel corpo astrale dell’uomo con la meditazione, la concentrazione e gli altri esercizi prescritti dai diversi metodi d’iniziazione. Abbiamo visto che, grazie a questi esercizi, il corpo astrale viene elaborato in modo da acquistare gli organi di cui ha bisogno per vedere nei mondi superiori; abbiamo detto che, sebbene gli esercizi si adeguino completamente alle diverse rispettive epoche di civiltà, il principio su cui è basata l’iniziazione è tuttavia ovunque il medesimo. Una differenza fondamentale comincia a determinarsi soltanto quando si rende necessaria la presenza di un elemento nuovo. Infatti, affinché l’uomo possa veramente penetrare con lo sguardo nei mondi superiori, è necessario che ciò che si è elaborato nella sua parte astrale in termini di organi, si impronti, si imprima nel corpo eterico e venga insomma spinto dentro il corpo eterico.
L’elaborazione del corpo astrale per via di meditazione e concentrazione viene chiamata, in espressione antica, «catarsi», ovvero purificazione. Questa catarsi o purificazione ha lo scopo di eliminare dal corpo astrale tutto ciò che impedisce la sua organizzazione armonica e regolare, consentendo l'acquisizione di organi più elevati. Il corpo astrale ha la disposizione ad avere questi organi superiori, ma è necessario mettere a nudo le forze in esso presenti. Dicevamo che si possono seguire i metodi più diversi per raggiungere tale purificazione. In questa direzione, l’uomo può già arrivare molto lontano, se, per esempio, giunge a compenetrarsi e a sperimentare tanto intimamente tutto ciò che è scritto nel mio libro «Filosofia della Libertà», da avere la sensazione che quel libro abbia avuto su di lui un’azione suscitatrice, ma che ora può riprodurre in modo autonomo, fedele e preciso i pensieri che esso indica. Se qualcuno si limita a leggere quel libro – perché è stato scritto in questo modo – più o meno come un virtuoso che suona il pianoforte rispetto al compositore di cui esegue le composizioni, in modo da riprodurre in sé tutta l’opera, naturalmente in maniera adeguata, allora è possibile, grazie alla rigida concatenazione dei pensieri del libro, raggiungere un alto grado di catarsi. diventare operanti. In molti altri libri dei nostri tempi, purché se ne disponga l’ordinamento in modo un po’ diverso, è in fondo possibile modificare l’ordine degli argomenti: non è invece così nella Filosofia della libertà. Nel contenuto di quest’opera è altrettanto impossibile spostare di una cinquantina di pagine la pagina 150, quanto scambiare in un cane le gambe anteriori con quelle posteriori. Quel libro, infatti, è un organismo articolato e il lavoro di ricostruirne il corso dei pensieri agisce, più o meno, come un allenamento interiore. Esistono dunque vari metodi per determinare la catarsi. Chi, dopo aver letto attentamente il libro, non è riuscito a determinarla, non deve credere che ciò che dico sia errato, ma piuttosto che non ha lavorato sul libro in modo adeguato, né con abbastanza energia e radicalità.
Ora, però, c’è un altro punto da considerare: quando la catarsi si è verificata, quando nel corpo astrale si sono formati gli organi sensorii astrali, tutto questo complesso deve essere impresso nel corpo eterico. Il processo avveniva nelle iniziazioni precristiane nel modo seguente: dopo che il discepolo aveva terminato gli esercizi preparatori per vari anni, gli si diceva: «È giunto il momento in cui il corpo astrale è progredito al punto da avere organi di conoscenza propri; questi ora possono imprimersi nel corpo eterico». Il discepolo veniva allora sottoposto a un procedimento che oggigiorno – almeno per l’epoca della nostra civiltà – non soltanto non è più necessario, ma non potrebbe nemmeno più essere eseguito in modo adeguato. Veniva tenuto in condizione letargica per tre giorni e mezzo, durante i quali veniva sottoposto a delle cure che gli causavano quanto di solito accade durante il sonno, ossia l’uscita del corpo astrale dal corpo fisico e da quello eterico, ma gli si traeva fuori anche in parte il corpo eterico e si aveva cura che il corpo fisico rimanesse intatto e che il discepolo stesso non morisse nel frattempo. In questo modo, il corpo eterico veniva liberato dalle forze del corpo fisico che su di esso agiscono. Il corpo eterico, per così dire, si era reso elastico e plastico, e immergendo in esso ciò che a livello di organi sensorii era stato formato nel corpo astrale, gli si faceva ricevere l’impronta dell’intero corpo astrale. Quando poi il paziente veniva ricondotto allo stato normale dall’ierofante, quando il suo corpo astrale e l’Io tornavano a unirsi col suo corpo fisico e col suo corpo eterico (questo era un processo che l’ierofante aveva compreso), non vi era per lui solamente la catarsi, ma anche quella che si chiama «illuminazione», «Fotismos». Il discepolo poteva ora percepire non solo le cose fisico-sensibili, ma anche avvalersi di organi di percezione spirituale, cioè poteva vedere lo spirituale ed esserne in grado di percepirlo. In sostanza, l’iniziazione consisteva in quei due processi: la purificazione o purgazione e l’illuminazione.
Nel corso dell’evoluzione dell’umanità, è subentrata una fase in cui all’uomo è diventato impossibile staccare progressivamente il corpo eterico da quello fisico senza determinare un vasto perturbamento di tutte le funzioni; infatti, l’intera evoluzione postatlantica è andata a finire in un consolidamento sempre maggiore del corpo eterico nel corpo fisico. Fu perciò necessario adottare altri metodi, grazie ai quali il corpo astrale, anche senza la separazione del corpo eterico da quello fisico, se sufficientemente sviluppato nel corso della catarsi, poteva rientrare da solo nel corpo eterico e in quello fisico, nonostante l’impedimento di quest’ultimo, imprimendo i propri organi in quello eterico. Quello che occorreva, dunque, era che nella meditazione e nella concentrazione operassero forze più possenti, in modo che nel corpo astrale si determinassero vigorosi impulsi, capaci di superare la forza di resistenza del corpo fisico. Per prima cosa, venne allora l’iniziazione specificamente cristiana, che richiedeva che l’uomo si sottoponesse ai procedimenti descritti ieri come i sette gradini. Quando l’uomo ha attraversato queste sensazioni e questi sentimenti, il suo corpo astrale ne risulta così plasmato da formare plasticamente i suoi organi di percezione; a volte ci impiega degli anni, ma può anche arrivarci prima o più tardi. In seguito, tali impressioni vengono trasmesse al corpo eterico, trasformando l’uomo in un illuminato. Potrei descrivere perfettamente questo genere di iniziazione, che è specificamente cristiano, se invece di tenere delle conferenze per qualche altro giorno, ne tenessi una al giorno su tutti i dettagli per circa due settimane. Questo però non è importante. Oggi è importante renderci edotti soltanto del principio a cui essa si informa. Ciò che ci interessa è comprendere il principio su cui si basa. Per il fatto di attraversare un procedimento simile, l’uomo è effettivamente in condizione di conseguire l’iniziazione, senza i tre giorni e mezzo di sonno letargico, specialmente se il discepolo cristiano medita continuamente sui versetti del Vangelo di Giovanni. Se egli fa agire su di sé ogni giorno i primi versetti di quel Vangelo, dalle parole: «Nel principio era il Verbo...» fino alle altre «... pieno di grazia e di verità», egli compie una meditazione di enorme importanza. Questa forza è insita nei versetti. Questo Vangelo di Giovanni, nella sua unità, non esiste per essere solamente letto e compreso con l’intelligenza, ma al contrario deve essere vissuto e sentito interiormente. Allora esso stesso diventa una forza che aiuta l’iniziazione e la rende possibile; e allora si sperimentano la «lavanda dei piedi», la «flagellazione» e altri processi interiori, visioni astrali tutte, nel modo preciso in cui vengono descritti dal capitolo XIII in poi.
Ma l’iniziazione rosicruciana, quantunque fondata su basi cristiane, opera piuttosto con altre rappresentazioni simboliche che determinano la catarsi, e precisamente con immagini figurate. Questa è una nuova modificazione che si è dovuta introdurre, perché l’umanità aveva percorso un altro tratto della propria evoluzione e il metodo dell’iniziazione doveva adeguarsi ai progressi compiuti dall’umanità. Dobbiamo ora comprendere che l’uomo, quando conseguirà questa iniziazione, diverrà in fondo affatto diverso da com’era prima. Mentre prima non era in rapporto con altro che con le cose del mondo fisico, dopo, invece, acquista la possibilità di fare altrettanto con i processi e gli esseri del mondo spirituale. Questo implica che l’uomo raggiunge una conoscenza molto più reale di quella astratta, timida e prosaica con cui si parla comunemente di conoscenza. Per chi consegue la conoscenza spirituale, il processo cognitivo è tutt’altro; è una vera e propria realizzazione del detto: «Conosci te stesso!». Ma è molto pericoloso, in questo ambito, comprendere questo detto in modo errato, come succede anche troppo spesso oggigiorno. Molti si spiegano quel detto nel senso che non devono più guardare attorno al mondo, ma soltanto curiosare nella propria interiorità o cercare in essa sola ogni spiritualità. Questa è un’interpretazione molto errata di quel detto, che ha invece un significato completamente diverso. L’uomo deve rendersi chiaramente conto che una vera conoscenza superiore è anche un’evoluzione che, da un punto di vista raggiunto, conduce a un altro, che prima non era stato ancora raggiunto. Se ci si esercita nell’autoconoscenza in modo passivo, si vede soltanto ciò che già si aveva; non si acquista nulla di nuovo, ma solamente una conoscenza intesa oggi in senso corrente del proprio io inferiore. Questa interiorità non è che una parte di ciò che è necessario per la conoscenza; l’altra parte deve ancora aggiungersi. Senza entrambe le parti, non si ottiene nulla. Attraverso l'interiorità, l'uomo può sviluppare in sé gli organi con i quali esercita le sue facoltà cognitive. Ma, come l’occhio, organo sensorio esteriore, non potrebbe conoscere il sole se guardasse introspettivamente in sé stesso invece di guardare verso il sole stesso, così del pari anche l’organo cognitivo interiore deve guardare verso una esteriorità spirituale per poter conoscere veramente. Il concetto di «conoscenza» aveva, nei tempi in cui le cose spirituali erano comprese in modo più realistico, un significato assai più profondo rispetto ad oggi. Leggete nella Bibbia che cosa significa: «Abraham conobbe sua moglie!» oppure «Questo o quel patriarca conobbe la propria moglie». Non è difficile capire che in quei passi si parla di fecondazione e che il detto «conosci te stesso» in greco non significa «curiosare nella tua interiorità», bensì «feconda il tuo sé con ciò che ricevi dal mondo spirituale». Conosci te stesso! significa: «feconda te stesso con il contenuto del mondo spirituale!». Per riuscirci, l’uomo deve prepararsi con la catarsi e l’illuminazione e poi aprire liberamente la propria interiorità al mondo spirituale. In questa connessione con la conoscenza, possiamo paragonare l’interiorità dell’uomo all’elemento femminile e l’esteriorità all’elemento maschile. L’interiorità deve essere resa idonea a ricevere il Sé superiore; una volta reso idoneo, il Sé superiore dell’uomo, dal mondo superiore, fluisce e penetra nell’uomo stesso. Dove si trova il Sé superiore dell’uomo? È forse dentro di noi, nella persona umana? No! Durante i periodi di Saturno, del sole e della luna, il Sé superiore era riversato sull’intero Cosmo; l’Io del Cosmo fu allora riversato sull’uomo, e quest’Io, l’uomo, deve lavorare su se stesso, deve farlo lavorare sulla propria interiorità che deve essere stata preparata in precedenza. In altre parole, l’interiorità dell’uomo, il suo corpo astrale, deve essere purificata, purgata, nobilitata e assoggettata alla catarsi. Allora la spiritualità esteriore può penetrare in lui e illuminarlo. Questo avviene quando l’uomo è sufficientemente preparato da aver sottoposto il suo corpo astrale alla catarsi e da aver formato, per tale mezzo, i suoi organi interiori di conoscenza. Il corpo astrale progredisce sotto ogni riguardo quando s’immerge nel corpo eterico e in quello fisico, e si ottiene l’illuminazione, il fotismo. Ciò che si verifica è che il corpo astrale impronta il corpo eterico, permettendo all’uomo di percepire il mondo spirituale circostante, ossia la sua interiorità, il corpo astrale, che assimila ciò che il corpo eterico gli offre, ovvero ciò che il corpo eterico riceve da tutto il Cosmo e dall’Io cosmico.
L’esoterismo cristiano chiamava questo corpo astrale purificato, purgato, che nel momento dell’illuminazione non contiene più nessuna impressione impura del mondo fisico, ma solo gli organi per la conoscenza del mondo spirituale: «la pura, casta, sapiente, vergine Sofia». Attraverso tutto ciò che accoglie nella catarsi, l’uomo purifica e monda il suo corpo astrale fino a renderlo simile alla Vergine Sofia. È l’Io cosmico, l’Io dei mondi, che opera l’illuminazione e fa sì che l’uomo abbia luce, luce spirituale attorno a sé. Questo secondo elemento, che si aggiunge alla Vergine Sofia, nell’esoterismo cristiano è chiamato – e lo è ancora oggi – «Spirito Santo». Di conseguenza, in senso cristiano esoterico, si dice giustamente che il cristiano esoterico, per mezzo dei processi iniziatici, ottiene la purificazione e la purgazione del suo corpo astrale, lo fa diventare la Vergine Sofia e viene illuminato, se volete, adombrato dallo Spirito Santo, dall’Io cosmico dei mondi. Chi è dunque illuminato, chi, in altri termini, nel senso dell’esoterismo cristiano, ha ricevuto in sé lo «Spirito Santo», parla ora in modo diverso rispetto al passato. Come parla ora? Parla in modo tale che non esprime il suo parere quando discorre di Saturno, del sole, della luna, delle varie membra dell’entità umana, dei processi dell’evoluzione cosmica. Non fa neppure cenno dei suoi giudizi. Quando un tale uomo parla di Saturno, è Saturno stesso che parla attraverso di lui; quando parla del sole, è l’entità spirituale del sole che parla attraverso di lui. Il suo io si è sommerso, vale a dire che, per i momenti come quelli ora citati, è divenuto impersonale ed è l’Io cosmico che si serve di lui come di uno strumento per parlare attraverso di lui. Nei veri insegnamenti esoterici, perciò, che provengono dall’esoterismo cristiano, non si può parlare di punti di vista e di opinioni. Sarebbe un errore nel più alto senso della parola: non esistono. Chi, nel senso dell’esoterismo cristiano, parla con retto intendimento del mondo, dice a sè medesimo: «Non mi interessa che dica alla gente che ho visto due cavalli, dei quali uno mi piace meno e l’altro, a parer mio, deve essere pigro. L’importante è che io descriva agli altri quei cavalli e dia loro dei fatti!» E questo significa che bisogna raccontare ciò che si è osservato nel mondo spirituale, prescindendo da ogni opinione personale. In ogni sistema di insegnamento della scienza dello Spirito, è necessario raccontare semplicemente la successione dei fatti, a prescindere dalle vedute di chi li racconta.
Abbiamo così cominciato a conoscere due concetti nel loro significato spirituale: l’essere della Vergine Sofia, che è il corpo astrale purificato, e l’essere dello Spirito Santo, dell’Io cosmico dei Mondi, che viene accolto dalla Vergine Sofia e che può allora parlare dal corrispondente corpo astrale. Bisogna però conseguire un grado più alto: bisogna cioè aiutare il prossimo a realizzare quei due concetti, a dargli l’impulso per farlo. Gli uomini del nostro periodo di evoluzione possono accogliere la Vergine Sofia (il corpo astrale purificato) e lo Spirito Santo (l’illuminazione) nel modo suddescritto. Soltanto Cristo Gesù poteva donare alla Terra ciò che all’uomo era necessario. Egli ha inoculato nella parte spirituale della Terra le forze che rendono possibile quanto descritto nell’iniziazione cristiana. Come è avvenuto?
Per comprendere questo, dobbiamo considerare due fatti: in primo luogo, dobbiamo acquisire una cognizione di ordine puramente storico, dobbiamo cioè conoscere il modo, completamente diverso da oggi, in cui si davano i nomi al tempo, in cui furono scritti i Vangeli.
Coloro che interpretano i Vangeli oggigiorno, non comprendono il principio secondo cui i nomi venivano assegnati al tempo dei Vangeli stessi e, per questo motivo, non ne discutono in modo adeguato. Spiegare quale fosse la norma che regolava la scelta dei nomi a quel tempo è straordinariamente difficile, ma ce la possiamo rendere comprensibile, sia pure in via molto sommaria. Immaginate che, vedendo un uomo che ci viene incontro, non ci fermassimo al nome, che è un punto adatto per lui, che gli è stato assegnato.
Col sistema astratto che oggi usiamo per dare i nomi, al tempo in cui stessimo in ascolto, per avvertire quali siano le sue qualità precipue, il più notevole segno del suo carattere, e fossimo in grado di investigare chiaroveggentemente le sfere più profonde del suo essere, e gli dessimo poi il nome secondo le qualità più importanti che credessimo di dovergli riconoscere.
Se si seguisse questo criterio per la scelta dei nomi, si farebbe più o meno, in un ordine inferiore e più elementare, ciò che facevano coloro che imponevano i nomi nel senso dello scrittore del Vangelo di Giovanni. Per essere molto chiaro nello spiegare il modo in cui lo scrittore di quel Vangelo procedeva nella scelta dei nomi, dovrei dire che ha considerato storicamente la madre esteriore di Gesù secondo le sue qualità più spiccate e si è domandato dove avrebbe potuto trovare un nome che esprimesse il suo essere nel modo più perfetto. Sofia». Così essa ha sempre avuto nome nei santuari esoterici, dove il cristianesimo veniva insegnato esotericamente: la Vergine Sofia. Esotericamente, egli non la nomina neppure – a differenza degli altri, che scelsero per lei il nome profano di Maria. Non poteva prendere il nome profano. Giovanni doveva esprimere nel nome di lei il senso della profonda evoluzione storica del mondo. Egli fece proprio questo, indicando che lei non poteva chiamarsi Maria e, per di più, ponendole accanto sua sorella Maria, moglie di Cleofa, e chiamandola semplicemente la madre di Gesù. Con ciò egli mostrava di non voler nominare il suo nome e che esso non poteva essere reso di pubblica ragione. Nei circoli esoterici, lei era sempre conosciuta come la «Vergine Sofia». Era colei che, in quanto persona storica, rappresentava la «Vergine Sofia».
Se vogliamo penetrare più a fondo nell’essenza del cristianesimo e del suo fondatore, dobbiamo porci di fronte all’anima un altro mistero. Dobbiamo renderci chiaramente conto che nell’esoterismo cristiano occorre distinguere fra «Gesù di Nazareth» e il «Cristo-Gesù», il Cristo nel Gesù di Nazareth. Che cosa significa questo? Significa quanto segue. Abbiamo a che fare con un uomo evoluto, che ha attraversato molte incarnazioni e si è rincarnato dopo un periodo di evoluzione superiore, perciò è stato attratto da una madre così pura, che lo scrittore del Vangelo di Giovanni ha potuto chiamare la Vergine Sofia. Abbiamo dunque a che fare con un uomo elevatissimo, Gesù di Nazareth, che nel corso della sua evoluzione era, nella sua precedente incarnazione, già molto progredito e che, in questa incarnazione, penetrò essendo già a un alto grado di spiritualità. Gli altri evangelisti, al di fuori dello scrittore del Vangelo di Giovanni, non sono illuminati in misura così alta quanto lui. A loro è piuttosto aperto il vero mondo sensibile, in cui vedono il loro Maestro e Messia, Gesù di Nazareth, muoversi. D’altra parte, per loro rimangono nascosti i rapporti spirituali più occulti, almeno in quelle altezze in cui lo scrittore del Vangelo di Giovanni spinge lo sguardo. Perciò, devono dare particolare valore al fatto che in Gesù di Nazareth si manifesta ciò che ha sempre vissuto nel Giudaismo e che si è perpetuato in esso attraverso tutte le generazioni come Dio dei Giudei, il padre. Questo concetto è espresso dagli Evangelisti quando affermano: «Se rintracciamo l’origine di Gesù di Nazareth attraverso le generazioni, possiamo indicare che in lui scorre il sangue che scorre attraverso le generazioni». Essi forniscono quindi la tavola genealogica e la presentano in base al diverso grado di evoluzione che caratterizza la loro stessa esperienza. Matteo tiene anzitutto a mostrare: «Abbiamo in Gesù di Nazareth un uomo nel quale vive il Padre Abramo: il sangue di Abramo è giunto fino a lui!» Matteo dà la tavola genealogica fino ad Abramo. Questo è in contrasto con il punto di vista più materiale di Luca. A quest’ultimo importa di mostrare che si può rintracciare l’origine, la successione, per via di sangue, ancora più indietro, fino ad Adamo, che era un figlio della divinità stessa, vale a dire che egli apparteneva al tempo in cui l’uomo per la prima volta passò dalla spiritualità alla corporeità. Ad ambedue, Matteo e Luca, importa mostrare che questo provvisorio Gesù di Nazareth consta soltanto di ciò che riconducono alla forza divina del Padre. Questo non importava allo scrittore del Vangelo secondo Giovanni che guardava nello Spirito, perché a lui non importavano le parole: «Io e il Padre Abraham siamo uno», bensì egli voleva mostrare che nell’uomo c’è un quid eterno che era nell’uomo prima del Padre Abraham! Era nel primo principio, era il Logos, che si chiama «Io sono». Prima che tutte le cose esteriori e le entità esistessero, esso era, era nel primo principio». Per coloro, dunque, che volevano descrivere piuttosto il Gesù di Nazareth e potevano farlo solo in questo modo, si trattava di mostrare come il sangue fosse corso fin dal principio giù per le generazioni. Per loro era importante mostrare che in Giuseppe, padre di Gesù di Nazareth, fluiva il sangue che scorreva attraverso le generazioni.
Se potessimo parlare in termini esoterici, sarebbe qui naturalmente necessario parlare dell’idea della cosiddetta «Immacolata Concezione», che però non può essere discussa che nei circoli più ristretti. Si tratta però di uno dei più profondi misteri e i malintesi a essa associati derivano dal fatto che gli uomini non sanno a cosa si faccia riferimento con «Conceptio immaculata». Gli uomini credono che significhi assenza di paternità. Non è questo. Dietro a essa si nasconde qualcosa di assai più profondo e misterioso, ed è proprio con il mistero che le sta dietro che si riconnette ciò che gli altri evangelisti vogliono mostrare, ovvero che Giuseppe fosse il padre. Se essi negassero questo, non avrebbe più alcun senso ciò che essi si sforzano di mostrare, cioè che l’antico Dio vive in Gesù di Nazareth. In particolare Luca vuole mostrarlo chiaramente: fa infatti risalire tutta la serie di generazioni fino ad Adamo e poi fino a Dio. Come potrebbe egli giungere a questo risultato, se non volesse dire altro che questo: "Mostro che esiste quest’albero genealogico, ma in realtà Giuseppe non c'entrava per nulla!" Sarebbe strano se la gente si sforzasse di presentare Giuseppe come un personaggio tanto importante per poi eliminarlo da tutto il processo.
Ma ora, con l’evento di Palestina, abbiamo a che fare non soltanto con la personalità superiormente evoluta del Gesù di Nazareth che aveva attraversato molte incarnazioni e si era così altamente evoluta da aver bisogno di una madre tanto eccezionale, bensì con un secondo mistero.
Quando Gesù ebbe 30 anni, grazie anche a quanto aveva sperimentato in questa sua incarnazione, era arrivato a poter compiere un processo che non può essere compiuto se non in casi eccezionali. Sappiamo che l’uomo è costituito di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Questo uomo a quattro arti è quello che vive fra noi. Quando l’uomo ha raggiunto una certa altezza di evoluzione, gli è possibile, a un determinato momento, estrarre il suo Io dai tre corpi e lasciare indietro questi tre corpi in condizioni intatte e completamente sane. Questo Io si sposta allora nel mondo spirituale e i tre corpi rimangono indietro. Questo processo si verifica qualche volta nell’evoluzione del mondo. In un uomo, può presentarsi un momento particolarmente elevato di rapimento, che in date circostanze può anche estendersi a un periodo più lungo, in cui l’Io vada via, entrando nel mondo spirituale; i tre corpi, essendo altamente evoluti per virtù dell’Io che era in loro, diventano strumenti utilizzabili per un’entità ancora più elevata che ne prende possesso. Al 30º anno di Gesù di Nazareth, quell’Essere, che abbiamo chiamato il Cristo, prende possesso del suo corpo fisico, del corpo eterico e del corpo astrale. Questo Essere-Cristo non poteva incarnarsi in un comune corpo di bambino, bensì soltanto in un corpo, già all’uopo preparato da un Io altamente evoluto. Questo Essere-Cristo, infatti, non era mai stato prima incarnato in un corpo fisico. Dal 30° anno in poi, dunque, abbiamo a che fare con il Cristo dentro Gesù di Nazareth.
Che cosa era successo allora, in verità? In verità, la corporeità di Gesù di Nazareth, che egli aveva lasciata indietro, era così matura e perfetta che in essa poté penetrare il Logos solare, l’Essere spirituale del sole, che abbiamo descritto come uno dei sei Elohim. Esso poté incarnarsi per tre anni in tale corporeità e diventare carne. Vi penetrò il Logos solare, che per mezzo dell’illuminazione può risplendere nell’uomo, lo Spirito Santo in persona; vi penetrò l’Io dei mondi, l’Io cosmico, e da allora per tre anni il Logos solare parla dal corpo di Gesù. Per questi tre anni il Cristo parla dal corpo di Gesù. Questo processo è descritto nei Vangeli come la discesa della colomba, dello Spirito Santo, sul Gesù di Nazareth. Nel cristianesimo esoterico, invece, si dice che in quell’istante l’Io del Gesù di Nazareth abbandona il suo corpo e che da allora in esso dimora il Cristo, che parla attraverso di esso per insegnare e operare. Questo è il primo avvenimento che viene descritto nel Vangelo di Giovanni. Ora il Cristo è presente nel corpo astrale, nel corpo eterico e nel corpo fisico di Gesù di Nazareth. Egli opera nel senso che abbiamo descritto fino al Mistero del Golgota. Che cosa succede sul Golgota?
Succede quanto segue. Prendiamo in considerazione quell’istante che è davvero importante, in cui sgorga il sangue dalle ferite del Crocifisso. Per vostra comprensione, paragonerò ora quanto avvenne allora a un altro fatto.
Supponete di avere qui un recipiente contenente dell’acqua in cui è stata sciolta una soluzione di sale, in modo che l’acqua risulti abbastanza trasparente. Per il fatto di aver riscaldato l’acqua, si è ottenuta la soluzione del sale. Ora, raffreddate l’acqua. Il sale precipiterà e potrete vedere come, dal basso, si formerà un deposito. Questo è il processo che appare a chi guarda con occhi fisici. Per chi, invece, osserva con occhi spirituali, è qualcosa di diverso che accade! Mentre il sale si deposita sul fondo, lo spirito del sale scorre nell’acqua e la riempie. Il sale non può diventare più denso se lo spirito suo non lo abbandona e si diffonde nell’acqua. Chi conosce questi processi sa che, dove avviene una condensazione, si verifica anche sempre una spiritualizzazione. Quindi, quando il sangue scende verso il basso, c'è un processo spirituale corrispondente in alto, esattamente come quando il sale scende al fondo e si condensa, lo spirito del sale ne scorre fuori e si diffonde in alto. Non si verificò dunque solamente un processo fisico quando sgorgò il sangue, ma lo accompagnava realmente un processo spirituale. Questo processo spirituale consisteva nel fatto che lo Spirito Santo, che era stato accolto con il battesimo, si unì alla Terra e che Cristo stesso si riversò nell’Essere della Terra. Da quel momento la Terra rimase trasformata. Questo è ciò su cui si basano le precedenti conferenze: se da una lontana stella si fosse guardato sulla Terra, si sarebbe potuto vedere che, con l’evento della croce, tutto l’aspetto della Terra si trasformò. Il Logos solare doveva comunicare con la Terra, stringere un patto con essa e diventare lo Spirito della Terra.
Ora, nel vero cristiano deve ritrovarsi l’effetto di questo evento: in lui deve esserci qualcosa che gli consenta di conseguire gradualmente la disposizione a un corpo astrale purificato in senso cristiano. Per il cristiano, doveva esserci qualcosa che gli permettesse di rendere gradualmente il suo corpo astrale simile a una Vergine Sofia, così da accogliere in sé lo Spirito Santo. Doveva esserci qualcosa che contenesse la forza di trasformare il corpo astrale umano in una Vergine Sofia. Dove risiede questa forza? Questa forza risiede nel fatto che il Cristo Gesù ha trasmesso al discepolo che amava, e quindi allo scrittore del Vangelo secondo Giovanni, la missione di trascrivere in modo vero e fedele gli eventi della Palestina, affinché gli uomini potessero farne oggetto di riflessione. Se gli uomini lasciano agire su di loro quanto scritto nel Vangelo di Giovanni, allora il loro corpo astrale sta sulla via di diventare una Vergine Sofia, e diventa perciò pronto a ricevere lo Spirito Santo. Esso diventa gradualmente ricettivo, grazie alla forza degli impulsi emanati dal Vangelo di Giovanni, e in grado di percepire lo Spirito vero e riconoscerlo in seguito. Questo è il compito che il Cristo Gesù ha affidato allo scrittore del Vangelo di Giovanni. Basta leggere il Vangelo. Presso la croce sta la madre di Gesù (la Vergine Sofia, nel senso esoterico) e dal legno della croce il Cristo parla al discepolo che egli amava: «D’ora innanzi questa è la madre tua. E da quell’ora il discepolo la prese con seco». «Quella forza che era nel mio corpo astrale e lo ha reso capace di diventare portatore dello Spirito Santo, quella forza trasmetto a te, tu devi registrare ciò che questo corpo astrale ha potuto conseguire per mezzo della sua evoluzione!» «E il discepolo la prese con sé», vale a dire scrisse il Vangelo di Giovanni. Questo Vangelo è il frutto della volontà di occultare le forze per sviluppare la Vergine Sofia. Presso la croce gli viene conferita la missione di accoglierla come sua madre e di essere il vero, sincero interprete del Messia. Questo significa che i discepoli penetrarono completamente il senso del Vangelo di Giovanni e lo riconoscevano spiritualmente: esso aveva la forza di condurli alla catarsi cristiana e di dar loro la Vergine Sofia. Allora anche lo Spirito Santo, legato alla Terra, avrebbe fatto parte della loro illuminazione nel senso cristiano! Questa esperienza che i discepoli più intimi ebbero allora in Palestina fu così forte che da allora in poi ebbero almeno la disposizione a vedere lo Spirito. I discepoli più intimi avevano accolto questa disposizione in sé. Questo «vedere nello Spirito» nel senso cristiano consiste nel fatto che l’uomo ha trasformato il suo corpo astrale, per mezzo della forza dell’evento di Palestina, in modo da non aver bisogno che si trovi là esteriormente, in modo fisico-sensibile, ciò che l’uomo deve vedere. Allora l’uomo ha ancora qualcosa per mezzo di cui guardare nello Spirito. Tra questi, vi erano dei discepoli intimi siffatti. Colei che ha unto il Cristo in Betania aveva ricevuto dall’evento di Palestina la forza intensa per la veggenza spirituale ed è, per esempio, una di coloro che hanno compreso che ciò che è vissuto in Gesù esiste dopo la morte ed è risorto. Lei aveva questa possibilità. – Da cosa le proveniva questa possibilità? Dal fatto che gli organi dei sensi interiori le si erano aperti. Ci viene detto questo? Sì. Ci viene comunicato che Maria di Magdala viene condotta alla tomba, che il cadavere non vi è più e che lei vede due figure nella tomba. Dopo qualche tempo, si vedono sempre queste due figure presso un cadavere. Da una parte si vede il corpo astrale e dall’altra si vede ciò che a poco a poco si discioglie come corpo eterico e passa nell’etere cosmico. A prescindere dal corpo fisico, vi sono là due figure spirituali che appartengono al mondo spirituale.
Maria, però, stava fuori dal sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si affacciò al sepolcro.
E vide due angeli vestiti di bianco seduti».
Era diventata chiaroveggente per virtù della forza e della potenza dell’evento della Palestina. E vide anche di più: il Risorto.
Era necessario che fosse chiaroveggente per poter vedere questo? Credereste che, dopo aver visto una persona un paio di giorni prima in figura fisica, e dopo averla ritrovata due giorni dopo, non sareste capaci di riconoscerla?
«E detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi, ma non lo riconobbe.
Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?»
Ella, pensando che fosse il giardiniere...».
E perché questo ci sia narrato con la massima esattezza, non ci viene detto soltanto una volta, ma viene ripetuto anche nella successiva apparizione del Risorto, quando Gesù compare sul lago di Genezareth.
«E fattosi giorno, Gesù si pose sul lido: i discepoli non riconobbero però che fosse Gesù».
I discepoli esoterici lo trovano lì. Coloro che avevano accolto pienamente l'evento della Palestina potevano orientarsi e vedere che si trattava di Gesù risorto, che si poteva vedere nello Spirito. Ora che lo videro anche i discepoli e la Maria di Magdala, alcuni di loro non erano tuttavia adatti a sviluppare la forza chiaroveggente. Fra questi c'era, per esempio, Tommaso. Di lui ci viene detto che la prima volta non era presente quando i discepoli videro il Signore e che voleva avere prima un contatto corporeo con il Risorto. Che cosa succede? Bisognava aiutarlo a diventare veggente nello Spirito. Come può accadere questo? Succede nel senso delle parole: «Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa e Tommaso con loro. Gesù entrò, le porte erano chiuse, si mise in mezzo e disse loro: «Pace a voi! Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e osserva le mie mani, accosta la tua mano al mio costato e non essere incredulo, ma fedele...». E tu vedrai qualcosa, se non ti affidi soltanto alla vista esteriore, ma ti compenetri di forza interiore!»
Questa forza interiore, che deve emanare dall'evento della Palestina, si chiama «Fede». Questa non è una fede superficiale, ma una fede chiaroveggente. – Conquista la forza interiore e non ti occorrerà più credere solo a ciò che vedi; beati coloro che sanno ciò che non si vede!
Questo ci mostra che abbiamo a che fare con la piena realtà e verità della Risurrezione, e che questa può essere compresa completamente solo da chi prima si dota della forza interiore necessaria per guardare nello Spirito. Questo vi renderà comprensibile l’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni, in cui si parla dei discepoli più intimi del Cristo Gesù che, dopo l’evento, erano arrivati alla Vergine Sofia. Ma quando per la prima volta dovettero tener fermo e vedere veramente un evento spirituale, erano ancora abbagliati e avevano ancora bisogno di orientarsi. Essi non sapevano che Egli era lo stesso, che prima era con loro. Qui dobbiamo fare un passo oltre i concetti più semplici, perché la mentalità materialista direbbe: «L’idea della Risurrezione viene meno!» Il miracolo della risurrezione va preso alla lettera, proprio come ha detto Gesù: «Io sono con voi per tutti i giorni, sino alla consumazione dei secoli!»
Egli è là e ritornerà, non però con figura di carne – ma con una figura tale, per cui gli uomini, che si saranno evoluti per mezzo della forza del Vangelo di Giovanni, lo potranno vedere e percepire realmente, sicché non saranno più increduli, se avranno la forza spirituale per vederlo. Questa è la missione del movimento per la scienza dello Spirito: preparare, cioè, quella parte dell’umanità che vuole essere pronta per il ritorno del Cristo sulla Terra. Questo è il significato della scienza dello Spirito nella storia del mondo: preparare l’umanità e tenerle aperti gli occhi, quando il Cristo comparirà nuovamente nel sesto periodo di cultura, operoso fra gli uomini, di modo che per una gran parte dell’umanità si possa compiere ciò che ci venne accennato nelle nozze di Cana.
Così la concezione del mondo, che si forma con la scienza dello Spirito, appare come un’esecuzione testamentaria del cristianesimo. Per essere condotto al vero cristianesimo, l’uomo dovrà in futuro adottare gli insegnamenti della scienza dello Spirito. Oggi molti dicono: "La scienza dello Spirito è qualcosa che contraddice al vero cristianesimo!". Ma costoro sono quei piccoli Papi che sentenziano su cose che non conoscono e che vogliono stabilire come dogma l’inesistenza di ciò che ignorano.
Questa intolleranza in futuro aumenterà sempre di più e il cristianesimo sarà a rischio soprattutto da parte di coloro che oggi si definiscono buoni cristiani. Sono i cristiani solo di nome che, nella scienza dello Spirito, rivolgeranno al cristianesimo gli attacchi più gravi. Infatti, se dovrà stabilirsi una vera comprensione spirituale del cristianesimo, tutte le idee dovranno trasformarsi. È soprattutto il retaggio lasciato dallo scrittore del Vangelo di Giovanni, la grande scuola della Vergine Sofia, il Vangelo di Giovanni stesso, che dovrà penetrare vivamente nelle anime e venir compreso. Solo la scienza dello Spirito può condurre più in là in quel Vangelo.
In queste conferenze è stato solo possibile dare un saggio di come la scienza dello Spirito possa condurre in profondità nel Vangelo di Giovanni, perché è impossibile spiegare tutto il Vangelo. Nel Vangelo stesso di Giovanni è scritto: «Sono molte altre cose fatte da Gesù; se si scrivessero a una a una, credo che neppure tutta la Terra potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
E se lo stesso Vangelo di Giovanni non poté descrivere nei minimi dettagli l’evento della Palestina, altrettanto impossibile sarebbe esporre nel corso di una serie di conferenze tutto ciò che di contenuto spirituale si trova in quel Vangelo. Accontentiamoci dunque degli accenni che è possibile fare questa volta. Ciò non toglie che proprio grazie a questi accenni, nel corso dell’evoluzione dell’umanità, verrà eseguito il vero testamento del cristianesimo. Questo deve agire su di noi, deve darci la forza di restare fermi sul terreno di ciò che riconosciamo nel Vangelo di Giovanni, quando altri ci dicono: «Voi esigete che si adottino troppe concezioni e troppo complicate prima di poter comprendere il Vangelo; questo è fatto per i semplici e gli ingenui, ai quali non ci si può presentare con molti concetti e rappresentazioni». Oggi molti sostengono questo. Forse fanno riferimento a un altro detto: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno de’ Cieli».
Si può fare riferimento a un detto simile solo finché non lo si è compreso correttamente. Infatti, il detto prosegue: «Beati i mendicanti di spirito, perché in loro stessi raggiungeranno i regni del cielo». Ciò significa che chi fa come i mendicanti e vuole accogliere sempre più spirito nel proprio animo, trova in sé i Regni del Cielo!
Al giorno d’oggi è fin troppo diffusa l’opinione che tutto ciò che è religioso sia identico a ciò che è primitivo e semplice. Si dice: «Consentiamo che la scienza abbia molti concetti complicati, ma non lo permettiamo alla fede e alla religione». Fede e religione – dicono molti «cristiani» – devono essere semplici e ingenue! Questo è ciò che chiedono, e molti possono poggiare su un'opinione di cui forse si parla poco, ma che si affaccia spesso nelle menti di molte persone ed è stata espressa da Voltaire, il grande maestro del materialismo: «Chi vuol essere un profeta deve trovare fede, perché ciò che egli espone deve essere creduto; e soltanto ciò che è semplice e che viene sempre ripetuto nella sua semplicità trova la fede».
Così succede spesso per molti profeti, veri e falsi: si sforzano di dire qualcosa e di ripeterla continuamente, e la gente impara a crederla, perché viene sempre ripetuta. La scienza dello Spirito non deve e non vuole essere un profeta di questo genere. Anzi, non vuole affatto essere un profeta. Egli non si ritiene colpevole solo perché non si limita a ripetere, ma illumina le cose sempre da nuovi aspetti e parla delle cose sempre in modo diverso. Un profeta vuole che gli si creda, la scienza dello Spirito invece non mira alla credenza, ma alla conoscenza. Adottiamo perciò il detto di Voltaire in un altro senso: «A ciò che è semplice si crede, e questo riguarda il profeta». La scienza dello Spirito aggiunge: «Il molteplice si conosce». Cerchiamo di arrivare sempre più a comprendere che la scienza dello Spirito è qualcosa di molteplice – non si tratta di una professione di fede, bensì di una via alla conoscenza, e perciò sopporta la molteplicità. Per questa ragione non temiamo di raccogliere molto materiale per comprendere uno dei documenti più importanti del cristianesimo: il Vangelo secondo Giovanni. Abbiamo cercato perciò di raccogliere il materiale più disparato, che ci ha permesso di comprendere sempre meglio le profonde verità del Vangelo di Giovanni: - in che modo la madre corporea di Gesù sia una manifestazione esteriore, una riproduzione della Vergine Sofia;
- quale valore spirituale il discepolo dei misteri, che era amato da Gesù, attribuisca alla Vergine Sofia;
- come poi per gli altri evangelisti, che considerano la discendenza corporea, entri in gioco il padre corporeo, il quale ha il suo significato qui, dove si tratta dell'impronta esteriore del concetto di Dio nel sangue. Quale significato avesse poi per Giovanni lo «Spirito Santo», per mezzo del quale il Cristo venne generato in Gesù durante i tre anni – lo Spirito che ci viene simbolicamente indicato dal fatto che, al battesimo di Giovanni, discese la colomba.
Se dunque comprendiamo che il Padre del Cristo Gesù, che ha generato il Cristo nel corpo di Gesù, deve essere chiamato «Spirito Santo», troveremo facilmente, potendo considerare la cosa sotto tutti gli aspetti, che quei discepoli che meno erano iniziati non potevano darci degli avvenimenti di Palestina un quadro così profondo come il discepolo che il Signore amava. Se la gente dei giorni nostri ci parla dei sinottici, dei quali riconoscono l’autorità, ciò dimostra soltanto che non hanno la volontà di elevarsi fino alla comprensione della vera figura del Vangelo secondo Giovanni. Perché ogni uomo è pari allo spirito che egli riesce a comprendere! Se avete colto il significato di queste conferenze, allora avete compreso la vera portata del Vangelo di Giovanni.
Cerchiamo di trasformare in sentimento ciò che possiamo conoscere del Vangelo di Giovanni per mezzo della scienza dello Spirito e impareremo che questo Vangelo non è soltanto uno scritto dottrinario, ma è una forza che può operare nell’anima nostra.
Se queste brevi conferenze hanno suscitato in voi il sentimento che il Vangelo di Giovanni non contiene soltanto ciò che abbiamo esposto, ma che indirettamente, per mezzo delle parole, contiene anche la forza che può elevare l’anima più in là, allora avete compreso correttamente la vera portata di queste conferenze. Perché con esse non ho inteso soddisfare soltanto l’intelletto, la capacità di concepire, ma anche dare ciò che, indirettamente attraverso la capacità di concepire, deve condensarsi in sensazioni e sentimenti; sensazioni e sentimenti che devono essere il frutto delle singole cose che vi ho esposte. Se avete colto questo aspetto in modo giusto, comprenderete anche che cosa significhi dire che il movimento per la scienza dello Spirito ha la missione di elevare il cristianesimo alla saggezza, di comprenderlo correttamente per mezzo della sapienza spirituale. Comprenderete che il cristianesimo non è che all’inizio della sua opera e che adempirà alla sua vera missione solo quando verrà compreso nel suo aspetto spirituale. Quanto più queste conferenze saranno considerate in questo senso, tanto più verranno comprese nel senso che intendo loro conferire.
In memoria di Frater Stefano Ravaglia
anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.
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